martedì 19 dicembre 2017

La nuova dinastia - recensione di Paolo Gulisano

Come ci ha insegnato il grande creatore di miti J.R.R. Tolkien
la letteratura dell'immaginario può essere lo specchio dei gusti, degli umori e addirittura della condizione psicologica dell'epoca moderna, esprimendo i dubbi, le paure, le domande insoddisfatte, le esigenze profonde dell'animo umano. I miti, i simboli, le leggende e le tradizioni ci rivelano noi stessi.
Non è un caso, probabilmente, che molti di questi grandi 
frequentemente prefigurando scenari decisamente inquietanti.  Non così i grandi interpreti dell'epica religiosa, radicata nel realismo ed espressa attraverso il linguaggio simbolico del Mito.
L'eroe cristiano di questa nuova epica è diverso da quello antico, poiché ha una diversa consapevolezza del destino, che è disegno di Dio, e non fato inesorabile.
Tra i massimi esponenti della Fantasy contemporanea si può annoverare Silvana De Mari, l'autrice del capolavoro L'ultimo elfo e di tanti altri straordinari romanzi fantasy e fiabeschi. Negli ultimi anni la De Mari ci ha offerto una testimonianza della sua sapientia cordis anche con una produzione saggistica di tutto rilievo, ma la narrativa è e rimane il terreno sul quale la scrittrice torinese ama di più cimentarsi.
In questi giorni è arrivata nelle librerie La nuova dinastia, Edizioni Lindau, 122 pagine, 9,50 euro), un romanzo breve, una lettura per tutta la famiglia, dai ragazzi agli adulti. Una vicenda narrata come caratteristica dell'autrice, ma non priva di una sua profondità, di un messaggio che non è difficile da decifrare. Il protagonista della storia si chiama Astridius, e si definisce "principe dei folletti, re degli stracci, ultimo miserabile rampollo di una stirpe perseguitata". Questa stirpe è quella dei "divinatori". Chi sono costoro? Sono individui che possono vedere i folletti, creature fatte di aria e di follia. Vederli e ascoltarli: i folletti non tacciono mai. I folletti – ci viene raccontato- ci danno la capacità di conoscere il futuro, perché ce lo raccontano con le loro piccole vocidel futuro ci raccontano soprattutto i disastri. Il divinatore viene così a conoscenza delle sciagure che stanno per arrivare, e quindi cerca di mettere in guardia la gente, col risultato di essere considerato uno iettatore, un disturbatore dell'ordine costituito. Il divinatore dice verità scomode, ed è quindi visto come un "profeta di sventura". Il romanzo ci racconta allora delle avventure di Astridius, figlio di un divinatore, un uomo buono che cercava semplicemente di mettere in guardia il suo prossimo da pericoli imminenti. Il ragazzo finisce per raccogliere l'eredità di suo padre, e nel corso delle pagine di quello che può essere considerato anche come un romanzo di formazione, lo vediamo diventare un eroe, e assumersi l'arduo compito di diventare egli stesso divinatore, in grado di sentire la voce dei folletti, intenzionato a diffondere la loro saggezza e i loro avvertimenti tra gli uomini sordi a questi richiami, nella speranza che "qualcuno faccia qualcosa di intelligente, ma l'intelligenza è un bene prezioso e non sempre abbondante", come ci dice l'Autrice. Quello che puntualmente ottengono i divinatori sono odio e persecuzioni. "Le persone non vogliono conoscere le verità terribili e odiano chi le preannuncia. Ci accusano di essere noi a causare, evocandolo, il dolore che invece vogliamo solo evitare. Quando ho scoperto di avere lo stesso dono di mio padre, di essere anche io un divinatore, per qualche istante ho avuto la scelta: tapparmi le orecchie, vivere in pace, pascolare le mie pecore, fabbricare il formaggio. Oppure come mio padre intervenire e battermi con tutte le mie poche forze perché il male non inghiotta il mondo. Ho fatto la scelta di combattere. Mi chiamo Astridius, principe degli stracci, re dei folletti, e ho vinto la mia guerra." 
La bella e appassionante fiaba della De Mari ci diverte, ci commuove, ma soprattutto ci fa pensare. L'autrice ci ricorda che la verità è scomoda, è sgradita, è osteggiata, ma nondimeno deve essere proclamata e difesa. 
Chi lo fa deve sapere di essere uno straniero in un mondo ostile, impegnato in una lotta che non può finire sinchè il mondo durerà.

Paolo Gulisano

domenica 17 dicembre 2017

In difesa dei voti imprudenti - di Fabio Trevisan (da Riscossa Cristiana)

"L'anima della Decadenza è questa orribile favola dell'uomo che si trasforma senza sosta in altri uomini"

Nel primo saggio che Chesterton dette alle stampe, "The defendant" del 1901, tradotto in italiano con il titolo "L'imputato. Il bello del brutto" o anche con "L'imputato. In difesa di ciò che c'è di bello nel brutto del mondo", lo scrittore inglese perorò la causa di ciò che sembrava indifendibile, come ad esempio lo slancio dei voti precipitosi. Egli volle riconsiderare e rendere omaggio a quella qualità coraggiosa dell'uomo di essere se stesso fino in fondo, tenendo fede all'impegno assunto, sia che questo fosse il matrimonio con la persona amata sia che questo fosse un debito morale con altri uomini o con la propria patria: "L'uomo che fa un voto prende un impegno con se stesso in un tempo o luogo remoto. Il pericolo della cosa è che lui stesso non rispetti l'appuntamento". 
L'essenza della modernità, come paventava Chesterton, consisteva invece nella decadenza dell'uomo che non riusciva più ad essere se stesso, mutandosi vilmente in altro da sé, fuggendo dal proprio impegno e dalla propria responsabilità: "Questa è la condizione del decadente, dell'esteta, di colui che sostiene e pratica l'amore libero". Risulta davvero incredibile che Chesterton scrivesse e ammonisse contro quello spirito rivoluzionario che sfociò inesorabilmente nella cosiddetta "liberazione sessuale" del '68 e che lo facesse agli albori del XX secolo! Osava chiamare questa fraintesa libertà che tanto abbiamo pagato e che ancora stiamo pagando come una "tirannia decadente". Egli non si limitò soltanto a recriminare contro il simbolo della decadenza dell'amore libero, ma volle incensare gli uomini fondamentalmente sani di mente che sapevano tener fede all'impegno dato, al vincolo assunto: "L'uomo che fa un voto, per quanto azzardato, esprime in maniera sana e naturale la grandezza di un grande momento…per quanto possa essere stato breve l'attimo della sua risoluzione, come tutti i grandi momenti è stato un attimo di immortalità, e l'unico sentimento che avrebbe soddisfatto lo spirito di quest'uomo era il desiderio di poter dire: exegi monumentum oere perennius". Quest'ultima citazione in latino l'aveva ripresa dalle Odi di Orazio e significava "Ho eretto un monumento più durevole del bronzo". 
Contro questo sentimento forte e vincolante che qualificava l'uomo in quanto uomo, Chesterton intravedeva il disegno decadente e desolante che sfociava nella sola fragile emotività o nell'opportunità misera dell'esteta. Egli vedeva questa pericolosa tendenza che dissolveva i legami più forti e più sacri: "Ai nostri giorni la rivolta contro i voti è arrivata a comprendere quella contro il voto tipico del matrimonio ed è assai divertente ascoltare cosa hanno da dire gli oppositori del vincolo matrimoniale". Chi reputava il giogo matrimoniale come un laccio imposto all'umanità non aveva compreso, affermava il saggista londinese, la natura di questo vincolo sacro, come non aveva capito l'essenza del vero amore: "L'amore vincola se stesso per sua natura e l'istituto del matrimonio ha solo fatto all'uomo comune la cortesia di prenderlo in parola". Ecco perché, dinanzi alla religiosità del matrimonio affrontava quella che, in un altro libro, chiamò "la superstizione del divorzio". Al contrario, la decadenza mondana offriva tutte le possibilità di rompere quell'impegno sacro, come giustamente rilevava Chesterton: "All'amante i saggi moderni offrono le più grandi libertà e la più completa irresponsabilità, sfoggiando un sorriso smagliante dal sapore cattivo". 
Ed ecco le grandi considerazioni finali ancor oggi straordinariamente attuali: "I saggi moderni non rispettano l'uomo come faceva la vecchia Chiesa; non scrivono il suo giuramento nei cieli, a testimonianza del suo momento più alto…è proprio questa porta secondaria, la sensazione di avere una via di fuga alle spalle, che costituisce lo spirito paralizzante del piacere moderno".

sabato 16 dicembre 2017

venerdì 15 dicembre 2017

Posts from The Distributist Review for 12/15/2017

The week in review
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The Lost Condemnations of Capitalism

The Lost Condemnations of Communism of Vatican II make clear that communism is opposed to Catholic faith and morals, but so is capitalism.

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Globalization Must Not Be a New Form of Colonialism

Years ago, St. John Paul II critiqued the economics of globalization, and raised serious ethical questions about the way it is implemented.

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The High Costs of Low Prices

Today we are obsessed by the desire to keep prices down. Nevertheless, the cult of minimum prices can have some nasty consequences.

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Towards Nazareth

And now, O Jesus of Nazareth, I wonder and wonder again whether in going away from these home-crafts we did not go from Our Father into a far country...

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Esbozo de San Francisco



Un aforisma al giorno ⛵️

"Essere buoni è un'avventura più grande e ardita che fare il giro del mondo in una barca a vela".

Gilbert Keith Chesterton, Uomovivo

martedì 12 dicembre 2017

Un aforisma al giorno 📰✏️🗞

La notizia può essere falsa. O anche se non fosse falsa, può essere così selezionata da dare una fotografia completamente falsa del posto e dell'argomento di cui si discute. La selezione è la bella arte della falsità.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 6 Novembre 1909

Un aforisma al giorno 🥖 🧀

La libertà di parlare significa nella nostra civiltà moderna che dobbiamo parlare soltanto di cose non importanti. Non abbiamo il diritto di parlare della religione, perché questo non è liberale; non abbiamo il diritto di parlare del pane né del formaggio perché questo è un voler parlare di bottega; non ci è permesso parlare della morte perché cosa che ci rende tristi; e tanto meno non ci è permesso di parlare della nascita, perché non sarebbe argomento delicato. 

Gilbert Keith Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill

lunedì 11 dicembre 2017

Un aforisma al giorno (grazie, padre Brunelli)

Supponiamo che in un certo momento un certo uomo medievale possedesse solo tre libri medievali. Supponiamo che questi tre libri fossero: una versione delle opere di "Aristotele e della sua filosofia"; la Divina Commedia; la Somma teologica di san Tommaso d'Aquino. Questo non è possedere tre libri, ma tre mondi. Sono tre universi di pensieri e di sostanza o, piuttosto, tre aspetti dello stesso universo: uno positivo e razionale; l'altro immaginativo e pittorico; il terzo morale e mistico, ma intrinsecamente logico. Un uomo potrebbe possedere un'intera Biblioteca itinerante di romanzi moderni e poeti minori, senza ritrovarsi niente di simile a questo compendio cosmico, o a questo esame completo di tutti gli aspetti del mondo reale. Ma il punto vitale da cogliere è che quella filosofia considerata come filosofia, e anche quella teologia considerata come teologia, era qualcosa che tendeva a un equilibrio... si trattava di qualcosa di equilibrato e proporzionato... non era l'isolamento di un singolo pensiero.

Chesterton, Chaucer

domenica 10 dicembre 2017

Pirandello e Chesterton

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Luigi Pirandello, leggo sul Corriere della Sera di oggi.

Fu anche l'anno della morte del grande Chesterton, come noi ben sappiamo, che rispose a Sei personaggi in cerca d'autore  con la commedia La Sorpresa (una delle nostre passate strenne di Natale!). 

Trovate molte belle informazioni qui sul nostro blog, basta cercare col motore di ricerca in alto a sinistra. Tante belle scoperte e occasioni di buone letture.

Marco Sermarini


sabato 9 dicembre 2017

Un aforisma (leggero ed intenso, come il fumo della pipa...) al giorno

Ho passato gran parte della mia vita con l'immediata intenzione di imparare a fumare la pipa.

Gilbert Keith Chesterton

venerdì 8 dicembre 2017

La Distributist Review in pillole l’8 Dicembre 2017


The week in review
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Collusion of Big Business and Big Government

A standard critique of capitalism, going back to Chesterton and Belloc, is that it creates a collusion between Big Government and Big Business.

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Hurricane or No Hurricane—Why Don't They Just Go To Work?

After the massive floods in Texas caused by Hurricane Harvey, even the harshest judge of the poor could hardly ask, "Why don't they work?"

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Dorothy Day's Cross

Dorothy Day: "To become a Catholic meant for me to give up a mate with whom I was much in love. I chose God and I lost Forster."

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giovedì 7 dicembre 2017

Il teatrino giocattolo - di Gilbert Keith Chesterton (traduzione di Umberta Mesina - tutti i diritti riservati ©)

Il teatrino giocattolo - da Tremendous Trifles

C'è una sola ragione per la quale i grandi non giocano coi giocattoli; ed è una ragione giusta. La ragione è che giocare coi giocattoli richiede tanto più tempo e incomodo di qualunque altra cosa. Giocare come bambini significa che giocare è la cosa più seria del mondo; e non appena ci capitano piccoli doveri o piccoli dolori siamo costretti ad abbandonare in qualche misura un progetto di vita così enorme e ambizioso. Abbiano abbastanza forza per la politica e il commercio e l'arte e la filosofia; non abbiamo forza abbastanza per giocare.  Questa è una verità che chiunque riconoscerà se, da bambino, ha mai giocato con qualsivoglia cosa; chiunque abbia giocato con le costruzioni, chiunque abbia giocato con le bambole, chiunque abbia giocato coi soldatini di stagno. Il mio lavoro di giornalista, che incassa soldi, non è perseguito con la stessa terribile costanza impiegata in quel lavoro che non incassa niente. 
..... 
Prendiamo il caso delle costruzioni. Se domani tu pubblicassi un'opera in dodici volumi (che sarebbe proprio una cosa da te) su "Teoria e pratica dell'architettura europea", la tua opera può essere stata laboriosa ma è fondamentalmente frivola. Non è seria quanto è serio il lavoro di un bambino che impila un mattoncino sull'altro; per la semplice ragione che se il tuo libro è un cattivo libro nessuno mai sarà in grado di provarti del tutto e una volta per tutte che è un cattivo libro. Ma se l'equilibrio della sua costruzione è un cattivo equilibrio, semplicemente crollerà tutto. E se so qualcosa di bambini, lui si rimetterà al lavoro triste e solenne per costruirla di nuovo. Mentre, se so qualcosa di scrittori, nessuno indurrebbe te a riscrivere il tuo libro o neanche a pensarci di nuovo, se solo potrai farne a meno. 
Prendiamo il caso delle bambole. È molto più facile dedicarsi a una causa educativa che occuparsi di una bambola. È facile scrivere un articolo sull'educazione così come è facile scrivere un articolo sulle caramelle o suoi tram o su qualunque altra cosa. Ma badare a una bambola è quasi altrettanto difficile che badare a un bambino. Le ragazzine che incontro per le strade di Battersea venerano le loro bambole in una maniera che mi ricorda non tanto il gioco quanto l'idolatria. In certi casi l'amore e la cura per il simbolo artistico sono diventati molto più importanti della realtà umana che, suppongo, in origine dovevano significare. 
Ricordo una bambina di Battersea che portava in giro la sua robusta sorellina in fasce in una carrozzina per bambole. Avendole chiesto lumi su tale linea di condotta, ella rispose,"Io non ho una bambola e la Piccolina sta facendo finta di essere la mia bambola". La natura stava davvero imitando l'arte. In principio una bambola fu il sostituto di un bambino; in seguito un bambino diventò semplicemente il sostituto di una bambola. Ma questo ci porterebbe altrove: ora il punto è che una simile devozione assorbe la maggior parte della testa e la maggior parte della vita; proprio come se si trattasse davvero della cosa che si pensa simbolizzata. Il punto è che l'uomo che scrive della maternità è un puro e semplice esperto di educazione; la bimba che gioca con la sua bambola è una madre.  
Prendiamo il caso dei soldatini. Un tale che scrive un articolo sulla strategia militare è semplicemente un uomo che scrive un articolo; orrenda visione. Ma un ragazzino che scende in campo coi soldatini di stagno è come un generale che scende in campo con soldati in carne e ossa. Entro i limiti delle sue possibilità infantili, deve pensare alla situazione; laddove il corrispondente di guerra non ha bisogno di pensare a niente. Ricordo un corrispondente di guerra che, dopo la cattura di Methuen, commentò: "questo slancio di attività da parte di Delarey è probabilmente dovuto alla scarsità di scorte". Lo stesso critico militare  aveva accennato pochi paragrafi prima che Delarey aveva quasi addosso una colonna di inseguitori al comando di Methuen. Methuen dava la caccia a Delarey; e l'attività di Delarey era dovuta al fatto che stesse per finire le scorte. Altrimenti se ne sarebbe stato buono buono mentre gli davano la caccia. Io corro dietro a Jones con un'accetta e se lui si rivolta e cerca di liberarsi di me la sola spiegazione possibile che ha un credito piccolissimo in banca.  Non riesco a credere che nessun ragazzino che gioca coi soldatini sarebbe talmente idiota. Ma è anche vero che chiunque mentre gioca a qualunque gioco deve essere serio. Invece, e ho fin troppo buone ragioni per saperlo, se stai scrivendo un articolo puoi dire qualunque cosa ti salti in mente. 
.....
A grandi linee, dunque, ciò che trattiene gli adulti dal coinvolgersi nei giochi dei bambini, parlando in generale, non è che non vi trovino piacere; è semplicemente che non hanno agio di farlo. È che non possono permettersi il costo di fatica e tempo e attenzione per un programma tanto grandioso e grave. Io stesso ho tentato, per un po' di tempo, di portare a termine un dramma in un piccolo teatro giocattolo, il tipo di teatrino giocattolo che si usava chiamare "A Penny Plain and Twopence Coloured"; solo che io stesso disegnavo e coloravo le figure e i fondali. Ero in tal modo libero dall'umiliante obbligo di dover pagare uno o due penny; dovevo pagare soltanto uno scellino per del buon cartone e uno scellino per una scatola di cattivi acquarelli. La sorta di palcoscenico in miniatura a cui mi riferisco è probabilmente familiare a ciascuno; non è niente di più di uno sviluppo del palcoscenico che Skelt realizzava e che Stevenson celebrò. 
Ma per quanto io abbia lavorato assai più duramente al teatrino di quanto abbia mai lavorato a qualsivoglia racconto o articolo, non riesco a finirlo; l'opera sembra troppo pesante  per me. Devo staccare e dedicarmi a impegni più leggeri; come le biografie di grandi uomini. Il dramma di "San Giorgio e il Drago" per cui ho fatto le ore piccole (bisogna colorare il tutto alla luce della lampada, perché è così che lo si vedrà), manca ancora con grandissima evidenza, ahimè!, di due ali del Palazzo del Sultano e anche di un qualche metodo comprensibile e funzionale di tirar su il sipario. 
Tutto questo mi suscita un sentimento che sfiora il significato reale dell'immortalità. In questo mondo non siamo in gradi di avere piacere puro. Questo in parte perché il piacere puro sarebbe pericoloso per noi e per il nostro prossimo. Ma in parte è che il puro piacere è di gran lunga una fatica troppo grande. Se mai mi troverò in un altro e migliore mondo, spero che avrò tempo abbastanza da giocare coi teatrini e niente altro; e spero che abbastanza energia divina e sovrumana da recitarci perlomeno un dramma senza interruzioni. 
.....
Nel frattempo la filosofia dei teatrini giocattolo merita l'attenzione di chiunque. Tutte le morali essenziali che gli uomini moderni hanno bisogno d'imparare possono essere dedotte da questo giocattolo. Considerato dal punto di vista artistico, esso ci ricorda del primo principio dell'arte, il principio che ai nostri tempi corre il maggior rischio di essere dimenticato. Voglio dire il fatto che l'arte consiste di limitazioni; il fatto che l'arte è limitazione. L'arte non consiste nell'espandere le cose. L'arte consiste nel ritagliare le cose, così come io ritaglio con un paio di forbici le mie bruttissime figurine di sa Giorgio e del Drago. Platone, che amava le idee definite, apprezzerebbe il mio drago di cartone; perché, anche se la creatura ha pochi altri meriti artistici, perlomeno è dragonesca. Il filosofo moderno, che ama l'infinito, si accontenti pure del foglio di cartone vuoto. La cosa più artistica dell'arte teatrale è il fatto che lo spettatore osserva il tutto attraverso una finestra. Questo è vero perfino di teatri inferiori al mio; perfino nel teatro di corte di Sua Maestà il Re si guarda attraverso una finestra; una finestra insolitamente grande. Ma il vantaggio del teatro piccolo è precisamente che si guarda attraverso una finestra piccola. Non ha forse osservato chiunque di noi come qualunque paesaggio sembri amabile e sorprendente quando lo si guarda attraverso un arco? Questa forma netta e decisa, questo chiuder fuori qualunque altra cosa non è soltanto un aiuto alla bellezza; è l'essenziale della bellezza. La parte più bella di ogni quadro è la cornice. 
In particolare per il teatrino giocattolo è vero questo: che, riducendo la scala degli eventi, può introdurre eventi più grandi. Siccome è piccolo può facilmente rappresentare il terremoto in Giamaica. Siccome è piccolo può facilmente rappresentare il Giorno del Giudizio. Esattamente in quanto è limitato, esso può giocare facilmente con le città in declino o con le stelle cadenti. Intanto i grandi teatri sono costretti a risparmiare perché sono grandi. Quando avremo compreso questo fatto, avremo compreso qualcosa della ragione per cui il mondo è sempre stato ispirato innanzitutto dalle piccole nazionalità. La vasta filosofia greca poteva accomodarsi più facilmente nella piccola città di Atene che nell'immenso Impero di Persia. Nelle strette vie di Firenze Dante sentì che c'era spazio per il Purgatorio e il Paradiso e l'Inferno; sarebbe stato soffocato dall'Impero britannico. I grandi imperi sono prosaici per forza, perché supera l'umana potenza rappresentare un grande poema su così grande scala. Idee molto grandi si può solo rappresentarle in spazi molto piccoli. Il mio teatrino giocattolo è altrettanto filosofico quanto il teatro di Atene.

(traduzione di Umberta Mesina - tutti i diritti riservati ©)

____________

Note

1 - Un episodio della Seconda Guerra Boera (1902).

2 - I teatrini giocattolo di cui parla GKC erano fatti di cartone e cartoncino, non erano teatri di marionette o burattini. La frase "A Penny Plain and Twopence Coloured" era uno slogan dei produttori e significava "semplice un penny e colorato due penny"; indica il fatto che i fogli con i personaggi e i fondali costavano un penny se erano semplicemente stampati nero su bianco (plain), e due penny (twopence) se erano colorati. R.L. Stevenson, grande appassionato di teatrini giocattolo, usò la frase come titolo di un suo articolo riguardante i teatrini, in particolare quelli prodotti da Skelt.   



martedì 5 dicembre 2017

Chesterton, Tolkien e Lewis: identità, antimodernità e allegoria cristiana - Nazione Futura, Nazione Futura

Tratto dall'intervento di Paolo Gulisano alla conferenza "Alla ricerca dell'umanità perduta. L'antropologia in Chesterton, Tolkien e Lewis" del 24 febbraio 2017, organizzata dal Centro Studi Minas Tirith.
http://www.nazionefutura.it/idee/chesterton-tolkien-lewis-identita-antimodernita-allegoria-cristiana/



domenica 3 dicembre 2017

Un aforisma al giorno

C'è una cosa che Cristo e tutti santi cristiani hanno detto con una sorta di monotonia selvaggia. Hanno detto semplicemente che essere ricchi significa essere in particolare pericolo di rovina morale.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

The Scrappy Evangelist, di padre Paul Rowan, nuovo studio su GKC

El hombre que fue Chesterton | Babelia | EL PAÍS

Fernando Savater su Chesterton su El Pais.

https://elpais.com/cultura/2017/11/28/babelia/1511865847_652959.html

sabato 2 dicembre 2017

Un aforisma al giorno

Il giovane uomo moderno non modificherà il proprio ambiente, perché vorrà sempre cambiare idea.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia 

Un aforisma al giorno

Evoluzione è una metafora tratta da uno svolgimento puramente automatico. Progresso è una metafora tratta dal semplice camminare lungo una strada - molto probabilmente la strada sbagliata. Ma riforma è una metafora per uomini ragionevoli e determinati: significa che una certa cosa ci sembra senza forma e che abbiamo intenzione di dargliene una. E sappiamo quale.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

La Front Porch Republic ha bisogno di te ~ di Matteo Donadoni - da CampariedeMaistre

Mi piace, c'è molta Benedict Option (reale, non quella di chi non l'ha letto), c'è pure Belloc, pure Chesterton...

Commenti liberi.

Marco Sermarini


http://www.campariedemaistre.com/2017/12/la-front-porch-republic-ha-bisogno-di-te.html

venerdì 1 dicembre 2017

Il contadino che divenne papa - di Fabio Trevisan - da Riscossa Cristiana


"Aveva quel pregiudizio per cui la mistica parola "sì" dovrebbe essere distinta da quell'altrettanto insondabile espressione che è "no""
.
A pochi giorni dalla morte di Papa Pio X (1835-1914) Gilbert Keith Chesterton scrisse, in sua memoria, un interessante articolo sull'Illustrated London News, dal titolo "The peasant who became a Pope". Se pensiamo che la conversione ufficiale di Chesterton al cattolicesimo sarà nel 1922, questo commento del 29 agosto 1914 appare ancor più stupefacente. Il grande scrittore londinese aveva seguito le tracce che avevano rilevato il fatto che il defunto Papa era per nascita un contadino.
Questo fatto inconfutabile aveva alimentato nella mente di Chesterton una serie di considerazioni, prima fra tutte quella, altrettanto inconfutabile, che l'antico Papato costituiva praticamente l'unica autorità in cui questo poteva accadere: "Il più antico trono d'Europa è l'unico a cui possa salire un contadino". Inutile dire che a Chesterton quel mondo legato alla terra affascinava, tanto che l'amico e frate domenicano Padre Vincent McNabb gli dedicherà la sua opera più famosa, "La Chiesa e la terra" e che tutto il Distributismo, sorto con Hilaire Belloc attraverso la lettura attenta della Rerum novarum del 1891 di Leone XIII, poneva un ruolo centrale all'agricoltura, alla famiglia e alla proprietà privata.
Chesterton quindi, da grande pensatore e artista qual era, faceva balenare nelle menti ottuse degli scettici delle immagini che mostravano le conseguenze del fatto che San Pio X era stato un contadino di umili origini venete. Egli sosteneva infatti la semplicità e ragionevolezza del contadino: "Nel contadino che divenne Papa è ancora possibile trovare il tipo forte, paziente, arguto che mantiene vivi buon umore e carità tra milioni di persone…". Dinanzi a questa solare evidenza metteva a contrasto la spaventosa e inquietante cecità dei cosiddetti "illuminati" del mondo: "Hanno telescopi e non vedono; hanno telefoni e non odono. Una qualche segreta paralisi della mente o dei nervi impedisce loro di essere consapevoli di qualunque cosa sia evidente e presente". San Pio X attestava il fatto, ancora con le testuali parole dello scrittore inglese: "Questo era vero del grande prete che di recente ha reso a Dio il più terribile potere del mondo. Quelli che mormoravano contro di lui, si lagnavano della caparbietà e della riluttanza da contadino ma proprio quel motivo chiariva che la più antica istituzione rappresentativa d'Europa funziona, mentre tutte le nuove sono crollate".
Anche se Giuseppe Sarto, diventato Papa nel 1903, aveva tutti i pregiudizi di un contadino: "Aveva quel pregiudizio per cui la mistica parola "sì" dovrebbe essere distinta da quell'altrettanto insondabile espressione che è "no", quel sano realismo contadino si opponeva umilmente all'arroganza di tutta l'Intellighenzia europea (come la chiamava Chesterton): "Il Papa non pretese mai di avere un intelletto fuori del comune, ma sosteneva di essere dalla parte del giusto; e infatti c'era. Ogni uomo onesto …avrà ragioni per ringraziare la sua buona stella per il contadino in quell'alta posizione. Egli soppresse l'enorme eresia che due teste siano meglio di una, quando crescono sul medesimo collo. Soppresse l'idea pragmatista di volere la botte piena e la moglie ubriaca. Lasciò che le persone concordassero o no con il suo credo, ma non le lasciò libere di travisarlo". 
Queste frasi eccellenti di Chesterton andrebbero, ancor oggi, meditate a lungo assieme all'incredibile e commovente chiusa finale dell'articolo: "C'era in lui qualcosa di più, che non sarebbe stato nel comune contadino. Per tutto il tempo ha pianto a causa delle nostre lacrime; e gli si è spezzato il cuore per il nostro spargimento di sangue".