domenica 14 giugno 2026

Gilbert Keith, Jorge Luis e l’arte di conversare con il mondo | Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

 Bergoglio gli fece la barba, la sua donna gli disse di spararsi: otto  aneddoti per conoscere meglio Jorge Luis Borges - Linkiesta.it

di ANDREA MONDA

Non è un caso, anche perché il caso non esiste, che Jorge Luis Borges e Gilbert Keith Chesterton siano morti entrambi lo stesso giorno, il 14 giugno, ma a distanza di cinquant’anni uno dall’altro. Non è un caso perché i due scrittori hanno molte cose in comune, al di là dell’apparenza. Da una parte uno, il poeta argentino, un po’ dandy, dalla cultura enciclopedica, dalla raffinata conversazione, affascinato dalla figura di Cristo ma che sempre ha sfoggiato un malinconico scetticismo nei confronti della fede, e dall’altra il gigantesco romanziere e polemista inglese, un tomista col saio francescano, campione della fede cattolica al punto da essere definito defensor fidei da Pio XI. Niente in comune quindi, o molto poco... Ma scavando un po’ oltre l’apparenza si trova sempre qualche sorpresa.

Partiamo da Borges che nei saggi letterari e nelle sue conversazioni cita di continuo alcuni autori come veri punti di riferimento: Wilde, Poe, Kafka, Emerson e, soprattutto, Whitman, Omero e Virgilio, Dante e Cervantes ma, sopra tutti gli altri, Chesterton.

Il punto fondamentale di questa mia riflessione è biografico: io devo proprio al più giovane dei due, l’argentino, la conoscenza del più anziano inglese. Da qui la mia gratitudine immensa verso Borges.

Parliamo quindi di questo poeta che è anche sublime critico letterario e narratore. Il poeta di Buenos Aires sviluppa infatti ben presto una vena narrativa, tutta a favore del racconto breve rispetto al romanzo che non troverà mai congeniale perché «troppo artificiale» (dirà ad Alberto Arbasino in un’intervista del 1977): «I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling (…) e Stevenson (…). Il romanzo è sempre una costruzione, so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perché dovrei scriverne? Io non li leggo, all’infuori di Conrad, che mi piace molto». Questa osservazione contro l’artificiosità del romanzo è singolare in quanto lo stesso Borges sarà poi architetto di sofisticati racconti divenuti famosi per la loro complessità. Non a caso i due, Jorge Luis e Gilbert Keith si dilettarono con il genere giallo, il più “artificiale”, sofisticato e cerebrale dei generi letterari. E nei racconti di fantasia.

Come è noto nel 1938 lo scrittore ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita. Negli anni della malattia, lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori: la raccolta di racconti Finzioni (1944) e successivamente L’Aleph (1949) con cui Borges passa al genere fantastico, che per lui è quello principale della letteratura. Gli anni Quaranta, in cui la cecità diventa sempre più minacciosa, sono gli anni in cui il poeta argentino viene consacrato come grande autore di narrativa grazie anche alla realizzazione di una vera e propria mitologia letteraria composta da alcuni elementi simbolici che fino alla fine accompagneranno la poetica borgesiana: la biblioteca, il labirinto, il sonno e il sogno, gli scacchi, la spada, la tigre, la sabbia, lo specchio.

Nel 1955 Borges è ormai cieco quando viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Lo scrittore commenta così la nomina: «È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre». E nel 1980, nelle Conversazioni Americane, aggiungerà che «è dal 1955 che la mia vista non mi permette più di leggere, e allora non ho più letto nulla di contemporaneo. Penso di non aver mai letto un quotidiano in vita mia. Possiamo conoscere il passato, ma il presente è mistero per noi».

Borges è stato un grande sacerdote del culto dei libri spingendosi ad affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive. Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura che si manifesta nella credenza che fra autori e lettori s’instauri «un dialogo, una forma di relazione», «una collaborazione e quasi una complicità», in una parola, che la lettura sia un atto creativo.

Borges è uno scrittore che ama circondarsi di amici con i quali innanzitutto discute, di tutto, nasce così una vasta e variegata produzione di volumi di conversazioni dove forse Borges, uomo-biblioteca, dà il meglio di sé. Ma con gli amici Borges non solo conversa, ma anche scrive: in collaborazione con Adolfo Bioy Casares scrive nel 1942 Sei problemi per don Isidro Parodi e con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica (1957).

Da una parte quindi il poeta e il narratore lucido e raffinato, dall’altra il saggista e il conversatore appassionato: ovviamente le due anime sono una e si alimentano reciprocamente.

Borges amava la storia (scrive diversi libri di storia, Storia universale dell’infamia, Storia dell’eternità...) ma non ama le date, ad esempio uno dei suoi libri preferiti è L’uomo eterno di Chesterton, un saggio di storia universale senza neanche una data. E riecco qui Chesterton. Proprio su questo tema, proviamo a comparare due affermazioni dei due scrittori; scrive Borges: «Non credo nelle scuole. Non credo nella cronologia. Non credo nel datare le opere. Penso che la poesia dovrebbe essere anonima (...). Che cosa sappiamo dei nomi di quegli uomini che scrissero quel sogno meraviglioso che è Le mille e una notte? Nulla, e non ce ne importa. (...) Credo che per un autore la cosa migliore sia far parte di una tradizione, far parte di una lingua, perché la lingua si evolve mentre i libri possono essere dimenticati». Concetti molto vicini a quanto afferma Chesterton in Ortodossia: «La leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».

Un altro tema, forse quello principale, che unisce i due scrittori è il tema della meraviglia. Difficile trovare una pagina di racconto o romanzo oppure una poesia di Chesterton in cui non sia presente questa dimensione dello stupore. Qualcosa di più preciso possiamo citare di Borges il quale osserva una comune origine della poesia e della filosofia che, come ricordavano Platone e Aristotele, nasce proprio dalla meraviglia. Nel 1976 in un incontro presso l’Università dell’Indiana, Borges afferma: «... senza dubbio, la nostra esistenza è un fatto curioso. (...) il fatto di stupirsi di fronte alla vita può essere l’essenza della poesia. La poesia consiste nel sentire le cose come strane (...). L’unica differenza è che nel caso della filosofia la risposta viene data in maniera logica, mentre per la poesia si usa la metafora».

Dalla meraviglia al mistero il passo è breve. La “stoffa” di cui è fatta la realtà per Borges sembra essere il mistero che circonda ogni atto e attimo dell’esistenza umana. «Ogni poesia è misteriosa» afferma l’argentino, «nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Un’altra frase che spesso Borges cita in realtà è proprio di Chesterton e ci ricorda che «tutto passerà, resterà solo lo stupore e lo stupore per le cose quotidiane». È proprio lì, nelle cose quotidiane, che si annida, per entrambi i poeti, la meraviglia, perché: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese» (dal racconto L’attesa di Borges), oppure perché «Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta» (dalla poesia La felicità). Lo stupore di Borges è primigenio, è la meraviglia legata all’origine, lo stupore per il bene, quel bene che è l’esistenza stessa. Nella poesia Il mare si chiede: «Ma chi è il mare?» e annota che «Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. / Con lo stupore / che le cose elementari lasciano, i pomeriggi / belli, la luna, il fuoco di un falò». Le cose elementari, questo è un nodo centrale nella vita e nell’opera di Borges.

Conversando con Osvaldo Ferrari Borges osserva che: «È così difficile definire le cose. Proprio le più evidenti son quelle che è impossibile definire, giacché definire è esprimere una cosa con altre parole, ma queste possono esprimere meno di quello che va definito. Ciò che è elementare, per esempio non può essere definito; come si può definire il sapore del caffè o la mestizia grata che ci coglie all’imbrunire, o il sentimento di attesa, di speranza, naturalmente illusorio, che si può provare nel destarsi? Niente di questo può essere definito. Le cose astratte sì, possono esser definite; si può dare una definizione astratta di un poligono o di un congresso. Ma dubito che si possa definire un dolore di denti».

Borges e ancora di più Chesterton esprimono spesso i sentimenti che scaturiscono dalla meraviglia, innanzitutto la gratitudine, ma anche lo spaesamento e lo smarrimento che nascono dal sentire strane le cose, dal sentirsi straniero. Questo è un sentimento che accomuna Borges e Chesterton il quale diceva, sempre citato da Borges, che: «La realtà è più strana della finzione. E Chesterton la commenta acutamente e giustamente, credo, quando dice, “...la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”».

Nel saggio già citato L’uomo eterno, Chesterton afferma che «La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che che è straniero a questa terra (…) solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso».

I due oltre che poeti e scrittori, sono straordinari critici letterari. In particolare conoscere Borges equivale a fare la conoscenza con un uomo-biblioteca, una biblioteca ambulante che, con dolcezza e humour, ti accoglie nei suoi meandri labirintici senza farti disorientare e guidandoti per mano a scoprire i mille tesori che contiene. È in quella biblioteca che ho fatto la conoscenza di Chesterton.

Borges critico letterario ma anche cinematografico. I suoi saggi di critica cinematografica sono formidabili soprattutto se si pensa che la sua fu una corsa contro il tempo, man mano che la miopia progressiva aumentava. Narratore, poeta e critico Borges fu però, innanzitutto, un grande conversatore, come Wilde, anche lui molto amato da Borges, e proprio come il suo “maestro” Chesterton. I due avevano una curiosità quasi bambina rispetto praticamente a tutto. E di tutto parlavano. Nei tre volumi curati da Osvaldo Ferrari (non gli unici dedicati alle conversazioni di Borges) si parla veramente di ogni aspetto dello scibile umano: dallo humour ai sogni, dalla poesia di Shakespeare alla mitologia nordica, al «sapore dell’epica», dal cinema westernalla memoria, dalla politica ai dialoghi, dall’amore a Socrate, dalle prefazioni a Melville, dal mare a Thoreau fino all’amato Chesterton che ritorna di continuo. Ecco ad esempio un suo ritratto, appassionato e lucidissimo: «Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi L’uomo che fu Giovedì, ha come sottotitolo Un incubo. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì, e gli siamo grati della scelta, essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta... La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

L’ultima affermazione posso dirla anch’io, e la dico rivolgendomi, con gratitudine, proprio a Borges.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-06/quo-133/gilbert-keith-jorge-luis-e-l-arte-di-conversare-con-il-mondo.html?fbclid=IwY2xjawSaw45leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHl1a2GxOxpmbCb0QAILK5nTAxKR84KiYIPMgw9DSLtx6zS3YhdD7EgXgzHEc_aem_dA9hmymH4-1YNNept_swZA

sabato 13 giugno 2026

Domani, amici, domani ci vediamo, vi aspettiamo tutti per stare insieme da buoni amici!!! XXIII Chesterton Day!

 XXIII CHESTERTON DAY

cioè il Chesterton Day del novantesimo anniversario della morte di Chesterton, del centoventicinquesimo anniversario del matrimonio di Gilbert Keith Chesterton e Frances Blogg e comunque il bel Chesterton Day del 2026! 

Esso si terrà proprio 

DOMENICA 14 GIUGNO 2026

a San Benedetto del Tronto, Centro Educativo La Contea (Contrada Santa Lucia).

Programma

ore 19.00 - Processo ad un Uomo Vivo - Una mostra su due gambe.

ore 21.30 - Un Uomo Vivo a novanta anni dalla morte. Incontro con Peppino Zola, Fabio Trevisan, Marco Sermarini con interventi liberi dei soci della Società Chestertoniana Italiana.

Parleremo di questi novant'anni, del matrimonio tra Gilbert e Frances, del distributismo, dell'essere vivi, del nonsense.


venerdì 12 giugno 2026

Un aforisma al giorno - Nessuna guerra alla vita e alla natura.

Nulla di più comune, per esempio, che trovare un critico moderno che scriva cose di questo genere: 'Il Cristianesimo fu soprattutto un movimento ascetico, una corsa al deserto, un rifugio nel chiostro, una rinuncia alla vita e alla felicità; esso non fu che parte di una fosca e inumana reazione contro la natura stessa, un odio pel corpo, un aborrimento dell'universo materiale, una specie di suicidio universale dei sensi e anche dell'individuo. Derivava da un fanatismo orientale come quello dei fachiri, ed era basato su un pessimismo orientale che considerava l'esistenza stessa come un male'. In tutto questo la cosa straordinaria è che tutto è verissimo; vero in ogni particolare, con la sola differenza che è attribuito erroneamente a chi non ci ha niente a che vedere. Non è vero della Chiesa; è vero delle eresie condannate dalla Chiesa. È come se uno fosse obbligato a scrivere un'analisi degli errori e del malgoverno dei ministri di Giorgio III, con la piccola inesattezza che tutto il racconto si riferisse a Giorgio Washington; o come se uno facesse un elenco dei delitti dei bolscevichi con la sola variante di attribuirli allo zar. La Chiesa primitiva fu, sì, ascetica, ma in dipendenza di una filosofia totalmente diversa da quella di una guerra alla vita e alla natura; la quale realmente esistette nel mondo, e basterebbe che i critici sapessero dove andare a cercarla.

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno.

Una vecchia edizione
de L'Uomo Eterno




giovedì 11 giugno 2026

Un aforisma al giorno - Un animale che fa dogmi.

L'uomo può essere definito un animale che fa dei dogmi.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.


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mercoledì 10 giugno 2026

Un aforisma al giorno - Semplicità, non un sistema.

L'unico genere di semplicità che vale la pena preservare è la semplicità del cuore, la semplicità che accetta e gode. Se può esservi un ragionevole dubbio su quale sistema permetta di preservarla, non ve ne è alcuno sul fatto che un sistema della semplicità la distruggerebbe. Vi è più semplicità nell'uomo che mangia caviale per impulso che nell'uomo che mangia cereali per principio.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.





martedì 9 giugno 2026

XXIII Chesterton Day - Il programma.



XXIII
 CHESTERTON DAY

cioè il Chesterton Day del novantesimo anniversario della morte di Chesterton, del centoventicinquesimo anniversario del matrimonio di Gilbert Keith Chesterton e Frances Blogg e comunque il bel Chesterton Day del 2026! 

Esso si terrà proprio 

DOMENICA 14 GIUGNO 2026

a San Benedetto del Tronto, Centro Educativo La Contea (Contrada Santa Lucia).

Programma

ore 19.00 - Processo ad un Uomo Vivo - Una mostra su due gambe.

ore 21.30 - Un Uomo Vivo a novanta anni dalla morte. Incontro con Peppino Zola, Fabio Trevisan, Marco Sermarini con interventi liberi dei soci della Società Chestertoniana Italiana.

Parleremo di questi novant'anni, del matrimonio tra Gilbert e Frances, del distributismo, dell'essere vivi, del nonsense.

Un aforisma al giorno - Amare le cose immortali.

L'uomo non può amare le cose mortali. Può amare solo, per un istante, le cose immortali.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.



lunedì 8 giugno 2026

Un aforisma al giorno - Speranza, irragionevole quanto indispensabile.

Quando il trionfo è il metro di giudizio di ogni cosa, gli uomini non sopravvivono mai abbastanza a lungo da trionfare. Finché la vita è piena di speranza, la speranza è una mera lusinga o un cliché; è solo quando tutto è disperato che la speranza comincia a diventare vera forza. Come tutte le virtù cristiane, è tanto irragionevole quanto indispensabile.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.



domenica 7 giugno 2026

L'Uomo che fu Giovedì, Gilbert Keith Chesterton, 1908.





Ecco che vi presentiamo il romanzo forse più famoso di G. K. Chesterton: un racconto subito accolto positivamente dalla critica e che dal 1908, data della sua pubblicazione, non fu mai mandato fuori stampa, ma è sempre stato presente negli scaffali delle librerie. 

Quella de L’Uomo che fu Giovedì sembra iniziare come una storia già vista ala maniera del classico poliziesco, ma con lo scorrere delle pagine il mistero si infittisce fino ad arrivare a discutere di un mistero molto più grande dei protagonisti: quello della Creazione. 

Il nostro Chesterton, maestro dei paradossi, inizia il racconto proprio così: Gabriel Syme, poeta improvvisatosi detective della polizia, si infiltra in una riunione privata e segreta di anarchici e si fa eleggere nel consiglio, formato da sette membri, sette come i giorni della settimana, assumendo la veste di “Giovedì”, ovvero uno dei componenti dell’Alto Consiglio degli Anarchici; ed ecco il primo paradosso: la necessità di un organo di governo costituito da soggetti che si dedicano a distruggere i governi; una gerarchia per far saltare in aria le gerarchie, commenta giustamente Dale Ahlquist. A questo proposito si può aggiungere anche che Syme stesso diventa detective perché in fondo è un ribelle, ma contro la ribellione. 

Gabriel Syme viene reclutato da un agente che gli spiega la differenza tra anarchici veri e fasulli, anzi innocenti che credono solamente che le regole siano cattive. I veri anarchici sono peggiori: Chesterton, che spesso parla per bocca dei suoi personaggi, ci dice che significano la morte, e quando dicono che l’umanità sarà finalmente libera, intendono dire che l’umanità si suiciderà. Quando parlano di paradiso senza giusto né sbagliato, intendono la tomba. Hanno solo due oggetti: distruggere l'umanità e poi se stessi.

Mentre la storia si dipana, Syme scopre di non essere l’unico infiltrato e, in un libro che è una cascata di sorprese, con maschere che cadono e misteri che s'infittiscono, in forza di questa consapevolezza insorge nel lettore e nei personaggi stessi questa domanda (e sotto di essa la voragine del dubbio): e se Domenica, il capo supremo dell’Alto Consiglio Anarchico, uno che indossa a sua volta una maschera? Qual è la vera identità del personaggio più ingombrante del libro e della vita dei suoi personaggi? 

Non vi diremo mai chi è Domenica, ma ce lo dirà Chesterton stesso con il suo modo di scrivere travolgente. Ma non sarà facile lo stesso, tanto che Chesterton tornerà sull'interpretazione di questo giallo metafisico (è sua la definizione, assieme a quella ancor più densa di "autobiografia romanzata") nella sua vera Autobiografia

Possiamo aggiungere: lungo tutta la storia, GKC ci proporrà un assaggio della sua filosofia sociale: non sono solo i lanciatori di bombe ad essere degli anarchici e dei nemici, ma ne esiste un’altra di categoria di malvagi dediti alla distruzione della società nella maniera più ingannevole: questi sono i ricchi. “I poveri si oppongono a essere governati male. I ricchi si oppongono all'essere governati".

Questo romanzo è il Chesterton più pirotecnico che abbiamo a disposizione: la trama è avvincente, la scrittura è un continuo rimando alle idee fondamentali della sua filosofia, pieno di affermazioni degne di essere incorniciate, una delle fonti più fornite dei suoi proverbiali aforismi. Gli echi fortissimi del Libro biblico di Giobbe si fanno sentire, inclusa l'idea che serpeggia per cui la realtà è un mistero buono ma che va compreso amandolo.

Una parte da non sorvolare assolutamente, anche se per comprenderla appieno occorrerà accostarsi ai momenti giovanili della vita di Chesterton e del suo amico e compagno di scuola Bentley, è la dedica in forma poetica: essa è appunto indirizzata a Edmund Clerihew Bentley, che aveva condiviso con lui domande, arcani dubbi e le strade per uscire dal vicolo chiuso del non senso (Whitman, Bunyan, Stevenson...).

Un vero capolavoro che Chesterton annovera tra le sue opere più importanti e fondative, assieme ad Ortodossia, uscita non a caso nello stesso anno, per il valore riepilogativo del suo pensiero. 


sabato 6 giugno 2026

Un aforisma al giorno - Chesterton e il successo...

Il culto del successo è l'unico di tutti i possibili culti di cui si possa dire che i suoi seguaci sono condannati a diventare schiavi e codardi.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.



venerdì 5 giugno 2026

Una bella notizia! Un Chesterton Day inglese!

Riceviamo dal nostro carissimo Stuart McCullough e volentieri pubblicizziamo. Ci sarebbe piaciuto andare in gruppo, ma il nostro Chesterton Day del giorno dopo ce lo impedisce.

Il nostro presidente Marco Sermarini farà un breve intervento video.

È una felicissima notizia quella di oggi, è un ulteriore moto di rinascita e di risveglio preziosissimo dell'interesse per Chesterton nella sua medesima patria, assieme a quello del Pellegrinaggio annuale da Kensington a Beaconsfield.

Ecco l'invito di Stuart:



La conferenza “Discovering Chesterton” si terrà a Londra sabato 13 giugno. In questa giornata dedicata a Gilbert Keith Chesterton, giornalista cattolico, romanziere, saggista, apologeta, conferenziere, drammaturgo, poeta, marito affettuoso, amico, zio adottivo e persino potenziale santo, potrete approfondire la sua vita e la sua opera. 

Prenotazione obbligatoria. 

Prezzo del biglietto: £15. 

Per prenotare, inviate un'e-mail a catholicgkcsociety@yahoo.co.uk o chiamate il numero 07795205114. 

È previsto un pranzo leggero! 

www.catholicgkchestertonsociety.co.uk










giovedì 4 giugno 2026

L'ultimo articolo di Chesterton per l'Illustrated London News - Traduzione di Marco Sermarini ©.

Il Royal Pavilion di Brighton

Cari amici,

ho il piacere di presentarvi la traduzione dell'ultimo articolo prodotto da Chesterton per l'Illustrated London News, la testata a cui aveva collaborato sin dal settembre 1905 ininterrottamente sino a questo numero uscito il 20 giugno 1936, cioè sei giorni dopo la morte di Chesterton.

La direzione pensò di ripubblicare anche il primissimo articolo del 1905 a fianco dell'articolo di cui segue la traduzione, mi auguro accettabile.

Del giornale abbiamo parlato diverse volte in questo blog, ed è una delle fonti più citate degli aforismi che proponiamo pressoché ininterrottamente da venti anni.

L'articolo fu pubblicato nella solita maniera, preceduto sotto alla caratteristica immagine che presentava la rubrica di Chesterton, dal seguente titolo in maiuscolo:

By G. K. CHESTERTON-HIS LAST "NOTEBOOK" FOR "THE ILLUSTRATED LONDON NEWS."

Mi limito a ripetere ciò che sostengo da sempre, e cioè che questa rubrica ha dato modo a Chesterton di produrre forse le sue cose più belle; forse il vezzo tipicamente inglese di dover evitare di toccare temi religiosi (vincolo che gli aveva dato la direzione) lo obbligò ad essere ancora più bravo e sottile nel reperire il Mistero buono di Colui che fa tutte le cose ovunque si trovasse, un po' come successe per la sua collaborazione alla BBC. In ogni caso le numerose raccolte di articoli che costituiscono una fetta non trascurabile della sua produzione bibliografica traevano il loro contenuto in molti casi da questi articoli.

Ho raccontato in giro, tra conferenze ed inutili prefazioni, l'ansia di cui erano intessuti questi articoli, che dovevano partire entro una certa ora di un certo giorno della settimana: la semplice scadenza gli creava un patema ancor maggiore dell'idea di scrivere di un articolo. Questo obbligava spesso la povera segretaria di turno (massimamente Dorothy Collins) a partire di corsa in bicicletta per consegnare al macchinista dell'ultimo treno in partenza da Beaconsfield per la stazione di Paddington a Londra l'involto di carta con l'articolo, solitamente scritto a macchina dalla segretaria, che Chesterton aveva prodotto alla stregua di una partoriente, non senza aver ripetuto più volte agli astanti (moglie, segretaria, personale domestico...) frasi del tipo "ma per una volta faranno a meno di questo articolo", o che i lettori non si sarebbero persi nulla di importante non leggendolo...

Quella che vi presento oggi è l'ultima fatica per il popolo e per il mondo, il suo caro mondo da cui aveva scelto di estrarre con i suoi articoli "la struttura sacramentale", come diceva padre Ian Boyd, cioè tutto ciò che del mondo riporta al Mistero di Dio che lo ha fatto, quel mondo che aveva deciso fosse cosa buona, cosa che lo spinse a dirlo a tutti facendo il mestiere del giornalista così come qualcuno decide di ascoltare la chiamata al sacerdozio.

Sei giorni dopo la sua morte Chesterton parla ancora, con la stessa voce divertita e cristallina di quando era un bambino, e questo continua ancora oggi. Noi gli offriamo questo modesto ma onesto pulpito.

Marco Sermarini

***


La vera obiezione contro il mondo capovolto, o un mondo in cui tutto sta a testa in giù, è che un uomo vi non può stare a testa in giù. Nel regno dell’anarchia, l’anarchico svanisce in modo più totale rispetto ai governanti o ai saggi razionali; e non c’è nulla di sfacciato, nulla di irriverente, nella semplice inversione dell’inversione. Ecco perché è sempre difficile far risaltare qualcosa da una descrizione di pura e sconcertante irragionevolezza; e persino gli effetti grotteschi della deformità si perdono in una totale perdita di forma. 

Una stravaganza può essere una forma d'arte molto raffinata: ma corre il rischio particolare di diventare noiosa. Le sue proporzioni devono essere gestite con ancora più abilità e lungimiranza rispetto al tipo più formale di bellezza classica. 

Far emergere il pazzo dal manicomio è un trionfo ben più raro per un romanziere che limitarsi a lasciare il pazzo nel manicomio; o risolvere la questione, come troppo spesso si fa oggi, rinchiudendo anche il romanziere nello stesso manicomio a vita.

È tanto più memorabile quando ci imbattiamo in una tale montagna di mostruosità che spicca persino in un mondo mostruoso. Ho appena letto quello che si può giustamente definire un libro di pazzi: e quasi tutti i suoi racconti e le sue immagini sono folli. Eppure in esso c'è solo un momento selvaggio di perfetta follia che mi fa dimenticare tutto il resto. 

Il libro non è un romanzo, ma una testimonianza molto realistica, attendibile e ben scritta su alcuni dei fanatici più famosi che, a intervalli regolari nel corso degli ultimi due o tre secoli, hanno rivendicato in questo Paese onori più o meno divini. Si intitola “English Messiahs: Studies of Six English Religious Pretenders, 1656 - 1927” (Messia inglesi: studi su sei sedicenti religiosi inglesi, 1656-1927), scritto da Ronald Matthews e pubblicato da Methuen and Co. I fatti raccolti dal signor Matthews sono molto illuminanti e istruttivi, e la sua visione storica generale e il suo commento sono molto equi. L'impressione generale che ne ricavo, almeno per quanto mi riguarda, è che questi strani scoppi di egoismo spirituale, in persone come James Nayler (1) o Joanna Southcott (2), avessero un elemento che era una fonte continua di debolezza e un altro che era in un certo senso una vera fonte di forza. Il primo era che in questo tipo di religione interamente individualistica, non istruita e non guidata, c'era un gioco perpetuo di emozioni sessuali, tanto più pericoloso e fonte di distrazione in quanto mascherato sotto altri nomi. Il secondo era che il risveglio religioso aveva generalmente un legame reale con autentici malcontenti sociali, i cui istinti erano in gran parte generosi e giusti, ma che erano tanto più facilmente ignorati in quanto identificati con teologie folli ed effimere. 

Sembra chiaro che Nayler il quacchero non fosse in origine, in senso negativo, un «falsario religioso»: e che non sarebbe mai stato nemmeno un Messia inglese se non fosse stato spinto da una donna sfrenata e ignorante, che lo circondò di pubblicità profana, culminata in una parodia pantomimica della Domenica delle Palme.

Egli stesso era per natura, immagino, un idealista intellettuale e sensibile. È superfluo aggiungere che, come molti altri idealisti intellettuali, era uno sciocco: e praticamente permise alla donna di renderlo ridicolo in ogni modo. Un simile tipo di romanticismo soffocato sembra covare sotto la cenere in tutta la storia di Joanna Southcott, che fornì l'indizio tardivo della propria turbolenta carriera annunciando, al sessantacinquesimo anno di vita, che stava per diventare madre di un essere che sembrava essere identico allo Spirito Santo. 

Eppure, è proprio in questo punto della narrazione, che sembra essere diventata troppo stravagante per qualsiasi paragone in termini di stravaganza, che emerge la stravaganza suprema che mi sconvolge come un terremoto di risate. A quel punto immaginavo di aver letto così tante folli esternazioni di pazzi da non riuscire più a reagire a nessun oltraggio alla ragione, né tantomeno a distinguere tra follia e sanità mentale. Eppure fu proprio allora che il grande scherzo si ergeva come un gigante sul mio cammino. Posso solo riportarlo con la solennità che uno scherzo del genere merita: 

«L’Onnipotente Shiloh, terzo rappresentante della Divinità», doveva essere anche «il giovane tutore del Principe Reggente (3), nei cui palazzi il fanciullo trascorrerà i suoi primi sei anni, e dal quale il Principe riceverà per primo le lezioni di riforma e temperanza». 

Non so come delle semplici parole possano rendere l'idea di una cosa del genere. Mi sono spesso chiesto a cosa servisse davvero il Padiglione di Brighton (4). Posso solo supporre che fosse una sorta di approssimazione azzardata dello scenario e dell'ambientazione adatti a uno scherzo del genere. 

Povero vecchio Principe Reggente! Aveva ammirato molte donne; non sempre con saggezza, ma nemmeno sempre con imprudenza. 

Era stato uno dei primi, ad esempio, ad ammirare Jane Austen. 

Era infatti un uomo dotato di arguzia generosa e genuina, di gusto e di amore per le lettere, e persino per la cultura. Aveva ammirato anche Perdita. Aveva ammirato la signora Fitzherbert (5), e lo aveva fatto con una nobile ammirazione degna di una donna così sana e ammirevole. D'altra parte, aveva palesemente fallito nell'ammirare Carolina d'Ansbach (6); e non credo che avrebbe ammirato con tutto il cuore Joanna Southcott; anche se penso che, tra le due, avrebbe preferito lei. Aveva il limite o lo svantaggio di detestare la volgarità: ma la maggior parte degli uomini che detestano la volgarità la preferiscono quando è cordiale, umana e popolare, e la odiano di più quando è orgogliosa, pretenziosa e plutocratica. 

Ma l'immagine di quel povero vecchio epicureo, dandy, ubriacone e gentiluomo per eccellenza, che barcolla lungo il suo ultimo, oscuro cammino verso il suo cupo e grottesco Padiglione; e lì riceve improvvisamente le sue prime lezioni di riforma e temperanza da un bambino che sembra non aver ancora compiuto sei anni... davvero non sembra esserci nulla di adeguato che si possa dire al riguardo.

Inutile dire che non c'è mai stato nulla di così falso, appariscente o fuorviante come l'abile tentativo di Thackeray di trasformare la tragedia di Giorgio IV in una farsa. 

Nulla potrebbe essere meno vero dell'idea che il dandy fosse solo un manichino: che sotto la Star and Garter (7), il colletto di pelliccia e il bel cappotto non ci fosse altro che gilet, sottogilet e un grande vuoto. 

George era ormai alla fine della sua vita; all’apparenza, un vecchio aristocratico tory gonfio, rabbiosamente reazionario e autocraticamente autoindulgente, così ben abbottonato e mascherato da ingannare l’intera generazione emergente dei liberali facendoglielo sembrare superficiale… come Thackeray. Ma il suo segreto era che sotto quella Star and Garter e quel cappotto con il collo di pelliccia si nascondeva qualcosa di molto più oscuro e sconcertante dei gilet. Sotto quel cappotto c'erano uomini morti: un amante morto, un liberale morto, un amico morto degli amanti della libertà, un amico morto dell'Irlanda; e quello che avrebbe potuto essere un grande re d'Inghilterra. Se la sua giovinezza e il suo onore non fossero stati spezzati da un atto di bigottismo piuttosto brutale, in occasione del suo primo matrimonio, avrebbe potuto davvero guidare la gioventù del suo tempo e il ritorno a molte cose umane e storiche: rinascite, riconciliazioni e riforme. Avrebbe potuto entrare in contatto con la vera politica popolare; e forse avrebbe avuto qualcosa da dire in sintonia persino con la religione popolare. Perché in quel momento in Inghilterra erano in moto forze molto più profonde del semplice ritocco dei politici; e questo, come ho detto, è illustrato molto vividamente nell'interessante libro del signor Matthew. Echi della grande voce di Cobbett si possono talvolta udire nei discorsi impetuosi del signor John Tom, che si definiva il «Salvatore» dei contadini.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 20 giugno 1936.

(traduzione di Marco Sermarini ©)



Note:

(1) Fu un riformatore inglese (1617 - 1660). Servì nell'esercito parlamentare sotto Th. Fairfax e J. Lambert; entrò tra i quaccheri ove si procurò molti discepoli, che lo onoravano come un nuovo Cristo; arrestato sotto accusa di blasfemia fu condannato dal parlamento ad avere la lingua trafitta da un ferro rovente e la fronte marcata.

(2) Visionaria (1750 - 1814); inizialmente metodista, predicò poi presentandosi come profetessa e descrivendosi come colei che avrebbe dato al mondo un nuovo Cristo. Scrisse libri di visioni e profezie ed ebbe seguaci. Chesterton la chiama in causa anche in Ortodossia.

(3) Qui si allude a Giorgio IV (1762 - 1830), che detenne il titolo di Principe reggente durante la malattia mentale di suo padre, Giorgio III.

(4) Il Royal Pavilion (noto anche come Padiglione di Brighton) è una costruzione che assomma diversi stili di gusto orientale, voluta da Giorgio IV. Chesterton lo richiama anche in Ortodossia.

(5) Maria Anne Smythe (1756 - 1837) fu moglie morganatica di Re Giorgio IV. Il matrimonio fu in seguito annullato perché avvenuto senza il consenso di Re Giorgio III.

(6) Carolina d'Ansbach (1683 - 1737) fu regina consorte del Regno Unito perché moglie di Giorgio II; fu donna molto influente.

(7) La Star and Garter è l'emblema di un antico ordine cavalleresco inglese, secondo solo alla Victoria Cross e alla George Cross. Fu istituito tra gli altri da re Edoardo III e dal Principe Nero.

Membri dell'Order of Garter
che indossano il mantello
con il tipico stemma.




mercoledì 3 giugno 2026

La speranza è una compagnia che ci precede - Chesterton e la difesa di "amici ancora vivi e disposti a morire", contro l’eroismo solitario (l'intervento di Annalisa Teggi al convegno di Fano del 29 maggio 2026).

Dall'account Substack di Annalisa Teggi:

Quella che segue è la trascrizione di una chiacchierata/conferenza che ho tenuto presso l’Associazione culturale Don Luigi Negri di Fano il 29 maggio 2026

1. Spoiler: la speranza comincia da due

Di solito è brutto fare lo spoiler di un film, svelare il finale. Ma infrango questa regola e dico subito qual è il punto di arrivo della mia chiacchierata con voi:


«Accadrà qualcosa che distruggerà questo egoismo, questo isolamento di milioni di persone. Perché non cominciamo noi, tu ed io?»


G. K. CHESTERTON, da Il Napoleone di Notting Hill



Il resto è in questo collegamento:


https://annalisateggi.substack.com/p/la-speranza-e-una-compagnia-che-ci?r=kghqv&utm_id=97758_v0_s00_e233_tv2_tp2_a1dennhbbrkrxa&fbclid=IwY2xjawSLU45leHRuA2FlbQIxMABicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHmjXBooNvIcm2vNka6r_s9HfhTMv5PK7eZMV_bcOUplO19PyyTA8aiV5YbHm_aem_EsOGZDeAhhx_7MFKgItWBw

Qui qualche immagine dal convegno di Fano (grazie al Centro Culturale Mons. Luigi Negri):








martedì 2 giugno 2026

Un aforisma al giorno - La grande gioia.

La grande gioia non raccoglie boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissi sula rosa immortale descritta da Dante. La grande gioia ha in sé il senso dell'immortalità; lo splendore stesso della giovinezza sta nella sensazione di avere lo spazio necessario per distendere le gambe.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.



lunedì 1 giugno 2026

L'ultimo "Our Note-book" firmato da Chesterton per l'Illustrated London News del 20 giugno 1936.


Iniziamo il mese di giugno 2026, il mese del novantesimo anniversario della morte di Chesterton, a colpi di cannone di un certo calibro. Almeno per me lo sono, cari amici.

GKC era morto da sei giorni quando apparve questo brevissimo fondo e, nelle pagine successive, il suo ultimo contributo alla rubrica che era stata sua per trentun anni. Nell'occasione fu riprodotto anche il primo contributo, pubblicato nel settembre 1905. Successivamente la rubrica fu tenuta da Arthur Bryant per cinquant'anni. Bryant spese per Chesterton parole meravigliose. Qui in quest'altro post trovate altre belle cose di Bryant e anche la sua fotografia (è sempre bello avere in mente le facce di chi parla quando si legge qualcosa, e qui ci sforziamo di aiutarvi in questo). Qui invece trovate la storia della rubrica Our Note Book. Prossimamente proveremo a farvi avere la traduzione dei due articoli, che mi sembra siano del tutto inediti nella lingua di Dante.

Marco Sermarini

***

"G. K. C.": THE LATE GILBERT KEITH CHESTERTON, WRITER OF "OUR NOTE-BOOK" FOR THIRTY•ONE YEARS, ESSAYIST, NOVELIST, POET, DRAMATIST, CRITIC, AND PHILOSOPHER.

The death of Mr. Chesterton, which we and our readers have special cause to lament, is a great loss to English literature. On another page of this number appears the last of that inimitable series of articles which he had contributed. week by week, to our pages for nearly thirty-one years— wonderful record!

The first article—reprinted opposite his last-appeared in the number for September 30, 1905, and its beginning struck the characteristic note which he constantly maintained a humorous approach to serious subjects, a genius for paradox, and a logical method of exposing fallacies. Mr. Chesterton was born in 1874 at Kensington, and was educated at St. Paul's School. For a few months he studied art at the Slade School. In his time he played many literary parts and produced a vast output.

His works include essays, poems, historical and biographical studies, plays, novels, detective stories, and books of travel. Above all, he was among the foremost essayists of his time. His last volume in that vein— "As I Was Saying "has just appeared. Recently he completed his autobiography.

(nostra traduzione: "G. K. C.": IL DEFUNTO GILBERT KEITH CHESTERTON, AUTORE DI "OUR NOTE-BOOK" PER TRENTUNO ANNI, SAGGISTA, ROMANZIERE, POETA, DRAMMATURGO, CRITICO E FILOSOFO.

La scomparsa del signor Chesterton, che noi e i nostri lettori abbiamo motivo di lamentare, rappresenta una grande perdita per la letteratura inglese. In un'altra pagina di questo numero compare l'ultimo di quell'inimitabile serie di articoli cui ha contribuito settimanalmente dalle nostre pagine per quasi trentun anni: un record straordinario!

Il primo articolo, ristampato di fronte all'ultimo, apparve nel numero del 30 settembre 1905 e il suo inizio rivelava la sua caratteristica costante: un approccio umoristico a temi seri, un genio per il paradosso e un metodo logico per smascherare le fallacie. Il signor Chesterton nacque nel 1874 a Kensington e studiò alla St. Paul's School. Per alcuni mesi studiò arte alla Slade School. Durante quel periodo si cimentò in numerose attività letterarie e diede vita ad una vasta produzione.

Le sue opere includono saggi, poesie, studi storici e biografici, opere teatrali, romanzi, racconti polizieschi e libri di viaggio. Soprattutto, fu tra i più importanti saggisti del suo tempo. Il suo ultimo volume in questo genere, "As I Was Saying", è appena uscito. Recentemente ha completato la sua autobiografia).