mercoledì 20 gennaio 2010

Ancora su Crocifisso e libertà...

Da Alessandro Canelli riceviamo e vi giriamo volentieri due collegamenti e il suo commento:

il primo dal Times on line

il secondo da Liberty Human Rights


Un gruppo di difesa dei diritti civili, National Council for Civil Liberties, si fa carico di difendere l'impiegata della British Airways licenziata per avere portato al collo una piccola croce.
Molto interessante il fatto che si difenda il diritto a portare una croce finalmente inquadrandolo come un diritto fondamentale.
Le battaglie per la libertà religiosa sono battaglie di tutti - con buona pace del capogruppo PD in consiglio comunale a Bologna....


Alessandro Canelli

POPIELUSZKO - Riceviamo e volentieri pubblichiamo (anche se in parte in ritardo per causa nostra...)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
CHI VUOLE VEDERE IL FILM E INCONTRARE IL REGISTA, PUO' FARLO QUESTA SERA A FERRARA E DOMANI SERA A RIMINI!!!

Carissimi,


sono il direttore dell'associazione Sentieri del Cinema. Innanzi tutto grazie perché avete citato a volte i nostri interventi sul nostro sito o sul Sussidiario.net. Ho letto oggi il vostro blog sulla proiezione del film Popieluszko a Pesaro.
Noi ci stiamo muovendo molto sul film, come già su Katyn (credo abbiate seguito quella nostra "campagna").
Sempre lunedì facciamo a Milano una serata sul film con il regista! Lo segnalate?
E collaboriamo con amici che nei giorni dopo portano film e regista a Ferrara e Rimini.

Ecco informazioni dettagliate.
Grazie per quanto potrete fare.

Antonio Autieri
Sentieri del Cinema

Il film Popieluszko - Non si può uccidere la speranza è stato presentato in Italia durante l'ultimo Festival Internazionale del Cinema di Roma. Dopo quella proiezione il film, come spesso accade per opere che indagano fatti storici "scomodi" (si pensi alla sorte analoga di Katyń, del maestro Andrzej Wajda), ha avuto una vita distributiva travagliata ed è uscito in pochissime sale. Molti di quanti ne avevano sentito parlare durante il passaggio alla manifestazione romana, pur interessati alla straordinaria vicenda umana di padre Popieluszko (martire del regime comunista, e in procinto di essere proclamato beato dalla Chiesa) non sono ancora riusciti a vedere il film di Rafał Wieczyński.
Per questo l'associazione Sentieri del Cinema ha invitato il regista polacco per una serata in cui Popieluszko - Non si può uccidere la speranza sarà proiettato nuovamente a Milano (dove è già stato in programmazione per due settimane, sempre al cinema Palestrina). La proiezione, che si terrà lunedì 18 gennaio alle ore 20.30 sarà introdotta dallo stesso regista insieme al Console Generale della Repubblica di Polonia in Milano Krzysztof Strzałka, al giornalista del quotidiano "Avvenire" Luigi Geninazzi, saranno presenti in sala anche la produttrice del film Julita Swircz Wieczyńska e la Presidente dell'Associazione dei Polacchi a Milano Joanna Heyman Salvadé.
Altre due proiezioni avverranno a Ferrara il 20 gennaio e a Rimini il 21 gennaio.

Gli appuntamenti

MILANO
lunedì 18 gennaio

h. 20.30
cinema Palestrina
Incontro con il regista Rafał Wieczyński

presenta
Beppe Musicco, presidente di Sentieri del Cinema
Intervengono
Krzysztof Strzalka, Console Generale della Repubblica di Polonia in Milano
Luigi Geninazzi, giornalista di Avvenire

sono presenti
Joanna Heyman Salvadé, Presidente Associazione Polacchi a Milano
Julita Swircz Wieczynska, produttrice del fim

Segue proiezione del film.



FERRARA
Mercoledì 20 gennaio

h 19.00
Sala dell’Arengo (piazza Municipale, 2)
Incontro con il regista Rafal Wieczynski

h. 21.00
Cinema Boldini
proiezione del film


RIMINI
giovedì 21 gennaio
Cinema Settebello
h 21.00
Incontro con il regista Rafal Wieczynski




La trama

Agosto del 1980. Dopo il primo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Polonia, i lavoratori cominciano gli scioperi contro il regime. A celebrare la messa degli operai arriva padre Popiełuszko. Il sacerdote comprende le rivendicazioni dei lavoratori, li aiuta e partecipa alla rivolta di Solidarność. Ma nel paese viene proclamata la legge marziale. Varsavia è occupata dai carri armati e gli scioperi vengono brutalmente repressi. Padre Jerzy diventa testimone della grande dimostrazione di indipendenza dei lavoratori polacchi, ma anche della drammatica repressione da parte della polizia. Nelle sue omelie riesce ad esprimere quello che le persone sentono ma non riescono a dire. Le sue parole diventano la guida di una nazione in rivolta. Sono sempre di più i fedeli che vengono a sentirlo. La polizia politica cerca di intimorirlo: padre Jerzy è un pericolo per il regime, il nemico pubblico numero uno. Per difenderlo i lavoratori formano un servizio d’ordine. Sfidando le autorità politiche, Popiełuszko organizza i funerali di una vittima del regime e porta i suoi fedeli in pellegrinaggio a Jasna Gora. Sa bene di rischiare la vita, ma deve portare avanti la sua missione di verità e giustizia, non può fermarsi. Lo fermano i gendarmi del regime, che lo rapiscono e lo uccidono. Verrà ritrovato nelle acque di un lago. La sua morte resta un mistero, ma la sua vita continua a donare luce ad un popolo. La sua opera e la sua testimonianza hanno contribuito a cambiare la storia del mondo, ma hanno anche lasciato un solco da seguire e percorrere sempre per raggiungere la libertà.

martedì 19 gennaio 2010

Andrea Monda su Ubaldo Casotto e Chesterton sull'Osservatore Romano...

Il segreto di Chesterton secondo Ubaldo Casotto
Come la meraviglia vanificò l'agguato del nulla


Qual è il segreto di una persona? Per scoprirlo bisogna innanzitutto credere che esista un segreto nascosto in ogni persona. Superato questo scoglio - e non è così semplice - la cosa migliore è incontrare questa persona, anzi lasciarsi incontrare da essa, il che equivale, sempre, a lasciarsi sorprendere. Può sembrare paradossale, ma se non si è pronti a lasciarsi sorprendere accade che la vita scorra senza colore né sapore, senza quel tocco di magia che permette agli uomini di gustare appieno l'esistenza, pregustando cioè quella gioia che sta "al di là" ma è anche già segretamente riposta nel mistero dell'esistenza quotidiana.
Ha quindi ragione Chesterton quando afferma che "incontrare un uomo è un'esperienza unica, anche se lo si incontra solo per un'ora o due". Per quasi due ore - che sono volate - Ubaldo Casotto domenica scorsa al teatro Manzoni di Roma ha permesso al pubblico di fare quell'esperienza unica, cioè di incontrare nel senso più pieno del termine un uomo, lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), uno dei giganti della letteratura e del pensiero del xx secolo, spesso trascurato dalla cosiddetta critica ufficiale italiana.
Il giornalista Casotto, attualmente vicedirettore de "Il Riformista", è un "amico" di vecchia data di Chesterton avendo dedicato, tra l'altro, la sua tesi di laurea al romanziere londinese. Il pubblico ha così potuto apprezzare il modo sicuro e il tono familiare con cui il relatore si è mosso all'interno dell'opera di Chesterton per illustrarne i punti cardine, i nodi salienti, le spigolature più significative.
Alcune parole-chiave consentono di offrire l'accesso al segreto dell'inventore di padre Brown: realismo, tradizione, paradosso, ragione, libertà, visione, meraviglia, mistero, avventura.
Ascoltando le tante citazioni dalle opere principali di Chesterton ci si rende conto che pur non avendo avuto figli naturali, lo scrittore inglese ha avuto però diversi figli spirituali; solo per fare qualche nome: Clive S. Lewis, John R.R. Tolkien, Michael Ende.
In un discorso pubblico del 1986 proprio Ende, lo scrittore tedesco autore del best-seller fantasy La storia infinita, ha affermato che l'essenza della bellezza risiede nel mistero e nella meraviglia. Niente di più vicino alla sensibilità di Chesterton per il quale la vera avventura nella vita non è sposarsi, ma nascere. Nel momento in cui si nasce, trovandosi accolto in una famiglia, l'uomo entra in un'avventura, in qualcosa che egli non può mai controllare del tutto - per questo la vita non è mai noiosa, neanche quando appare ripetitiva e monotona - s'incammina in un sentiero pieno di indizi e di segni che indicano tutti una stessa direzione, la cui unica spiegazione è l'esistenza di un punto, che non vediamo, verso cui tutte quelle frecce convergono.
La realtà dunque implica l'esistenza del mistero perché la indica continuamente. È qui il problema dell'uomo contemporaneo: non è che non sa risolvere l'enigma del mondo, è che non vede l'enigma. Il punto sta allora nella visione: se non si è pronti a lasciarsi sorprendere dal reale, l'alternativa, dice Casotto, è il nulla, il nichilismo, l'indifferenza al tutto nella quale sprofondano le nostre giornate, la nausea e la noia che il mondo e gli altri ci trasmettono - e che noi trasmettiamo - quando manca quello sguardo pieno di stupore e gratitudine. Di fronte al mondo noi dobbiamo essere riconoscenti di ogni cosa perché ogni cosa è stata strappata al nulla.
La nostra scoperta del mondo è un elenco da aggiornare quotidianamente, come quella pagina del Robinson Crusoe: "Un uomo sopra un piccolo scoglio con poca roba strappata al mare: la parte più bella del libro è la lista degli oggetti salvati dal naufragio. La più grande poesia è un inventario (...) tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio". Ed è forte l'eco biblica in questa riflessione di Chesterton che cammina nel mondo come dentro una foresta di simboli, un universo di segni; e, come il bambino, si getta golosamente alla scoperta del reale: "La vita è un'avventura ma solo l'avventuriero lo scopre".
Eppure Chesterton non nasce cattolico, ma arriva alla fede solo nel 1922, dopo un viaggio lungo e non facile. Sottolinea Casotto che Chesterton abbracciò e capì il cattolicesimo perché fece un uso sempre spregiudicato, cioè largo, della ragione, poiché, per lui, il farsi cattolico "dilata la mente". Si comprende allora facilmente il gusto del giovane Joseph Ratzinger nel leggere Chesterton - come all'epoca facevano tra gli altri anche Montini, Luciani, Wojtyla - e dove nasce l'insistenza dell'attuale Pontefice di sottolineare l'esigenza di "allargare la ragione".
Chesterton ha avuto molti "figli" ma anche diversi "padri", a conferma che non si può dare senso e gusto alla vita se non nel solco di una tradizione. Casotto si è soffermato forse sui due principali: Francesco d'Assisi e Tommaso d'Aquino anche per il fatto che a entrambi i santi cattolici lo scrittore ha dedicato due splendidi racconti biografici. Francesco e Tommaso, come a dire: la follia per Cristo e la ragione; lo stupore e il senso profondo della libertà; la spiritualità creaturale e la dimensione sanamente materiale della fede. Chesterton - questo il suo segreto - è riuscito a coniugare tutte queste diverse dimensioni nella sua vita e nella sua vasta opera letteraria.

(andrea monda)


(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2010)

lunedì 18 gennaio 2010

Gilbert K. Chesterton, “L’asino” – ovvero: la gloria di servire Cristo (nota del traduttore)

Dall'amico Rodolfo Caroselli, con un grazie a lui.

Cari amici, in una fase storica in cui dall’Inghilterra provengono solo notizie angosciose o frivole, voglio proporvi la mia traduzione poetica di un breve componimento fra i più famosi (a suo tempo) del nostro grande fratello inglese Gilbert Keith Chesterton.
G.K.C. non era certo un animalista, ma lasciatemi credere (a me che animalista lo sono) che almeno una sfumatura della simpatia e del rispetto presenti in questi versi vadano anche al quadrupede che, sia pure metaforicamente, ne è protagonista.
La metafora non è difficile da comprendere: anche il più disgraziato e vilipeso degli esseri (umani) può trovare il suo riscatto e la sua gloria nel servire silenziosamente il Signore. Pazienza, fede, umiltà: a queste semplici e grandi virtù cristiane ci richiama Chesterton tracciando con pochi, sapienti tratti la figura dell’asinello che portò Gesù a Gerusalemme nella Domenica delle Palme.


Gilbert Keith Chesterton, “The Donkey”

When fishes flew and forests walked
And figs grew upon thorn
Some moment when the moon was blood
Then surely I was born.

With monstrous head and sickening cry
And ears like errant wings
The devil's walking parody
On all four-footed things.

The tattered outlaw of the earth,
Of ancient crooked will;
Starve, scourge, deride me: I am dumb,
I keep my secret still.

Fools! For I also had my hour;
One far fierce hour and sweet:
There was a shout about my ears,
And palms before my feet.


Gilbert K. Chesterton, “L’asino” – (traduzione in versi italiani di Rodolfo Caroselli)

Pesci volaron, camminaron boschi
da spino un fico è nato
di sangue era la luna, son sicuro,
quand’io fui generato.

Capo mostruoso, un verso che ripugna
orecchie come ali
parodia quadrupede del diavolo
fra tutti gli animali.

Straccione io, reietto della terra,
da sempre il più ostinato;
fame, frusta, ludibrio: resto muto,
il segreto è celato.

Io pure, sciocchi! ebbi la mia ora;
gloriosa la gustavo:
clamore nelle orecchie ed un tappeto
di palme calpestavo.

EUGENETICA - Via libera al figlio perfetto: l’ultima sentenza choc del tribunale di Salerno

Il Sussidiario - di Gianfranco Amato


Ennesimo episodio di deriva eugenetica per via giudiziaria. Il Tribunale di Salerno ha autorizzato una coppia fertile a ricorrere alla diagnosi prenatale per verificare possibili patologie dell’embrione, contravvenendo così, in un colpo solo, a due norme della legge 40/2004. La prima che vieta la possibilità di fecondazione assistita a coppie fertili (art. 1), e la seconda che proibisce l’utilizzo dell’analisi preimpianto a fini selettivi (art. 13).
Del tutto irrilevante, per il magistrato salernitano, il fatto che la legge 40/2004, disapplicata col provvedimento in questione, sia stata approvata a larga maggioranza dal Parlamento della Repubblica, sia stata confermata da un referendum popolare e sia passata al vaglio della Corte costituzionale che, con la recente sentenza 151/2009, ha confermato la piena costituzionalità del divieto di ricorso alla diagnosi reimpianto a fini eugenetici.
La disinvolta violazione del dettato normativo da parte del Tribunale di Salerno è avvenuta attraverso le solite vaghe espressioni di “diritto vivente” e di “lettura costituzionalmente orientata” della legge. Modi eleganti per far prevalere la personale prospettiva ideologica di un magistrato quando questa si appalesi chiaramente contra legem.
Qui il discorso si farebbe lungo. Implicherebbe considerazioni sulla tripartizione dei poteri, sulla prevaricazione di parte della magistratura rispetto al potere legislativo, sulla tentazione del “government by judiciary”, sul mostro giuridico del “giudice-legislatore”. Bisognerebbe ricordare Montesquieu, Tocqueville, Constant.
Il punto sul quale, invece, intendo focalizzare l’attenzione è un altro. Riguarda un passo del provvedimento salernitano, e precisamente quello in cui si afferma che “il diritto a procreare, e lo stesso diritto alla salute dei soggetti coinvolti, verrebbero irrimediabilmente lesi da una interpretazione delle norme in esame che impedissero il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita da parte di coppie, pur non infertili o sterili, che però rischiano concretamente di procreare figli affetti da gravi malattie, a causa di patologie geneticamente trasmissibili”.
È proprio su quel “diritto a procreare” che ci si deve interrogare. Potremmo partire dal titolo del libro pubblicato nel 2004 da Mary Warnock: Fare bambini. Esiste un diritto ad avere figli? Da un punto di vista giuridico, checché ne pensi il Tribunale di Salerno, per quanto riguarda il nostro ordinamento la risposta è semplice. Sarebbe sufficiente citare il presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, Mario Zevoli: «Essere genitori sembra sia considerato un diritto, ma non è affatto così». Prima che un problema giuridico, quindi (fortunatamente non siamo ancora nella Svezia eugenetica degli anni ’30), è un problema morale.
Soltanto una prospettiva di individualismo esasperato può tradurre un desiderio in diritto. E una simile prospettiva è capace di generare ingiustizia quando l’oggetto del desiderio implica violazione dei diritti di altri soggetti. Un figlio non può essere considerato come mera “proprietà” dei genitori, e questo vale fin dal concepimento. Né può essere considerato un “oggetto” necessario alla realizzazione di una coppia, da ottenere non con un atto d’amore ma attraverso l’esito positivo di un’operazione tecnica.
Il cosiddetto “diritto di procreazione”, in realtà, rischia di tradursi nella proiezione egoistica di un capriccio. Solo così, infatti, può giustificarsi, ad esempio, il ricorso alla fecondazione assistita per una coppia di donne omosessuali, o l’inseminazione artificiale di una donna con il seme congelato del marito defunto, o il figlio in provetta per le ultrasessantenni. Sembrerebbero, queste, aberrazioni teoriche ma, in realtà, lo scorso luglio qualcuno ha cominciato a riflettere quando si è appresa la notizia che in Gran Bretagna la signora Maria Bousada De Lara è morta di cancro all’età di 69 anni lasciando soli due gemelli di due anni, ottenuti attraverso il ricorso alla fecondazione assistita per realizzare il suo egoistico desiderio di maternità.
Ripensando a quell’episodio, mi sono venute in mente le parole del cardinale Caffarra quando ha avuto il coraggio di affermare, senza mezzi termini, che «nessuno possiede il diritto ad avere un figlio, a qualunque costo e in qualunque modo», perché «si ha diritto ad avere “qualcosa”, mai ad avere “qualcuno”». E, citando Bruno Fasani, lo stesso cardinale ha spiegato: «Un figlio non può essere una sorta di peluche che riempie i vuoti affettivi, che scavalca fittiziamente i limiti imposti dalla natura, che spezza solitudini senza prospettive di soluzione».
La riduzione della genitorialità a mero fattore biologico, a questione di Dna, significa immiserire il rapporto filiale, riportandolo alla concezione ottocentesca dello jus sanguinis. Una sorta di riduzionismo genetico come nuova versione del riduzionismo biologico di Cesare Lombroso. Davvero un bel passo avanti per i progressisti della società moderna ed evoluta.
L’uomo, in realtà, è più della somma dei suoi geni. Ce lo ha ricordato Francis Collins, il padre del genoma umano, quando il 26 giugno 2000, in una conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca pronunciò al mondo intero, appunto, la celebre frase: «We are clearly much, much more than the sum total of our genes».
Essere genitori non è, quindi, una questione di geni. La Chiesa, ad esempio, da secoli sussurra all’orecchio dei suoi figli che l’uomo è capace di una fecondità che non è riducibile solo a quella carnale. «È per questo - ricordava don Luigi Giussani, il fondatore di Cl - che un uomo e una donna che non hanno figli e che ne adottano sono veramente padri e madri nella misura in cui educano un figlio. Molto più della grande maggioranza che getta fuori dal ventre il figlio e non si cura del suo destino». Davvero non è una questione di geni.

Non è semplice essere cattolici.

In questo collegamento e in quest'altro trovate le ultime notizie dal Vietnam sulle persecuzioni aperte e meno aperte ai cattolici.

In questo collegamento trovate le ultime notizie dall'Iraq, dove si continuano ad uccidere cattolici.

In questo collegamento, notizie dalla Malaysia, dove invece si assaltano le chiese ma i leader musulmani sono contrari a questi atti.

Papa: il valore etico della biomedicina si misura con il rispetto alla persona



Nella società attuale si tende a sostituire la verità con il consenso, mentre la Chiesa propone valutazioni morali “alla luce sia della ragione che della fede”. La legge morale naturale è fondata nella stessa natura umana e interpella “la coscienza e la responsabilità dei legislatori”.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Il valore etico della biomedicina “si misura con il riferimento sia al rispetto incondizionato dovuto ad ogni essere umano, in tutti i momenti della sua esistenza, sia alla tutela della specificità degli atti personali che trasmettono la vita”. Questo principio, ribadito oggi da Benedetto XVI, trova la sua ragion d’essere nella legge naturale, prima ancora che nel cristianesimo, ed il suo fondamento nella verità, che spesso oggi si “tende a sostituire con il consenso, fragile e facilmente manipolabile”.

Il Papa - che evidentemente non si cura di tale “consenso” - ha trovato nell’odierno incontro con i partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la dottrina della fede l’occasione per riaffermare che “la Chiesa, nel proporre valutazioni morali per la ricerca biomedica sulla vita umana, attinge alla luce sia della ragione che della fede”, in quanto è sua convinzione che "ciò che è umano non solamente è accolto e rispettato dalla fede, ma da essa è anche purificato, innalzato e perfezionato". Sono passaggi della istruzione “Dignitas personae” pubblicata nel 2008 dalla stessa Congregazione, che Benedetto XVI ha citato e definito “un nuovo punto fermo nell’annuncio del Vangelo”.

La Chiesa, egli ha sostenuto, “nel proporre valutazioni morali per la ricerca biomedica sulla vita umana, attinge infatti alla luce sia della ragione che della fede”. Si nega validità, così, “alla mentalità diffusa, secondo cui la fede è presentata come ostacolo alla libertà e alla ricerca scientifica, perché sarebbe costituita da un insieme di pregiudizi che vizierebbero la comprensione oggettiva della realtà. Di fronte a tale atteggiamento, che tende a sostituire la verità con il consenso, fragile e facilmente manipolabile, la fede cristiana offre invece un contributo veritativo anche nell’ambito etico-filosofico, non fornendo soluzioni precostituite a problemi concreti, come la ricerca e la sperimentazione biomedica, ma proponendo prospettive morali affidabili all’interno delle quali la ragione umana può ricercare e trovare valide soluzioni”.

“Vi sono, infatti, determinati contenuti della rivelazione cristiana che gettano luce sulle problematiche bioetiche: il valore della vita umana, la dimensione relazionale e sociale della persona, la connessione tra l’aspetto unitivo e quello procreativo della sessualità, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Questi contenuti, iscritti nel cuore dell’uomo, sono comprensibili anche razionalmente come elementi della legge morale naturale e possono riscuotere accoglienza anche da coloro che non si riconoscono nella fede cristiana”.

La legge morale naturale, infatti, “non è esclusivamente o prevalentemente confessionale”. “Fondata nella stessa natura umana e accessibile ad ogni creatura razionale, la legge morale naturale costituisce così la base per entrare in dialogo con tutti gli uomini che cercano la verità e, più in generale, con la società civile e secolare. Questa legge, iscritta nel cuore di ogni uomo, tocca uno dei nodi essenziali della stessa riflessione sul diritto e interpella ugualmente la coscienza e la responsabilità dei legislatori”.

venerdì 15 gennaio 2010

Proiezione del film Popieluszko


Abbiamo la sensazione che il bel film Popieluszko, per la regia di Rafal Wieczynski, stia subendo una sorte simile a quella di Katyn, per cui abbiamo deciso di segnalarvi le proiezioni del film ove queste avvengono, e vi chiediamo di fare altrettanto: segnalateci dove il film viene proiettato e noi faremo da cassa di risonanza, così come siamo certi avrebbe fatto Chesterton, che era un grande amico della Polonia e dei polacchi.

Francamente vedere snobbare un grande come Padre Jerzy Popielszko all'Uomo Vivo fa rabbia, lui che ne leggeva le omelie e che pianse quando fu ucciso.

Per cui apriamo le danze con Pesaro: Lunedì 18 Gennaio 2010 - ore 16,00 e ore 20,30 Presso il CINEMA LORETO Via Mirabelli, 3 - PESARO Ingresso 5,00 euro - Ridotto e Studenti 4,00 euro

Dal prof. Carlo Bellieni

House rides again
January 15th, 2010

Cliccando su questo link ( house ) si accede ad un filmato dove Carlo Bellieni introduce al senso religioso della serie TV “House MD”, che molti ha colpito per le scene in ospedale psichiatrico. E’ un approccio breve, nuovo e stimolante, che vale la pena di seguire.

Chesterton a Roma...

Ci segnalano che Domenica 17 Gennaio 2010 alle ore 20.45 al teatro Manzoni in Via Montezebio 14 a Roma si terrà un incontro organizzato dall’Associazione culturale "Paola Bernabei onlus" dal titolo “Il segreto di G. K. Chesterton” tenuto da Ubaldo Casotto, vicedirettore de Il Riformista. Di più non sappiamo, ma ve lo segnaliamo...

Olive, la prof. licenziata per "bullismo" cristiano



un grazie all'autore di questo articolo uscito su Il Sussidiario, l'amico Gianfranco Amato

mercoledì 13 gennaio 2010

Neppure il clima natalizio è riuscito ad arrestare l’ondata discriminatoria che sta colpendo i cristiani nel Regno Unito. Questa volta è toccata a Olive Jones, insegnante di matematica con esperienza ventennale. Da quattro anni la professoressa Jones ha scelto di dedicarsi all’insegnamento a domicilio di ragazzi gravemente ammalati o con particolari disturbi psichici. Per tale incarico ha ricevuto un contratto part-time di 12 ore settimanali dalla Oak Hill Short Stay School e dai Servizi Scolastici del Comune di North Somerset.

Durante una delle sue lezioni domiciliari la professoressa Jones, approfittando del fatto che la sua alunna si sentisse male, ha deciso di scambiare due chiacchiere con la madre della ragazza. In qullo che doveva essere un normale colloquio tra donne, la Jones ha commesso l’imprudenza di toccare un argomento oggi pericoloso in Gran Bretagna: la propria fede religiosa. Così, l’incauta insegnante ha raccontato alla madre dell’alunna un episodio accadutole quando da adolescente aiutava i genitori nella fattoria di famiglia vicino a Carmarthen nel Galles.

Mentre si trovava alla guida di un trattore e stava affrontando una salita particolarmente ripida, all’improvviso il mezzo agricolo cominciò a ribaltarsi e per un puro caso non fu all’origine di un incidente mortale. Da quel momento la Jones interpretò quel “caso” come un miracolo ed si avvicinò alla fede. Malgrado non avesse fatto trapelare alcun disappunto, la madre della ragazza decise di inoltrare un reclamo contro l’insegnante per quella sua personale esternazione. Neppure le autorità interessate dalla protesta della donna avvisarono la professoressa Jones, la quale, del tutto ignara della denuncia a suo carico, decise di proseguire tranquillamente nel proprio lavoro tornando successivamente a visitare l’alunna per le consuete lezioni.

L’insegnante questa volta, però, commette una seconda imprudenza chiedendo alla ragazza se desidera che preghi per le sue particolari condizioni di salute. A quella inaspettata domanda la stessa ragazza volge lo sguardo alla madre che seccamente replica: «Noi veniamo da una famiglia che non crede». Di fronte a tale reazione la Jones desiste immediatamente. Anzi, adducendo a pretesto che la ragazza non si sentisse particolarmente portata per la matematica, chiede alla madre se intenda cancellare le successive lezioni. La madre risponde di no, desiderando che la propria figlia continui a ricevere l’insegnamento domiciliare.

Nonostante le due donne si lascino in buoni rapporti, nel giro di poche ore la professoressa Jones viene convocata dalla preside della scuola che le contesta il fatto di aver manifestato, durante il servizio, la propria fede, qualificando quel fatto come un vero e proprio atto di «bullismo». Un gesto di pura ed inqualificabile prepotenza. Da qui, il licenziamento in tronco. La professoressa Jones, ovviamente, non la prende benissimo. Dichiara di sentirsi «devastata» dal provvedimento che considera «completely disproportionate» e un vero «marchio di infamia» inflitto alla sua persona.

«Se avessi commesso un atto criminale», confessa, «credo che la reazione sarebbe stata la stessa». La professoressa si scaglia contro l’interpretazione del concetto di libertà di opinione applicata nel suo caso. Sul punto la donna ha le idee molto chiare: «Sono davvero stupita che in un Paese con una forte tradizione cristiana come la Gran Bretagna sia diventato sempre più difficile parlare della propria fede». Ciò che la rende più furiosa non è tanto l’errata interpretazione delle nuove ambigue disposizioni normative in materia di uguaglianza, quanto il «politically-correct system» che impedisce, di fatto, «la possibilità di esternare in pubblico qualunque riferimento alla dimensione religiosa della propria coscienza, pur potendo tale circostanza essere potenzialmente utile anche agli altri».

«La sensazione che ho», continua la Jones, «è che se avessi parlato di qualunque altro argomento al mondo, non ci sarebbero stati problemi, ma il semplice fatto di aver toccato il tema del cristianesimo ha rappresentato la violazione di un tabù. Lo stesso cristianesimo viene ormai visto come una “no-go area”, un campo minato nel quale è più prudente non addentrarsi in pubblico».

La mia amica avvocatessa Andrea Williams, direttrice del Christian Legal Centre, che assiste la professoressa, ha espresso il suo commento: «Storie come quella di Olive Jones stanno, purtroppo, diventando sempre più diffuse in questo Paese e rappresentano il risultato di un’applicazione maldestra delle cosiddette politiche sull’uguaglianza, le quali si traducono, di fatto, in una vera e propria discriminazione a carico dei cristiani nel tentativo di eliminare la dimensione religiosa dalla sfera pubblica».

«Olive Jones», continua la direttrice del Christian Legal Centre, «ha avuto compassione per la sua allieva e si è ritrovata senza lavoro per aver espresso la speranza che nasce dalla sua fede. E’ tempo che si recuperi un approccio di “common sense” su queste delicate materie». Nick Yates, portavoce del Comune di North Somerset, si è limitato ad un freddo e laconico comunicato: «Olive Jones ha lavorato come insegnante per i Servizi Scolastici di North Somerset. Una denuncia è stata sporta da un genitore nei suoi confronti. Su tale denuncia è in corso un’attività istruttoria». Nel frattempo la professoressa Jones è stata licenziata senza preavviso. Episodi del genere fanno persino rimpiangere gli eccessi di un certo sindacalismo scolastico di casa nostra.

giovedì 14 gennaio 2010

Un bel volume, nuovo nuovo...

Paolo Gulisano

ANDREAS HOFER Il tirolese che sfidò Napoleone

Editrice Ancora

Pag. 160 € 14,00

Andreas Hofer: l’eroe della libertà del Tirolo, il difensore della fede cristiana.
Un autentico mito per l’antica regione alpina, ma poco noto nel resto d’Europa. Quel poco che si trova nei libri di storia lo defi nisce come un oste che cercò di opporsi senza successo al dominio napoleonico, che sollevò il Tirolo in una rivolta armata popolare, e che finì fucilato a Mantova il 20 febbraio 1810. Un evento purtroppo abbastanza trascurato nei manuali.
Quella di Hofer è la storia dell’uomo che osò opporsi a Napoleone nel nome della Fede e della Libertà. A duecento anni dal suo sacrificio, Andreas Hofer resta l’esempio di come si possa e si debba amare la propria terra e la propria identità, senza contrapporla a quella degli altri, ma rivendicando ogni diritto a vivere secondo le proprie usanze, i propri sentimenti, la propria cultura, la propria lingua, la propria fede.

Rassegna stampa eugenetica

14 Gennaio 2010 - Repubblica
Fecondazione Artificiale
Si a diagnosi preimpianto a coppia fertile 94 KB

14 Gennaio 2010 - Stampa
Fecondazione Artificiale
Legge demolita da un giudice 180 KB

14 Gennaio 2010 - Avvenire
Fecondazione Artificiale
Legge 40 umiliata 161 KB

Dite a Renzo che sono felice

Splendido pezzo, splendida storia

Vita quotidiana delle persone in stato vegetativo al Don Orione di Bergamo

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Tratto da Il Foglio del 13 gennaio 2010

Dite a Renzo che io sono felice”. Renzo è un nome di fantasia, però questa non è la scena madre di un romanzo, è un commovente frammento di realtà. E la realtà, quando è così intima, va protetta e avvolta almeno in quello che resta del pudore al tempo delle leggi sulla privacy. Renzo e la moglie, che gli ha mandato a dire la sua felicità, non hanno bisogno di un separé dietro cui nascondersi, ma di un luogo in cui chiedere e ricevere attenzione e rispetto. Perché lei, che chiameremo Lucia, gli ha fatto sapere della sua capacità di amare e di essere felice pur trovandosi in un letto, in quella condizione che oggi la medicina chiama “stato vegetativo”.

Detto più brutalmente, ma con meno imprecisione di quanto si potrebbe immaginare, Lucia è una delle ventiquattro Eluana Englaro di cui attualmente si occupa il dottor Giambattista Guizzetti al Centro Don Orione di Bergamo. Qui, dal 1996, è attivo un reparto che accoglie malati in stato vegetativo, stato di minima responsività e locked in syndrome. Qui, Eluana Englaro sarebbe stata magari compagna di stanza di Lucia, appena uscita da quel letargo che la medicina ha esplorato solo in minima parte. Sarebbe stata curata, rispettata e amata come tutti gli altri pazienti. Su questo, il dottor Guizzetti è chiaro. “Qui i malati come Eluana trovano posto e assistenza. Il suo caso non era più grave di altri che assistiamo. Abbiamo malati immobilizzati in un letto e apparentemente inconsapevoli di ciò che li circonda e malati in grado di stare su una sedia a rotelle, di seguire un discorso e farsi intendere. Abbiamo persino avuto pazienti che sono migliorati al punto tale da poter tornare a casa”.

Tutto ciò Guizzetti lo spiega per venire incontro allo stupore di chi, quando si parla di stato vegetativo, immagina corpi tenuti in vita artificialmente e poi, con sorpresa, scopre persone vive, in cui il soffio vitale, l’anima, continua testardamente a dare forma al corpo. Perché è proprio questo che colpisce chiunque entri per la prima volta in questo reparto del Don Orione. E Guizzetti, che alterna linguaggio e gesti professionali alla ruvidità di un cattolicesimo bergamasco sopravvissuto alla burocrazia invadente dei piani pastorali, è lì ad aspettare la constatazione che, puntualmente, si disegna sulla faccia dell’interlocutore: niente macchinari, persone che spesso riescono a muoversi, guardano, ascoltano o che, se pure mostrano di non guardare o di non ascoltare, vivono senza l’aiuto di alcunché di artificiale. Testimoni di un attaccamento così radicale tra anima e corpo da mostrare che alla vita umana esiste una sola alternativa: la morte. Un attaccamento così intimo da rendere palpabile che alla vita umana non si contrappone alcuna sua gradazione, alcuna “zona grigia”. Dopo aver fatto il giro del reparto accompagnati da Guizzetti, dopo aver visto i suoi pazienti, i loro familiari, il personale che li assiste, si comprende che, anche nelle circostanze più dolorose della vita, ci si può trovare davanti solo a un uomo o a un cadavere: tertium non datur. Una verità tanto più palpabile davanti al letto di ognuno dei pazienti del Don Orione di Bergamo: quelli capaci di relazioni evidenti come quelli raccolti in un silenzio indecifrabile.

A causa della confusione terminologica in materia, nel 1994 la “Multi- Society Task Force” sullo stato vegetativo persistente ha definito i criteri necessari per diagnosticarlo. Una sequela di definizioni in fondo alla quale rimane sempre la sagacia del medico a decidere. “E in ogni caso – spiega Guizzetti – la questione dello stato di coscienza, intesa come consapevolezza di sé e come capacità di sperimentare sensazioni, è molto controversa, in quanto solleva questioni etiche di grave importanza. Tutti i ragionamenti che si fanno attorno a questi malati, e in particolare quello che vorrebbe riconosciuta la liceità morale della sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione, si basano su due affermazioni non dimostrate: che in nessun momento questi pazienti sono consapevoli di sé e dell’ambiente, e che mai sono in grado di provare dolore o sofferenza”.

Ed è qui che racconta la storia di Lucia. Una campionessa di ciclismo ricoverata dopo una caduta. Ospedale, coma, poi stato vegetativo e, dunque, dimissione da un luogo non attrezzato per assisterla e curarla. “Per capire fino in fondo quella dichiarazione di felicità – spiega il medico – bisogna raccontare un antefatto. Durante una delle periodiche riunioni con i familiari, una giovane volontaria si è alzata e ha fatto un discorso molto bello, ma sicuramente molto difficile da accettare, parlando del desiderio di felicità che permane nel cuore di questi malati. Aveva sorpreso persino me. Tanto che quando alcuni rappresentanti del personale sono venuti a dirmi che si trattava di un discorso senza senso sbattuto in faccia a gente che soffre ho dovuto rifletterci un bel po’. Poi, durante la settimana, abbiamo accompagnato Lucia in un ospedale di Brescia per tentare una cura che avrebbe contribuito a rilassare la sua muscolatura dandole sollievo. E lì è accaduto il fatto. Inaspettatamente, Lucia ha ripreso a parlare. E, ancora più inaspettatamente, ha dato ragione a quella ragazza che molti avevano scambiato per una pazza insensibile alle ragioni dei malati e dei loro familiari”.

“Dite a Renzo che io sono felice”. Che non significa negare il dolore, ma avergli trovato un posto nella propria esistenza e chiedere che trovi un posto anche in quella dei propri cari. E, a ben guardare, è molto più duro, più faticoso, più doloroso sulla bocca di Lucia che su quello della giovane volontaria: come lo è sempre la messa in pratica di una teoria rispetto alla sua enunciazione.

Se poi ci si avvicina a Lucia, se la si vede sofferente – mentre i suoi familiari spiegano: “Questa mattina era allegra, faceva un sacco di battute, adesso è stanca…” – si comprende quanto sia eroico e insieme umanissimo quel: “Dite a Renzo che io sono felice”. E si tocca con mano quanto sia straordinario quel composto di anima e corpo e che è l’uomo. Dove l’anima, intimamente legata alla materia di cui è forma, contemporaneamente ne è indipendente e non risente delle sue condizioni. Sempre presente a se stessa, intimità tanto con un corpo in perfetta efficienza, quanto in quello di una Eluana Englaro o in quello di un nonno che dimentica il proprio nome e non riesce a maneggiare il telefonino.

Eppure, il pensiero moderno si è dato il compito di separare anima e corpo, ha fatto della creatura umana un angelo o una bestia, ma non un uomo. Ed è chiaro che, quando anima e corpo non sono più legati, se ne può fare quello che si vuole. Ma se l’anima è imprendibile, il corpo può essere imprigionato in qualsiasi lager: quelli in cui viene segregato, torturato, ucciso, e quelli in cui viene manipolato, abortito, eutanasizzato.

In questo reparto della bella periferia bergamasca che guarda verso le colline della Maresana, il dottor Guizzetti si occupa dei corpi proprio perché sa che non possono sussistere senza l’anima. Non è un laico che fa onestamente il medico, ma un medico che fa onestamente il cattolico. Per questo non si pone obiettivi standard in base ai quali decidere della sorte di un suo simile, ma fa tutto quanto gli è possibile come medico e come credente perché i suoi malati stiano ogni giorno il meglio possibile. “Nel malato in stato vegetativo – dice – raramente si può ottenere la guarigione. E sappiamo bene che, col passare del tempo, un tale esito diventa sempre più improbabile. Nonostante questo, utilizzando i mezzi ordinari a nostra disposizione, cerchiamo di alleviare la sofferenza e migliorare la qualità della vita. Non si può sempre guarire, evento raro in queste situazioni, ma sempre si può ‘prendersi cura’. Io penso che questo il medico lo possa fare al meglio quando abbia risolto e chiarito a se stesso il significato del suo essere mortale, della sua finitezza. Quando un uomo comprende di essere una canna che si può spezzare in ogni momento, comprende pure che, davanti a un malato, non può mai dire: non c’è più niente da fare. Non c’è mai un momento nell’assistenza ad un essere umano in stato vegetativo in cui possiamo dire: basta adesso possiamo fermarci. Si tratta semplicemente di trovare la cosa giusta da fare. L’etica del prendersi cura si traduce nella ricerca e nell’applicazione delle cose giuste, continuando a stare vicino al paziente senza cadere nell’errore dell’accanimento o dell’abbandono terapeutico”.

E che cosa impara un uomo che vive ogni giorno a fianco di suoi simili in queste condizioni? “Vivendo qui – risponde Guizzetti – ho compiuto una scoperta straordinaria. Mi sono reso conto che se io ho sete posso alzarmi e bere un bicchiere d’acqua, se ho caldo posso farmi aria con un foglio di carta, se ho fame posso andare in cucina a prendermi un panino. Io lo posso fare e questi malati no. Questa banalissima constatazione mi ha fatto capire quanto gusto abbiano un bicchiere d’acqua, un poco d’aria, un pezzo di pane. Diventano regali meravigliosi se penso che potrei non averli più o che avrei potuto non averli mai. Ho dovuto trovarmi davanti a questi malati per capire di essere una creatura a cui è stato donato tutto, anche il frammento più piccolo di ciò che ha e di ciò che è”.

Eccolo il centuplo promesso già su questa terra a chi lascia tutto in nome del Signore. Non consiste nella moltiplicazione degli averi, ma nella moltiplicazione del gusto per ciò che si è disposti ad abbandonare e si ritrova. Tutto diventa straordinario, se si pensa che avrebbe potuto non esserci, così come è straordinario tutto ciò che si salva da un naufragio. E le creature sono proprio questo, degli esseri salvati dal naufragio del nulla. Se solo capissero questo, se solo non si incaponissero nell’idea di essere i facitori di se stessi, se solo si abbandonassero all’idea di non poter disporre del proprio essere rimettendolo nelle mani di chi lo ha tratto dal niente, sarebbero in grado di gustare la propria vita per il centuplo.

“Dite a Renzo che io sono felice”: sette parole che riassumono il senso di ogni esistenza, anche di coloro che non hanno neppure un raffreddore. E lì, a raccoglierle ci può essere chiunque, tanto un medico come Guizzetti, quanto qualcuno che non ne comprende il senso. In ogni caso, sono dette: “Dite a Renzo che io sono felice”. Sette parole che hanno avuto la possibilità di essere pronunciate solo perché qualcuno si è chinato su un corpo apparentemente inanimato e lo ha curato.

Bisogna passare almeno qualche ora, magari come volontario, qui ai piedi dei colli bergamaschi della Maresana. Può fare solo bene, specialmente ai giovani, che per loro ardimentosa natura sono portati ad ammirare il fisico eccezionale che stabilisce il primato mondiale dei cento metri piani piuttosto che ad accarezzare quello del compagno di classe ridotto su una sedia a rotelle. Ma farà sicuramente bene anche agli adulti di ogni età. Oltre a essere un meritorio atto di carità, una visita a luoghi e persone come questi può indurre pensieri cha aiutano a mutare il proprio orizzonte.

Qui, per esempio, si può intuire quanto sia vero che, per amare completamente Dio, un’anima ha bisogno di tutto l’aiuto del corpo di cui è forma. Ma, quel corpo, come insegna san Bernardo di Chiaravalle, deve essere privo di angustie, deve avere trovato anch’esso compimento nella gloria. Davanti al lavoro quotidiano di medici, infermieri e volontari del Don Orione diviene evidente che la cura di un corpo malato, in qualche modo, è la figurazione di quanto ci è necessario per la vera beatitudine: la pacificazione amorosa di un corpo e dell’anima che lo abita.

Ma tutto questo, si obietterà, è mistica, è qualcosa che ha poco a che fare con la vita dei poveri mortali. E’ vero, è la descrizione del quarto grado dell’amore, quello supremo, che san Bernardo racconta nel “De diligendo Deo”. E’ mistica, ma proprio per questo è qualcosa di molto concreto e riguarda tutti.

mercoledì 13 gennaio 2010

Dal prof. Carlo Bellieni

BBC

Teacher suspended in prayer row

Un'insegnante a domicilio per bambini malati, con un'esperienza ventennale,  è stata sospesa dall'incerico per aver offerto alla bambina che seguiva di pregare per lei. Succede in Inghilterra, e non è un caso isolato. Se le avesse proposto di farle le carte, o di seguire un insegnamento new-age, o magari di spiegarle che la vita immortale non esiste, sarebbe successo lo stesso?

Un avviso ai naviganti...

Parrocchia San Giovanni Battista

San Giovanni Lupatoto

G.K. CHESTERTON

“LA VITA E’ LA PIU’ BELLA DELLE AVVENTURE, MA SOLO L’AVVENTURIERO LA SCOPRE”

Incontro con:

Dott. Paolo Gulisano

(Saggista, Scrittore e Vicepresidente nazionale dell’Associazione Chestertoniana Italiana)



VENERDI’ 15 GENNAIO

ORE 21

Presso la sala parrocchiale don Bosco

Vicino al cinema Astra

San Giovanni Lupatoto (VR)

martedì 12 gennaio 2010

Rassegna stampa

12 Gennaio 2010 - Avvenire
Eutanasia
ELUANA. E' morta improvvisamente 138 KB

12 Gennaio 2010 - CorrieredellaSera
Eutanasia
ELUANA. Non fu omicidio 95 KB

12 Dicembre 2010 - CorrieredellaSera
Eutanasia
ELUANA. Roccella: troppi errori dei magistrati 43 KB

Massimiliano Amolini, Uomo Vivo, racconta la sua vita - Da oltre diciannove anni su un letto ma... che vita!!!



Quella che vi propongo oggi è la lettura di un bellissimo libro scritto dal sacerdote cattolico Luigi Bresciani e che riguarda la vita del mio amico Massimiliano Amolini.

"Dal coma alla vita - L'uomo vivente è gloria di Dio" è un volume che deve far parte della nostra biblioteca, ma soprattutto il suo contenuto deve far parte della nostra testa e del nostro cuore.

Massimiliano, giovane forte ed esuberante al punto giusto, simpatico tanto ma tanto, un giorno di diciannove anni fa si tuffa nel Lago di Garda e purtroppo si rompe la colonna vertebrale. Passa mesi in stato vegetativo, quello stato vegetativo da cui esce grazie all'amore dei genitori ed in particolare alla vicinanza fisica e affettuosa della mamma (ma non che il babbo sia da meno, credetemi! E' uno spettacolo vederli tutti e due!) per affrontare una nuova vita in cui Maxi non molla e non cede di un millimetro.

E' un travaglio anche la storia della sua fede, che dopo la prova esce rafforzata e consolidata.

Conosco Massimiliano perché mia moglie, nel suo primo anno di insegnamento, lo ebbe come alunno al Centro di Formazione Professionale S.C.A.R. di Tormini di Roè Volciano (BS), a pochi chilometri dal paese dove Massimiliano vive (e non vivacchia!), Carpeneda di Vobarno (BS). Mi ha dato il modo di conoscerlo e le sono molto grato. Poi è diventato amico dei nostri amici.

Questo libro bellissimo di cui consiglio la lettura (è semplice, è chiaro, è immediato, è evidente) è la risposta a chi crede che una vita come quella di Maxi non sia vita. Un'unghia di Massimiliano è molto, molto più viva di noi tutti messi insieme! Massimiliano è un punto di riferimento per tutti, decidono di prendere la penna e la carta in mano per lui fior di cardinali e patriarchi. Smuoverebbe le montagne, se fosse necessario.

E' anche la risposta a chi vuole far credere che dallo stato vegetativo non si possa uscire. Balla più grossa non esiste.

Io e mia moglie e tutti i nostri amici siamo molto grati a Maxi e alla sua famiglia di onorarci della loro amicizia e di farci dono della loro fede semplice e buona. Vorremmo trasmetterne un po' a tutti, per cui vi parliamo di Massimiliano. E comunque gli vogliamo bene e siamo amici, ed è questo che conta.

Il libro si può chiedere al nostro amico Massimiliano scrivendo a questo indirizzo email:

piccolo.atomo@alice.it

il costo è di € 10,00 cui andrà aggiunta una piccola somma per le spese postali.

A titolo esemplificativo, vi metto le immagini delle belle lettere giunte a Massimiliano dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, e dal Vescovo della sua diocesi, Brescia.

lunedì 11 gennaio 2010

Un aforisma al giorno - 154

"Il moderno rivoluzionario, essendo illimitatamente scettico, è sempre impegnato a minare le sue stesse miniere. In un libro di argomento politico, attacca gli uomini perchè calpestano la morale; in uno di etica attacca la morale perchè calpesta gli uomini. Perciò il moderno uomo in rivolta è diventato pressochè inutile ai fini di qualunque rivolta. Ribellandosi contro tutto, ha perso il diritto di ribellarsi contro qualunque cosa".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

Rassegna stampa


10 Gennaio 2010 - Stampa
Il grande assalto ai cristiani 93 KB