mercoledì 17 febbraio 2010

La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento - su Libero di oggi!


Oggi sul quotidiano Libero a pagina 35 trovate un ampio brano di La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento - Edizioni Lindau (prefazione del nostro presidente Marco Sermarini).

Eccovi la succulenta sorpresa!



«Non abbiamo bisogno di una religione che sia nel giusto quando anche noi siamo nel giusto.
Quello che ci occorre è una religione che sia nel giusto quando noi abbiamo torto.
Attualmente il problema non è se la religione ci consenta di essere liberi,
bensì (nel migliore dei casi) se la libertà ci consenta di essere religiosi.»

«Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.»

G. K. Chesterton



Le
EDIZIONI LINDAU
presentano
Gilbert K. Chesterton

LA CHIESA CATTOLICA
Dove tutte le verità si danno appuntamento





Prefazione di Marco Sermarini
Presidente della Società Chestertoniana Italiana

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Edizioni Lindau | «I Pellicani» | pp. 126 | euro 13,00 | ISBN 978-88-7180-846-8 | febbraio 2010
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DAL 25 FEBBRAIO NELLE MIGLIORI LIBRERIE
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È con la consueta inclinazione al paradosso e all’ironia che Chesterton ci parla di un’esperienza drammatica come la conversione religiosa, partendo ovviamente dalla sua personale, avvenuta nel 1922.
In queste pagine – sottili, brillanti, appassionate – accompagna l’anima perennemente in bilico del convertito attraverso le tre fasi che precedono l’ingresso nella Chiesa di Roma: l’assunzione di un atteggiamento intellettualmente onesto nei confronti di essa, quindi la sua progressiva e irresistibile scoperta e infine l’impossibilità di abbandonarla una volta entratovi.
Al termine di tale pellegrinaggio interiore, la religione più antica si rivela sorprendentemente la più nuova, più nuova delle cosiddette religioni nuove – come protestantesimo, socialismo o spiritismo –, perché, a differenza di esse, da duemila anni la tradizione e la verità cattoliche conservano intatta la propria validità.
Per Chesterton il solido fondamento di questa autentica universalità (al di là dell’azione della Grazia, mistero teologico sempre sotteso alla fede) risiede nella razionalità e nella libertà del cattolicesimo, come Benedetto XVI va instancabilmente ripetendo agli uomini di oggi.


«Quando Chesterton parla di religione, ne parla sempre a partire dalla ragione e dalla vita. Non fa un “discorso ecclesiastico” o clericale. Può partire da un pezzo di gesso, un dente di leone o un tramonto per arrivare al rapporto di ciascuno di noi con il Mistero. Perché per lui fu così: il Mistero che fa tutte le cose si manifestò nella sua vita attraverso gli umili ma potenti segni dell’allegria familiare, del gusto del bello scorto nelle cose di tutti i giorni.» Marco Sermarini


Lindau ripropone quest'opera di Chesterton - uno dei risultati più felici della sua vastissima produzione - che trasmette con grande efficacia la sua spiritualità dopo la conversione al cattolicesimo. La sua scrittura è sempre intelligente, arguta, ricca di humour, qualità che permettono ai suoi libri di sfuggire alle insidie di un’apologetica anacronistica e poco efficace e, inoltre, questo testo rivela una «attualità» sorprendente.

Chesterton è consapevole di come il tema della conversione possa allontanare d’istinto il pubblico più vasto – agnostici, scettici, atei –, eppure proprio a loro rivolge il suo ragionamento, in primis filosofico e culturale, intriso di buon senso anglosassone.

Per Chesterton il cattolicesimo è una forza sempre nuova, in grado di competere con le altre religioni (oltre che con le altre confessioni cristiane) e con le ideologie prodotte dalla modernità dei suoi tempi. A partire dalla propria esperienza di convertito – ma andando oltre la testimonianza personale – Chesterton dimostra come la Chiesa di Roma sia da sempre la custode dell’unica «filosofia» che mette al centro ragione e verità e come tutto il pensiero successivo alla sua nascita rappresenti una sua parziale e spesso grottesca rielaborazione.

«La Chiesa cattolica» (titolo originale: The Catholic Church and Conversion, 1926) è apparso in Italia in edizione ridotta e tiratura limitata nel 1954, si tratta quindi di un saggio pressoché inedito per il pubblico italiano.

Traduzione dall’inglese di Federica Giardini


L'Autore
Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) fu scrittore e pubblicista dalla penna estremamente feconda. Soprannominato «il principe del paradosso», usava una prosa vivace e ironica per esprimere serissimi commenti sul mondo in cui viveva. Scrisse saggi letterari (Dickens, Wilde, Shaw) e polemici (Ortodossia), romanzi «seri» (L’uomo che fu Giovedì, L’osteria volante) e gialli (celebre la serie di avventure di Padre Brown). Lindau ha pubblicato i suoi saggi biografici su san Francesco d’Assisi e su san Tommaso d’Aquino.


Dalla prefazione di Marco Sermarini
Quella che avete tra le vostre mani è una delle tessere dell’avvincente mosaico dell’ortodossia che Chesterton elaborò nel corso della sua lunga, copiosa e felice produzione letteraria. Un’attività quasi frenetica, che definire intensa è un buffo eufemismo (pensate che, oltre alle centinaia di libri, Chesterton produsse migliaia di articoli su diverse testate giornalistiche, e di questi articoli solo una parte è stata raccolta e pubblicata in volume), lo vide impegnato a sviscerare il rapporto tra l’uomo e la ragione, l’uomo e la fede, la fede e la ragione, nel tentativo (riuscito) di descrivere passo dopo passo una coinvolgente danza in cui egli stesso si era lanciato.
Egli stesso chiamò questa sua personalissima e universale vicenda «il romanzo dell’ortodossia», e romanzo va inteso nel senso di storia avventurosa, cavalleresca, una fascinosa storia d’amore.
Chesterton fornisce le spiegazioni più esaurienti dei motivi di questo idillio in Ortodossia e nell’Autobiografia; le più poetiche in Uomovivo e L’uomo che fu Giovedì. Quest’opera descrive cosa accade nel cuore e nella mente di chi si converte alla Chiesa Cattolica; l’affermazione fondamentale è che il marchio della fede è il cambiamento, cioè la conversione.
Il suo non è un interessamento intellettuale, «antropologico». È estremamente personale.
La sua vita religiosa, in realtà, non fu delle più ordinarie: «Battezzato, secondo le formule della Chiesa d’Inghilterra» (ossia anglicana) – dirà con compiaciuta ironia nell’incipit della sua Autobiografia –, Chesterton verrà in realtà cresciuto come unitariano (gli unitariani credono in Dio, stimano Gesù Cristo un grande uomo ma nulla più, rifuggono il dogma trinitario e ritengono il cristianesimo una sorta di rispettoso amore universale); questo in una famiglia avvezza più alla discussione che alla devozione, per quanto lo scenario familiare fosse diverso da quello circostante:

Lo sfondo generale di tutta la mia giovinezza era agnostico. I miei genitori erano quasi un’eccezione, perché, in mezzo a persone tanto intelligenti, credevano in un Dio personale e nell’immortalità personale. […] V’era una uniformità di miscredenza […]: non fra le persone eccentriche, ma semplicemente fra le persone istruite.

Dio è un fantastico scrittore perché scriverà anche su questo originalissimo materiale una storia unica – addirittura sarà «un dono fatto alla cattolicità (e all’umanità intera) direttamente da Dio», dirà in una insuperata conferenza il cardinale Giacomo Biffi, forse il più chestertoniano del Collegio Cardinalizio. L’humus da cui trarrà potente energia sarà lo sguardo positivo, innocente e lieto che Gilbert erediterà in primis da padre Edward (che lo aveva introdotto al senso del bello nell’arte e nella letteratura, e infuso il gusto perenne del gioco: sì, del gioco e in particolare del teatro delle marionette, per tutta la vita…). Tutto ciò sembrò esaurirsi alle porte della giovinezza, quando oscuri pensieri si addensarono in questa mente acuta come quella di un anziano saggio, ma vivace e innocente come quella di un bambino (egli stesso dirà di «assurde preoccupazioni psicologiche»); alcune letture (L’isola del tesoro di Stevenson, le poesie di Walt Whitman, il Libro di Giobbe), l’essere «sceso nel profondo degli abissi» e una sorta di esperienza mistica di cui egli stesso darà conto in una lettera al suo amico d’infanzia Edmund Clerihew Bentley («Adesso la visione sta svanendo nel corso della vita quotidiana, e ne sono felice. È imbarazzante parlare con Dio faccia a faccia, come si parla con un amico») la riporteranno alla vera Origine di quella Gioia e di quella Speranza ricevuta da bambino. L’alleanza tra fede e ragione non venne mai meno e produsse uno splendore; dirà Chesterton di aver «scoperto che la realtà intorno a noi, se la si esamina, testimonia una… perfezione mistica» e di essere «certo che ogni cosa è come è perché così deve essere». Gratitudine sarà la parola chiave di questa storia che ha lasciato il segno nella vita di migliaia di persone.


Dal libro
Un tempo la fede cattolica era chiamata la Vecchia Religione, mentre ora le viene riconosciuto un posto tra le Religioni Nuove. Questo non c’entra niente con la verità o la falsità dei suoi precetti, ma ha piuttosto a che fare con la comprensione del mondo moderno.
Sarebbe assai indesiderabile che gli uomini moderni accettassero il cattolicesimo solo in quanto novità, sebbene lo sia. Il cattolicesimo, infatti, agisce sul suo ambiente con la forza e la freschezza tipici di una cosa nuova. Persino i suoi oppositori generalmente lo denunciano per questo: perché è un’innovazione e non una semplice sopravvivenza. Si parla del partito «progressista» all’interno della Chiesa d’Inghilterra; si parla dell’«aggressione» della Chiesa di Roma. Quando si parla di un estremista, le probabilità che si intenda un ritualista o un socialista sono identiche. Se prendiamo una normale famiglia di rispettabili protestanti, anglicani o puritani, sia in Inghilterra sia in America, scopriremo che ai fini pratici il cattolicesimo in realtà è considerato una religione nuova, cioè una rivoluzione. Non è una sopravvivenza. Non è in quel senso un’antichità. Non deve necessariamente qualcosa alla tradizione. Dove la tradizione non può fare nulla in suo favore, dove tutta la tradizione gli è contro, esso si impone per i propri meriti: non come tradizione, ma come verità. Il padre di una famiglia come quella descritta, anglicana o puritana d’America, scopre molto spesso che i figli stanno rompendo con il suo compromesso più o meno cristiano (considerato normale nel XIX secolo) e si stanno allontanando in varie direzioni, inseguendo fedi o tendenze che egli definirebbe una mania passeggera. Uno dei suoi figli diventerà socialista e appenderà al muro un ritratto di Lenin; una delle sue figlie diventerà spiritista e giocherà con una tavoletta per sedute spiritiche; un’altra si convertirà alla Christian Science ed è probabile che un altro figlio passi dalla parte di Roma. Dal punto di vista del padre, e in un certo senso anche della famiglia, per il momento tutte queste cose agiscono alla stregua di religioni nuove, di grandi movimenti, di entusiasmi che esaltano i giovani e sconcertano o irritano i più vecchi. Il cattolicesimo, ancor più delle altre, è spesso annoverato tra le passioni selvagge di gioventù. Zie e zii ottimisti dicono che al giovane «passerà», come se fosse un’infatuazione infantile o una deplorabile avventuretta con la cameriera. Zie e zii più arcigni e severi, in un periodo forse un po’ più lontano, ne parlavano come se addirittura si trattasse di un vizio scandaloso, come se la letteratura cattolica fosse una specie di pornografia. Newman osserva con assoluta naturalezza, come se all’epoca non ci fosse stato niente di strano, che uno studente universitario sorpreso con un manuale ascetico o con un libro di meditazioni monastiche finiva in disgrazia, poiché era stato trovato in possesso di un «cattivo libro». L’idea era che avesse sguazzato nel piacere sensuale delle none o che avesse infiammato la sua lascivia contemplando un numero errato di candele. Forse oggi non si usa più vedere la conversione come una forma di dissolutezza, ma è ancora diffusa la convinzione che sia una sorta di rivolta. E in effetti di una rivolta si tratta, almeno rispetto alle convenzioni in vigore in gran parte del mondo moderno. Quando manda il figlio al college, il rispettabile commerciante della classe media o il rispettabile agricoltore del Middle West è un po’ preoccupato che il ragazzo finisca in mezzo ai ladri, intendendo con questo i comunisti; ma teme ugualmente che finisca in mezzo ai cattolici.
Non ha invece paura che capiti tra i calvinisti. Non teme che i figli diventino supralapsariani, per quanto possa detestare questa dottrina del XVII secolo. Né lo allarma particolarmente la possibilità che abbraccino concezioni estreme come quelle solfidiane 3, un tempo comuni tra i metodisti più stravaganti. Difficilmente aspetterà con terrore il telegramma in cui il figlio lo informa che è diventato quintomonarchiano 4 o che si è unito agli albigesi 5. Non passa le notti in bianco chiedendosi se Tom, che studia a Oxford, sia diventato luterano oppure lollardo 6. In tutte queste confessioni, egli riconosce confusamente delle religioni morte, o in ogni caso vecchie. E le religioni che teme sono solo quelle nuove: le idee fresche, paradossali e provocatorie che fanno perdere la testa ai giovani. Eppure, nel novero di queste pericolose attrazioni giovanili, egli classifica la freschezza e la novità di Roma.


L'Indice dell'opera

5 Prefazione all’edizione italiana, di Marco Sermarini

La Chiesa cattolica

13 1. Introduzione. Una religione nuova
23 2. Gli errori palesi
45 3. I veri ostacoli
69 4. Il mondo alla rovescia
85 5. L’eccezione conferma la regola
101 6. Una nota sulle prospettive attuali

107 Nota biobibliografica
111 Opere di Chesterton



Per informazioni, copie saggio e interviste a Marco Sermarini:
Silvja Manzi • Ufficio Stampa Edizioni Lindau
Corso Re Umberto 37 – I-10128 Torino (TO)
tel. +39 011 517 53 24 • fax +39 011 669 39 29
silvja@lindau.it • www.lindau.it

martedì 16 febbraio 2010

Presto, molto presto... una novità chestertoniana!


Cari Amici,

presto, molto presto avrete notizie di una splendida novità chestertoniana...

Un inedito assoluto del nostro Gilbert sarà presto in libreria.

Possiamo dirvi solo questo!

Intanto leggete i giornali... non si sa mai!

Nel frattempo Gilbert gongola (guardate la foto)...

Una segnalazione... irlandese!



A Rose of Summer
La musica nella cultura letteraria d’Irlanda
Tre lezioni-concerto

Giovedì 4 marzo 2010, ore 13
Giovedì 15 aprile 2010, ore 13
Lunedì 3 maggio 2010, ore 13

Aula Magna
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Largo Gemelli 1 – 20123 Milano
Ingresso libero


Giovedì 4 marzo 2010, ore 13

Alla presenza di S. E. l’Ambasciatore di Irlanda in Italia, Patrick Hennessy

All her lovely companions
Risonanze irlandesi in Europa e oltre

Introduzione a cura del Prof. Enrico Reggiani

Una ghirlanda musico-letteraria dall’Irlanda al mondo. La prima lezione-concerto offre una ricca panoramica, con contributi da vari tempi e luoghi, che intreccia raffinate riletture di The Last Rose of Summer di Thomas Moore ed illustrazioni virtuosistiche della tradizione musicale, popolare e colta, dell’Isola di Smeraldo.

Raffaele Trevisani, flauto
Paola Girardi, pianoforte

Brani di T. Moore, L. van Beethoven, C. Wilson, E. Monroe, J. Clinton, F. Kuhlau, C. Bolling, B. Britten, H. Harty

in collaborazione con l’Accademia Internazionale della Musica – Fondazione Civiche Scuole di Milano

Maggiori informazioni sono reperibili nel blog YEATS, IRELAND AND OTHER LITERARIA alla pagina http://wbyeats.wordpress.com/a-rose-of-summer-new/.

Manalive... è a buon punto.

Alcuni amici ci hanno chiesto che fine abbia fatto il film americano su Manalive, Uomovivo, cui stavano lavorando Dale Alquhist, presidente della Società Chestertoniana Americana, Joey Odendhal e altri amici chestertoniani americani.

Ebbene, dal sito del film, http://manalivethemovie.com sappiamo che dal 4 Giugno 2009 il film, nella sua versione "grezza", è pronto e che ora sta affrontando la fase della post produzione, che dicono essere molto lunga.

Certamente vi terremo informati sulla faccenda.

Qui sistemiamo nuovamente quello che da bambini chiamavamo il provino del film
(o, come si dice oggi, il trailer). E' spassosissimo!

Padre Popieluszko beato il 6 giugno




La beatificazione del padre Jerzy Popieluszko, il cappellano del sindacato Solidarnosc, ucciso nel 1984 avrà, luogo a Varsavia il 6 giugno prossimo in presenza dell’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione per i santi del Vaticano. Lo ha annunciato l’arcivescovo di Varsavia Kazimierz Nycz in una conferenza stampa nella capitale polacca. Nycz ha precisato che la data della beatificazione è stata scelta dalla Santa Sede e che essa cade nella Giornata della gratitudine stabilita dalla Chiesa polacca per ricordare la riconquista dell’indipendenza e della libertà del popolo polacco nel 1989. D’intesa con le autorità municipali, la cerimonia di beatificazione del cappellano di Solidarnosc si svolgerà nel centro di Varsavia sulla Piazza Maresciallo Jozef Pilsudski (già Piazza della Vittoria), la stessa che nel giugno 1979 ha visto oltre un milione dei polacchi giunti per la messa celebrata da Papa Giovanni Paolo II nel suo primo pellegrinaggio in Polonia. L’arcivescovo di Varsavia ha aggiunto che dopo la cerimonia del 6 giugno le reliquie di Popieluszko saranno accompagnate con una processione religiosa per essere depositate nella cripta del Tempio della Provvidenza, in via di costruzione nel quartiere Wilanow di Varsavia. Padre Popieluszko, nato nel 1947, era dal 1980 il capellano di Solidarnosc nei cantieri siderurgici di Varsavia. Il 19 ottobre 1984 fu rapito da agenti della polizia segreta comunista Sb che lo uccisero brutalmente gettando il suo corpo in una diga vicino a Wloclawek. Il processo per la beatificazione di Popieluszko è iniziato nel 1997.

Lindau pubblica una biografia del venerabile John Henry Newman

«Newman appartiene ai grandi dottori della Chiesa,
perché egli nello stesso tempo tocca il nostro cuore
e illumina il nostro pensiero.»
Joseph Ratzinger

«Mi piacerebbe pensare che chi ha il tempo per leggere un solo libro su Newman scoprirà che questo è quello giusto.»
Roderick Strange


Le
EDIZIONI LINDAU

presentano


John Henry Newman
Una biografia spirituale


di
Roderick Strange

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Edizioni Lindau | «I Pellicani» | pp. 238 | euro 22,50 | ISBN 9788871808512 | 2010
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DAL 18 FEBBRAIO IN LIBRERIA
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Questa biografia costituisce un’efficace introduzione al pensiero di una delle figure più importanti – e ancora poco conosciute – del cattolicesimo moderno. Ordinato sacerdote anglicano nel 1825, Newman maturò la sua conversione al cattolicesimo nel segno di una crescente adesione alla razionalità dell’atto di fede, alla centralità della coscienza, a una concezione del cristianesimo fondata sull’oggettività del dogma e sull’universalità della Chiesa di Roma. Per Newman fede e ragione sono «come due ali sulle quali lo spirito umano raggiunge la contemplazione della verità». Temi e accenti oggi riproposti con forza da Papa Benedetto XVI. Come ha scritto Joseph Ratzinger, «il contributo di Newman non è stato ancora del tutto utilizzato nelle teologie moderne».

Convertito della tempra di Paolo e di Agostino, autorevole apologeta della fede, prosatore efficacissimo, John Henry Newman, questo sacerdote anglicano divenuto cattolico nel 1845 e cardinale nel 1879, sorprende per la modernità delle sue analisi. Molte delle difficoltà che la Chiesa si trova oggi ad affrontare sono puntualmente anticipate nei suoi scritti.

Di lui Roderick Strange ricostruisce in queste pagine la biografia spirituale. Non manca il racconto circostanziato della vita di un uomo coraggioso, sempre in cerca di risposte alle domande suggeritegli dalla fede, capace di compiere scelte difficili e di preferire l’onestà e la coerenza alla facile inerzia di chi si adagia sulle certezze rassicuranti del proprio tempo. Tuttavia l’attenzione dell’autore è specialmente rivolta alla ricostruzione di un percorso intellettuale e interiore che ha portato Newman ad affrontare alcuni temi fondamentali, precorrendo questioni che soltanto il Concilio Vaticano II metterà del tutto in luce.

Il lavoro di Strange – competente e appassionato – merita dunque l’interesse sia di chi vuole misurarsi con un uomo che ha «usato» bene la propria vita, non derogando, nonostante difficoltà e delusioni, dal proprio ideale di integrità, sia di chi vuole conoscere e approfondire gli esiti di una ricerca teologica, filosofica e morale di particolare intensità e valore.

Giovanni Paolo II, che lo dichiarò Venerabile nel 1991, così scrisse: «profonda onestà intellettuale, fedeltà alla coscienza e alla grazia, pietà e zelo sacerdotale, devozione alla Chiesa di Cristo e amore per la sua dottrina, incondizionata fiducia nella Provvidenza e assoluta obbedienza al volere di Dio, [caratterizzano] il genio di Newman... Rendendo grazie a Dio – conclude la Lettera Pontificia del 2001 per il dono del venerato John Henry Newman, in occasione dei duecento anni della nascita, preghiamo affinché questa guida certa ed eloquente nella nostra perplessità diventi anche nelle nostre necessità un intercessore potente al cospetto del trono della grazia. Preghiamo affinché la Chiesa proclami presto ufficialmente e pubblicamente la santità esemplare di uno dei campioni più versatili e illustri della spiritualità inglese».

Il cardinale John Henry Newman sarà beatificato il 19 Settembre 2010, a Birmingham, durante la storica visita apostolica in Gran Bretagna di Papa Benedetto XVI.


Traduzione dall'inglese di Gabriella Tonoli.


L'Autore
Mons. Roderick Strange è rettore del Pontificio Collegio Beda di Roma. È stato cappellano cattolico dell’Università di Oxford e presidente della conferenza nazionale dei sacerdoti. Tra i suoi libri due acclamate introduzioni alla dottrina e alla vita spirituale della Chiesa cattolica, The Catholic Faith e Living Catholicism, e uno studio sul sacerdozio cattolico, The Risk of Discipleship.


Dal Libro
Il percorso di Newman
Newman nacque il 21 febbraio del 1801 e morì l’11 agosto del 1890. La sua vita fu lunga e intricata, profonda e complessa. Nel mese di ottobre del 1963, papa Paolo VI, nel discorso per la beatificazione del prete passionista Dominic Barberi – colui che aveva accolto Newman nella Chiesa cattolica – si soffermò a parlare direttamente di Newman. Lo descrisse come un uomo «pienamente cosciente della sua missione – “ho un lavoro da fare” – guidato unicamente dall’amore per la verità e dalla fedeltà a Cristo, il quale per arrivare alla pienezza della saggezza e della pace tracciò un percorso, il più penoso, ma anche il più grande, il più significativo, il più decisivo che il pensiero umano abbia mai condotto nel [XIX] secolo, anzi si potrebbe dire nell’età moderna». Sono parole molto forti. In seguito Stephen Dessain mi disse che sembrava che il Papa stesse beatificando Newman più che Dominic. In ogni caso era chiaramente consapevole del cammino intrapreso da Newman.
Seguire il percorso di una vita così ricca non è cosa facile, ma è necessario tracciarne un profilo che costituisca il contesto in cui sorsero le questioni che prenderò in considerazione nel corso del libro. Diversi sono gli approcci possibili.
Ho già accennato a quanto in principio io sia stato affascinato dai contrasti della vita di Newman, che procedette secondo uno schema di aspettativa e delusione: il brillante studente universitario che riesce a malapena a laurearsi; il docente dell’Oriel College i cui studenti si ritirano; il leader del Movimento di Oxford che diventa un cattolico romano; l’illustre convertito di cui non ci si fida appieno e il cui talento viene sfruttato male; e poi alla fine, gli anni inaspettati in cui divenne cardinale, quando le persecuzioni ebbero fine ed egli fu stimato e trattato con rispetto. Per tutto quel tempo, Newman andò in cerca della Chiesa. La domanda che lo guidava era: dove si poteva trovare il Corpo di Cristo in modo più completo? Era suo desiderio farne parte. E quando, nel 1845, capì di aver trovato la risposta a quella domanda e quindi agì in base a essa, diventando un cattolico, seguirono altri lunghi anni di maturazione, sofferenza e umiliazione.
Nella sua affascinante vita è forse possibile delineare tre fasi principali. Fino al 1833, andò in cerca di se stesso; negli anni dal 1833 al 1845 fu messo a dura prova; e successivamente si manifestarono le conseguenze della sua decisione di diventare cattolico.


L'Indice dell'opera

7 Ringraziamenti
9 Abbreviazioni
13 Prefazione

John Henry Newman

21 1. «Hai mai letto Newman?»
35 2. Il percorso di Newman
63 3. Una mente viva
83 4. Autorità infallibile
101 5. Maria, la madre di Gesù
121 6. Al servizio dei laici
145 7. Alla ricerca dell’unità della Chiesa
163 8. Strana provvidenza
181 9. Predicare una fede viva
201 10. Testimone di santità
217 11. La fiamma dell’amore
229 Indice dei nomi

lunedì 15 febbraio 2010

Il Papa incontra i seminaristi romani e parla di fede, ragione e tanto altro.

Il Papa si è incontrato lo scorso 12 Febbraio con i seminaristi romani.
Ha tenuto una lectio divina.
Qui sotto avete un assaggio, che abbiamo potuto vedere dal blog del vaticanista Sandro Magister, ma merita di essere letta tutta e allora la potete leggere qui, direttamente dal sito del Vaticano.
Il passo qui sotto prende spunto da un appunto che un professore muove al Papa dal discorso di Regensburg (quello che fece tanto arrabbiare gli islamici e i tanti antipapisti fuori e dentro la Chiesa...).


… Poco tempo fa mi ha scritto un professore di Regensburg, un professore di fisica, che aveva letto con grande ritardo il mio discorso all’Università di Regensburg, per dirmi che non poteva essere d’accordo con la mia logica o poteva esserlo solo in parte. Ha detto: “Certo, mi convince l’idea che la struttura razionale del mondo esiga una ragione creatrice, la quale ha fatto questa razionalità che non si spiega da se stessa”. E continuava: “Ma se può esserci un demiurgo – così si esprime –, un demiurgo mi sembra sicuro da quanto lei dice. Ma non vedo che ci sia un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere che ci sia una ragione che precede la razionalità del cosmo, ma il resto no”. E così Dio gli rimane nascosto. È una ragione che precede le nostre ragioni, la nostra razionalità, la razionalità dell’essere, ma non c’è un amore eterno, non c’è la grande misericordia che ci dà da vivere.

Ed ecco, in Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha mostrato che è ragione e amore, che la ragione eterna è amore e così crea. Purtroppo, anche oggi molti vivono lontani da Cristo, non conoscono il suo volto e così l’eterna tentazione del dualismo, che si nasconde anche nella lettera di questo professore, si rinnova sempre, cioè che forse non c’è solo un principio buono, ma anche un principio cattivo, un principio del male; che il mondo è diviso e sono due realtà ugualmente forti: e che il Dio buono è solo una parte della realtà.

Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In questo modo si cerca un’apologia di Dio, che così non sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue mani! E come potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del male?

Rassegna stampa

14 Febbraio 2010 - Repubblica
Bioetica
Attacco di Ratzinger 168 KB

14 Febbraio 2010 - Avvenire
Bioetica
Papa: vita umana soggetto di diritto 652 KB

14 Febbraio 2010 - Giornale
Bioetica
Papa: la vita non è in mano agli scienziati 57 KB

14 Febbraio 2010 - Avvenire
Bioetica
D'Agostino: nel cuore dell'uomo la bussola 108 KB

14 Febbraio 2010 - Giornale
Omosessuali
Caffarra: non è cattolico chi riconosce le unioni gay 193 KB

14 Febbraio 2010 - Stampa
Omosessuali
Poletto bacchetta Chiamparino 245 KB

15 Febbraio 2010 - Sole24ore
Divorzio
Un terzo dei matrimoni finisce male in tribunale 450 KB

Un aforisma al giorno - 158

"Se non sproniamo noi stessi continuamente all’umiltà e alla gratitudine, ci accade col passare del tempo di vedere sempre meno il significato del cielo o delle pietre" .

Gilbert Keith Chesterton, Tremendous Trifles
Grazie alla segnalazione di Sabina Nicolini

Papa Benedetto dai poveracci della Caritas di Roma - dal blog di Andrea Tornielli

"Gli occhi del Papa commosso incrociano quelli di Giovanna, la clochard che con la voce tremante ha accolto Benedetto XVI all’Ostello della Caritas presso la Stazione Termini di Roma: «Le garantisco che noi pregheremo per lei. Perché Dio Le dia la forza di essere sereno e forte e pieno di speranza come lo siamo noi. Qui lei trova dolore, certamente, ma se dovesse, nel viaggio di ritorno, poter portare con lei una cosa soltanto, porti, la prego, la speranza». Si è detto spesso che la cifra saliente del pontificato di Ratzinger sono le omelie, i discorsi, gli insegnamenti, più che i gesti. Mi sembra che nell’incontro di stamattina, la semplicità con cui il vescovo di Roma ha mostrato la sua vicinanza ai poveri e agli emarginati della città, smentisca questa tesi. Ai «gesti» d’amore che qui vengono quotidianamente compiuti dai volontari, il Papa ha fatto riferimento nel suo discorso: «Attraverso i gesti, gli sguardi e le parole di quanti prestano qui il loro servizio, numerosi uomini e donne toccano con mano che le loro vite sono custodite dall’Amore, che è Dio, e grazie ad esso hanno un senso e un’importanza… Questa certezza profonda genera nel cuore dell’uomo una speranza forte, solida, luminosa, una speranza che dona il coraggio di proseguire nel cammino della vita nonostante i fallimenti, le difficoltà e le prove che la accompagnano. Cari fratelli e sorelle che operate in questo luogo, abbiate sempre davanti ai vostri occhi e nel vostro cuore l’esempio di Gesù, che per amore si fece nostro servo e ci amò “fino alla fine” (cfr Gv 13,1), fino alla Croce. Siate, dunque, gioiosi testimoni dell’infinita carità di Dio e, imitando l’esempio del diacono san Lorenzo, considerate questi vostri amici uno dei tesori più preziosi della vostra vita»".

venerdì 12 febbraio 2010

Un aforisma al giorno - 157

"Il Cristianesimo è sempre fuori di moda perché è sano, e tutte le mode sono insanità".

Gilbert Keith Chesterton, La sfera e la croce – “Un intermezzo”

Rassegna stampa


12 Febbraio 2010 - Panorama
Eutanasia
ELUANA. In pellegrinaggio alla sua tomba 94 KB

12 Febbraio 2010 - Avvenire
Fine Vita
Stati vegetativi e false certezze 82 KB
 
 

giovedì 11 febbraio 2010

Pearce sul Catholic Herald - Gratitudine verso Chesterton


Joseph Pearce è l'oggetto di questo articolo del Catholic Herald, giornale cattolico britannico.

Molti di voi lo conosceranno: da estremista razzista irlandese a cattolico convintissimo grazie a Chesterton.

Lo incontra il giornalista Ed West.

In carcere Pearce lesse Chesterton e si convertì. Crediamo che questa possa essere annoverata tra le grazie di Chesterton, e di simili ce ne sono molte.

Pearce un paio d'anni fa fece una tourneè in Italia, il nostro blog ne porta traccia.

mercoledì 10 febbraio 2010

Giornata del ricordo, chi se lo ricorda?

Oggi è la Giornata del Ricordo, per commemorare i morti nelle foibe
comuniste titine.

Chi ne ha parlato?

Chi se lo ricorda?

Quanti film sull'argomento?

Eutanasia - Eluana Englaro: il medico che la visitò dice che lo stato vegetativo è vita, e non è questione di fede


INT. a Giuliano Dolce - Il Sussidiario
mercoledì 10 febbraio 2010

«Ci può essere un protocollo su come guarire una polmonite, ma non su come far morire. Eluana è morta soffrendo. Se non ha sofferto era molto sedata e qui i limiti con una eutanasia si confondono». Questo è il giudizio del professor
GIULIANO DOLCE, il medico che nel gennaio del 2008 visitò Eluana Englaro. Riscontrando una serie infinita di contraddizioni in tutta la vicenda che ne decretò la morte per sentenza. Nonostante fosse palese che Eluana fosse viva e che persistesse in lei una «coscienza sommersa». Il professore racconta la sua esperienza e le sue impressioni a ilsussidiario.net

Professor Dolce, ieri ricorreva un anno dalla morte di Eluana Englaro. Cosa ricorda?

Ebbi la possibilità di visitarla. La storia di Eluana è nota; ed è noto che il suo non è stato soltanto una caso clinico. Già poche ore dopo l’incidente il padre si scontrò col primario di rianimazione, perché non voleva che fosse intubata. Naturalmente il primario non poté acconsentire ad una richiesta simile. Da allora Englaro iniziò la sua famosa «battaglia» che si concluse con la tumulazione della figlia.

Lei visitò Eluana con il consenso del padre e trovò che era capace di deglutire. È così?

Esatto. Io ero convinto che Eluana non fosse in stato vegetativo, che di per sé è molto raro. Chiesi al padre il permesso di visitarla, lui me lo concesse e andai a Lecco a visitare Eluana. La trovai in ottime condizioni generali, però era effettivamente in stato vegetativo, anche dopo 17 anni. Ebbi un colloquio con la suora che la accudiva e che le era molto affezionata: mi disse che erano anni che cercava un contatto con lei, ma la ragazza non aveva dato il minimo segno di reazione. Eluana era alimentata e idratata con un sondino naso gastrico. Nei primi anni la madre la alimentava per bocca, ma poi diradò le visite e fu posizionato un sondino. Io però notai che deglutiva ancora la saliva: a volte questi malati lo fanno, a volte no.

Questo che cosa poteva cambiare?

È un elemento che incontra il problema della sentenza. Cosa disse la Cassazione? Che per autorizzare l’interruzione dell’alimentazione la condizione di stato vegetativo della paziente avrebbe dovuto essere giudicata clinicamente come irreversibile. Premessa: non si può dare una prova scientifica certa che un paziente non possa risvegliarsi anche dopo lunghissimo tempo. Infatti è accaduto. La sentenza milanese parlava poi di «stato vegetativo permanente». Ma questa espressione è sbagliata altrimenti chi definisce lo stato permanente si arroga il diritto di decretare una prognosi irreversibile e infatti la logica era che siccome Eluana non dava segni di reversibilità cognitiva, si poteva - anzi si «doveva» - farla morire.

Il punto?

Questa condizione irrevocabilmente «permanente» andava verificata ma questo non è stato fatto. Io la visitai in mezz’ora, solo per accertare lo stato vegetativo, ma occorreva che un collegio di tre esperti accertasse lo stato irreversibile. Quando Eluana venne portata a Udine scrissi una lettera al direttore sanitario della clinica dicendo che l’avevo visitata e che avevo riscontrato la deglutizione. E che bisognava fare un esame speciale per capire se la deglutizione naturale era conservata al punto tale da poter mantenere in vita Eluana alimentandola per bocca. Questo perché il tribunale di Milano aveva autorizzato solo la sospensione dell’alimentazione artificiale, ma non fu fatto nulla. Lei mi chiede il punto, ma il punto non è ancora questo.

Si riferisce alla contraddittorietà della sentenza?

Sì. Qui ci si divide tra chi è d’accordo con il fare l’abbandono attivo e chi non è d’accordo, ma resta il fatto che nessun medico al mondo fa qualcosa che produce direttamente la morte del malato. Invece la sentenza autorizzava il tutore a sospendere ogni cura, comprese alimentazione e idratazione, prescrivendo al contempo che non bisognasse far soffrire Eluana, somministrandole le sostanze adatte a eliminare i dolori. Ma Eluana non era malata, era in uno stato di grave disabilità e nella condizione di non potersi alimentare da sola. Alimentazione e idratazione non erano e non sono una terapia, ma ciò di cui una persona in stato vegetativo ha bisogno per vivere, esattamente come accade per noi.

Crede che i suoi colleghi non si siano comportati in modo deontologicamente corretto?

Non lo hanno fatto perché un medico non può adoperarsi per far morire una persona. Sapevano infatti che senza mangiare e senza bere sarebbe morta. Non è ammissibile che in un paese civile come l’Italia una persona venga lasciata morire di sete. Io, medico, per eseguire la sentenza di un tribunale faccio una tortura! Per evitare le sofferenze somministro sedativi e, quindi, «curo» contravvenendo così il dispositivo della sentenza stessa del tribunale. Non ci si può rifugiare in un «protocollo». Ci può essere un protocollo su come guarire una polmonite, ma non su come far morire. Eluana è morta soffrendo. Se non ha sofferto era molto sedata e qui i limiti con una eutanasia si confondono. I pazienti in stato vegetativo, è dimostrato scientificamente, provano dolore.

Tutto quello che lei ha detto finora si basa sul presupposto che lo stato vegetativo sia una vita in senso proprio.

È una vita che non ci manda segnali visibili, e che potremmo ritenere imperscrutabile e da qui - erroneamente - inesistente. Al contrario, è vita vera. Gli studi di Owen e di Laurys, facendo ricorso ad esperimenti molto avanzati, hanno dimostrato che una piccola percentuale di pazienti in stato vegetativo risponde sì-no a stimoli fatti di domande elementari.

Questo dimostra che la coscienza è viva e operante?

Viva e operante no. Piuttosto questi esperimenti dimostrano che c’è attività di coscienza anche in assenza di consapevolezza. Noi stessi nel nostro centro di Crotone (Istituto Sant’Anna, ndr) siamo pervenuti agli stessi risultati ma con altri approcci. Abbiamo verificato che il cervello emette i correlati fisici delle emozioni. È quello che abbiamo chiamato l’«effetto mamma».

In cosa consiste?

Le mamme solitamente affermano che i loro figli le sentono e le capiscono mentre un esterno non vede nulla. Una serie di esperimenti ci hanno dimostrato che quando una madre parla al malato egli effettivamente risponde con riflessi psicogalvanici come quelli che fanno funzionare una macchina della verità. La «misura» delle emozioni è possibile valutarla con il calcolo della variabilità del ritmo cardiaco. Ma se a parlare è un estraneo questi riflessi non ci sono. Tutto questo dice che durante lo stato vegetativo il malato è escluso dal mondo esterno, ma non lo è altrettanto dal mondo interno. C’è un mondo interno che «non si spegne».

La vita in stato vegetativo ha una sua dignità?

Sì. Ho davanti una persona che non esprime volontà di coscienza chiara - si chiama «coscienza sommersa» - ma non è un corpo abbandonato, perché il suo cervello oltre ad essere vivo, lavora. Dorme, sta sveglio, si emoziona. Su cento pazienti in stato vegetativo solo sette rimangono nello stato di Eluana. Gli altri si svegliano, chi dopo uno, due, tre anni. Una percentuale rilevante (80 per cento)di pazienti in stato vegetativo da trauma cranico riprendono l’attività di coscienza. Conosco casi di persone che guidano l’autobus, fanno il tassista, vanno a scuola, sono laureati, sposati, si sono dimenticati di aver avuto questa malattia.

Secondo lei Eluana Englaro è morta invano?

Il mio timore è che non si sia capito che lo stato vegetativo non è di destra o di sinistra. Vorrei invece che fosse la misura della civiltà del nostro popolo. Alla domanda: si può vivere in questo modo?, tutti direbbero di no, ma la loro è vita e non possiamo abbandonarli. Esaurita la fase cronica le cure cessano e il malato è guarito. Può aver perso delle funzionalità e avere disabilità gravi, ma è un disabile, non un ammalato. Non chiede niente e ha bisogno di tutto. Me ne devo fare carico. E mantenerlo fin che muore per vie naturali.

Lei non ne fa dunque una questione di fede.

Non c’entra niente la fede. C’entra che da persona civile accudisco un’altra persona che non può farlo da sé. Costa allo stato cento euro al giorno o 200mila euro l’anno? Si tratterà di fare un uso più razionale delle risorse. Quelle stesse risorse con le quali magari lo stato compra tre elicotteri che costano cinque volte di più. Se uno invece di essere come Eluana è un disoccupato o un emarginato, un «ramo secco» della società, facciamo fuori anche lui? Eluana ha occupato con clamore le cronache nazionali, ma io conosco tremila persone in Italia che accudiscono un familiare in stato vegetativo. Nessuno si lamenta ed i familiari li accudiscono con amore e mi dicono che è meglio avere la loro compagnia che andare al cimitero a portare i fiori.

C’è dibattito sul testamento biologico. Cosa direbbe ai politici?

Uno vuole rinunciare alle cure? Noi medici non lo curiamo. Ma in una situazione di emergenza, in cui non si sa quello che la persona vorrà fare, non la si può lasciar morire. Sappiamo che tutti i testamenti possono essere cambiati da chi fa testamento in un qualsiasi momento. Ma una persona in stato vegetativo non lo può fare. Ecco perché potrà morire per malattia, ma non deve morire per sete.

E' vero?

Ha detto ieri sera 9 Febbraio 2010 a Otto e mezzo il signor Beppino Englaro, padre di Eluana:

"Bisogna avere un’idea cosa sia lo stato vegetativo... Non esiste in natura questa condizione, è lo sbocco delle terapie rianimative ad oltranza".

"Guardi, non si ha nessuna percezione del mondo che ci circonda, guardi... nessuna, nessuna...".

Facciamo una domanda a medici preparati ed in buona fede: è vero quello che dice il signor Englaro? Attendiamo qualche risposta.

Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro siamo costretti a riaprire la rubrica "Uomini e tristezza"

L'anniversario della morte della povera Eluana ha riaperto la polemica e la ferita mai rimarginatasi (è davvero una grande ferita, questa!) e, scusate ma lo dobbiamo dire, ci costringe a riaprire la rubrica "Uomini e tristezza".

Ieri si è rifatto vivo il presidente della Camera Gianfranco Fini e subito uno degli organi ufficiosi di tanta mestizia ha tenuto a dire:

"Gianfranco Fini avrebbe preferito il silenzio, nel giorno dell'anniversario della morte di Eluana Englaro. E, a chi ha avuto modo di parlargli, il presidente della Camera non ha nascosto la sua posizione: «Avrei sperato che tutti tacessero, che nell'anniversario della morte di Eluana non venisse strumentalizzata la vicenda...»".

E' simpatico perché dicono: "a chi ha avuto modo di parlargli", come se questo parlare fosse casuale, in una chiacchierata al caffè, senza problemi e non fosse una ben calibrata affermazione rilasciata appositamente...

«Il nostro rispetto e il nostro affetto vanno oggi a chi - come Beppino Englaro - ha portato su di sè, con dignità, il dolore proprio e degli altri - commenta invece Claudio Fava, coordinatore della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia Libertà - Silvio Berlusconi ha perduto un'altra occasione per tacere».

E con questo Claudio Fava non perde l'occasione per fare un po' di sana polemica politica approfittando del caso Englaro assimilandosi così al destinatario della repimenda, Silvio Berlusconi.

Comunque Gianfranco Fini lo scorso anno ha collezionato, vincendo, sette nomination al nostro premio "Uomini e tristezza".

martedì 9 febbraio 2010

Etiopia: il record dei cristiani


da Avvenire del 7 Febbraio 2010.

Lalibela, in Etiopia, dovrebbe occupare i primi posti tra i contendenti al titolo di sito più straordinario nella storia dell’arte e dell’architettura cristiana. Immaginate di camminare su una collina e di vedere quel che è simile a una bassa struttura monolitica in pietra che sporge per poco dal terreno. Andando più vicino potrete notare una specie di ampio fossato - e solo in questo momento accorgervi che quel che state osservando a livello di suolo è il tetto di una possente chiesa a torre che si estende per circa 12 metri sotto la superficie.

Per molti anni gli operai scavarono la chiesa nel granito usando solo il martello e lo scalpello. L’edificio conserva i ricchi colori della roccia, che paiono mutare con le varie ore del giorno.
Lalibela è il sito con 11 di queste chiese, compresa la più grande che esista al mondo, realizzata da una sola pietra. Pochi etiopi dubitano che gli angeli abbiano avuto un ruolo in questo progetto di vaste costruzioni. Le origini dell’area sono misteriose. Prende il nome da un re famoso, Gebre Mesqel Lalibela, che governò intorno al 1200 e che presumibilmente volle dare ai cristiani una meta di pellegrinaggio alternativa rispetto a Gerusalemme.

Certamente Lalibela aspira ad essere una seconda Gerusalemme riproducendo molti nomi di luoghi ed edifici celebri, ma non sappiamo la sua esatta data di nascita. Alcune delle chiese potrebbero essere più vecchie di secoli nei confronti del re Lalibela.

Per quanto sia antico, da secoli il sito riempie di stupore i viaggiatori. Quando il primo visitatore europeo ne parlò intorno al 1520, lottò per trovare le parole. Non voleva frenare l’entusiasmo ma sapeva anche che nessuno avrebbe creduto al racconto sui dettagli e le dimensioni di Lalibela. E i lettori sarebbero stati sorpresi apprendendo che questo luogo cristiano miracoloso era in Africa! Lalibela è solo un luogo tra le molte chiese e santuari di pellegrinaggio evocativi d’Etiopia - ed è secondo per santità e prestigio nei confronti di Axum (Etiopia), famosa per l’arca dell’alleanza. Come le sue controparti Lalibela da secoli è conosciuta ed amata. Gli etiopi hanno un senso profondo delle radici religiose del loro paese. Tutti i grandi centri - le chiese scolpite nella roccia, i monasteri, i luoghi miracolosi - attraggono masse di pellegrini nei momenti centrali dell’anno, come a Timqat (epifania).

Gli studiosi moderni si sono sforzati di superare la prospettiva limitata dell’Europa occidentale che per così tanto tempo forzò la scrittura della storia della Chiesa, ma pure gli sforzi meglio intenzionati raramente rendono il senso della fede ardente e complessa degli africani al tempo di ciò che gli europei chiamano Medioevo e primo periodo moderno (o, di fatto, fino al presente). Come è ancora possibile scrivere libri di storia dell’architettura cristiana senza includervi pagine su Lalibela? Quando gli storici ricordano la selvaggia invasione italiana d’Etiopia negli anni Trenta del secolo scorso, la definiscono un’istanza della brutalità fascista e non una campagna devastante contro una terra centrale del cristianesimo, un violento assalto segnato dalla strage di massa di monaci e preti etiopici.

Gli studiosi tendono a scrivere come se il cristianesimo africano sia qualcosa di nuovo e di sperimentale più che la ripresa di una realtà antica. Alcune chiese africane più recenti stanno lottando per superare questo mito. Uno dei punti di svolta nella storia della Chiesa africana moderna fu la vittoria etiopica sulle forze di invasione italiane nella battaglia di Adua del 1896, un raro esempio di opposizione all’apparente espansione irrefrenabile della supremazia europea. Quello fu il momento in cui le chiese nere nell’Africa meridionale iniziarono a definirsi etiopiche per affermare che avrebbero potuto accettare la fede come fenomeno africano non costretto da norme europee preimpacchettate.

Il cristianesimo etiopico fa notizia oggi e non solo per la sua storia. La nazione possiede uno dei più alti tassi di natalità al mondo; la sua popolazione è aumentata dai 33 milioni nel 1975 agli 85 milioni attuali, e potrebbe passare ai 180 milioni nel 2050. Oggi ci sono 50 milioni di cristiani in Etiopia; nel 2050 potrebbero essere 100 milioni, il che farebbe dell’Etiopia la culla delle comunità cristiane più grandi al mondo. In misura sempre maggiore questi credenti migrano nel mondo, specialmente in Europa e negli Stati Uniti. Lontani dal cadere nell’irrilevanza storica, gli eredi di Lalibela avranno una parte significativa nella popolazione cristiana mondiale.

Eutanasia - Oggi ricorre un anno dalla morte di Eluana Englaro

Oggi ricorre esattamente un anno dalla morte della povera Eluana Englaro.

Noi chestertoniani ci siamo battuti molto nel nostro piccolo perché Eluana rimanesse in vita, anche perché siamo certi che questo fosse il suo vero desiderio, oltre che (ed in primis) per il fatto che crediamo che la vita sia la cosa più sacra che c'è, più sacra dell'idea che abbiamo noi della vita stessa.

Il nostro blog ha avuto proprio nel giorno della sua morte il picco massimo delle visite in un solo giorno (circa settecento). Sinceramente speravamo che lo avesse in un giorno più fausto.

Oggi vi proponiamo la lettura di Avvenire, che ha molte molte cose interessanti da leggere, per primo l'articolo di Marina Corradi inviata presso la clinica lecchese che accolse per tanti anni Eluana. Ma, ripetiamo, ci sono tante altre cose da leggere che meritano, come la storia di Massimiliano, oppure ciò che accade a Liegi.

Basta andare nel sito di Avvenire: http://www.avvenire.it

Noi nel nostro piccolo continuiamo a lottare per la vita e per la cultura della vita, a diffondere giudizi sani su questo tema. Vi ricordiamo infatti la storia del nostro Massimiliano Amolini e del suo bel libro tutto esaurito, in un post di qualche settimana fa, come pure quella del dott. Giambattista Guizzetti di Bergamo e dei suoi pazienti che dicono di essere felici anche in stato vegetativo.

Voi però fatelo con noi e con il Papa! Mandate a tutti questo e tutti gli altri post che riguardano questa faccenda! "Sprechiamoci" un po' di tempo, lo vale tutto.