Sono così tanti gli uomini che incrociamo per strada che potrebbero avere una storia unica e ricca, e davanti a cui, per mera comodità, indietreggiamo dando per scontato che nessuno di loro l’abbia. Ci costringiamo a oltrepassare i loro drammi come se “fossero storie da scuola domenicale, siamo spinti a lanciare i romanzi nel cestino della carta straccia, copertina e tutto quanto, come se, invece di contenere storie colorate e brillanti di passione umana, non contenessero nient’altro che circolari sul carbone o domande di assistenza per il restauro di una chiesa nel Cumberland. Il mendicante che salutiamo per la strada potrebbe avere una storia immensa è molto più interessante della nostra. Eppure dobbiamo passare oltre un centinaio di uomini del genere, carichi di inutili storie, e quando ci siamo negati più storie meravigliose di quelle per cui il sultano delle Indie aveva pagato, ci precipitiamo nei dintorni a raccogliere rape e funghi per godere di un mese di poesia.
Le rape non ci possono raccontare la loro storia, se potessero, sarebbe senza dubbio profondamente affascinante. Non possiamo conoscere le scioglienti e multicolori emozioni che danno varietà all’esistenza di un fungo. Ma la motivazione per cui rifuggiamo dalla città non è in realtà la sua mancanza di poeticità, è che la sua poesia è troppo feroce, troppo affascinante è troppo pratica nelle sue rivendicazioni.
G.K. Chesterton, Lettura e follia (titolo originale: Lunacy and Letters).
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