lunedì 20 maggio 2013

"La vita quotidiana è la più romantica delle avventure…" - Brevissima storia di un apocrifo chestertoniano

Chesterton è uno degli autori più citati di tutti i tempi e di tutti i continenti, e questo ovviamente crea spesso delle situazioni particolari. Una di quelle che più ci ha intrigato dall'inaugurazione del nostro blog è la frase con cui abbiamo intitolato questo post.

"La vita quotidiana è la più romantica delle avventure, e soltanto l'avventuriero la scopre", più o meno citata così ma spesso con qualche piccola correzione (che di per sé dovrebbe essere indice della sua... irreperibilità). 

Quante email abbiamo ricevuto in cui ci si chiedeva l'esatta provenienza della frase, l'opera da cui sarebbe stata tratta, la pagina e l'edizione precisa... 

Ne abbiamo perso il conto.

Rispondevamo che la frase non si trovava, non l'avevamo mai trovata ma che, se proprio dovevamo trovarle una casa, forse questa era Eretici ed esattamente il capitolo che Chesterton dedica alla famiglia. Dicevamo che quello era il capitolo che più "odorava" di quella frase, ma che la frase assolutamente non c'era, girando in lungo e in largo le varie edizioni italiane vecchie e nuove e leggendo passo passo anche con strumenti di ricerca molto moderni la versione originale, in inglese.

Spesso alla risposta qualcuno rimaneva male: molti volevano sapere esattamente da dove venisse per intitolarci una festa, un incontro, qualcosa... E la risposta che davamo, ovviamente, non era mai soddisfacente, per cui nemmeno un grazie o un "ma dai! non ci posso credere". Molti pensavano che stessimo barando o che non avessimo voglia di rispondere o che non ne sapessimo abbastanza (cosa che di per sé può essere vera, davanti alla massa critica di parole scritte da Chesterton...).

Certi di stare davanti ad un apocrifo, abbiamo però continuato la ricerca indefessamente, tanto più quando un lettore ci spiattellò davanti al naso un bel discorso di un cardinale italiano in cui si citava la frase, il volume (Eretici) e pure la pagina! Girate tutte le pagine di tutte le edizioni italiane, niente frase!

Alla fine cerca cerca, l'arcano fu chiarito.

La frase era una liberissima sintesi di alcune delle più brillanti idee di Chesterton che fanno capolino continuamente nelle sue opere, delle quali forse Eretici era la più "adatta" ad ospitarla, ma era la sintesi di un bravo studioso italiano di Chesterton, Giovanni Barra, traduttore dell'opera del Nostro Gilbert (tradusse La Chiesa Cattolica e la conversione nel 1954, edizione pressoché introvabile).
L'apocrifo (degnissimo di Chesterton stesso, che apertamente affermava di citare opere dei classici della letteratura inglese a braccio, e così era davvero!) proviene da un saggio dal titolo "La visione della Chiesa in G. K. Chesterton" inserto in un numero di Vita e pensiero (la rivista dell'Università Cattolica) del 1956.

Qui sotto nel collegamento la pagina "incriminata".

E così è chiarito il mistero.


Marco Sermarini

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