lunedì 7 dicembre 2009

Da Il Sussidiario - Antonio Autieri su Up!


Da Il Sussidiario

Antonio Autieri

venerdì 20 novembre 2009

Pete Docter, con John Lasseter, è stato premiato alla Mostra di Venezia, insieme a tutta la factory Pixar, con il Leone d’oro alla carriera. Al regista di Up abbiamo rivolto alcune domande.

Com’è nata l’idea di Up?

Io e il coregista Bob Peterson abbiamo iniziato a riflettere in maniera ironica sul personaggio di un “anziano signore”, come quelli che abbiamo amato nei fumetti di George Booth, un magnifico tipo alla Spencer Tracy e Walter Matthau: personaggi burberi che non possiamo evitare di amare.

Quanto incide nei vostri film, e quindi anche in Up, l’esperienza personale?

I film Pixar riflettono sempre la gente che li fa: rivelano chi sei, come nella pittura. Quindi si vede Brad Bird negli Incredibili e me in questo film, nel senso che ho messo nel personaggio di Carl molto anche di mio nonno oltre che dei grandi attori citati. E in generale c’è molta osservazione della realtà: tanti piccoli particolari sono presi dall’osservazione delle persone anziane, dai loro movimenti, dai loro atteggiamenti. Per il personaggio del piccolo Russell, ci siamo ispirati a un nostro collaboratore che ha smorfie molto curiose ma soprattutto da un ragazzino che conosco, amico di mio figlio: abita nella mia via e ogni tanto entra in casa mia dicendo: “Ehi Mister Docter, ti sono mancato?”.

Si dice che in Pixar ci sia molto scambio di idee tra registi, autori, produttori…

È vero, e molte idee vengono semplicemente durante un pranzo o una vacanza quando siamo rilassati e si parla con grande libertà. Come per Toy Story 2, cui pensammo mentre mangiavamo insieme. Ma siamo quasi trecento persone a lavorare a un film e ognuno porta il suo contributo, al punto che dopo anni saprei riconoscere dalle sfumature e dai particolari la firma di ogni animatore. Tutto rifluisce nel film: ed è merito di John Lasseter se quello che ne esce è il frutto comune e così riuscito di tante persone. A un animatore io non “ordino” mai di modificare una bocca, ma devo dire se voglio che un personaggio sia felice o triste in una determinata scena. Poi starà agli animatori realizzarlo al meglio, e a me verificarlo.

Cosa pensa dell’animazione giapponese, e in particolare di Hayao Miyazaki (regista di Ponyo sulla scogliera, Il castello errante di Owl, La città incantata)?

Sono un suo grande fan, che penso sia un maestro da cui c’è ancora tantissimo da imparare. È diverso da ogni altro per come sa catturare l’essenza della vita in ogni cosa: in un bambino che mangia come nel vento che soffia tra i fili d’erba, e come sa rendere nel disegno tutto questo. A differenza che nella tradizione hollywoodiana, per cui si vuole sempre sapere cosa succederà dopo, come andrà a finire, Miyazaki ti incanta mostrandoti le piccole cose e trasformandole artisticamente, in modo che l’immagine prenda vita. In Up c’è la scena della casa che prende il volo. Poi Carl si siede in poltrona, solo col rumore del vento, come se ci fosse una sospensione di ogni azione. Ecco, questa scena è un tributo a Miyazaki.

Cosa vi inventerete di nuovo, dopo le continue sfide cui ci avete abituati?

Nell’animazione e nel nostro lavoro, come nella vita, può succedere di tutto. Per noi è importante avere sempre in mente il pubblico, chi realmente va al cinema, non solo le nostre idee. Per questo non sappiamo cosa il pubblico vorrà vedere in futuro, e cosa saremo chiamati a regalargli.

Il Papa all'Angelus parla della storicità dei Vangeli e dei fatti ivi contenuti, e i giornali intelligenti parlano del clima...

... tirando fuori la storia assurda e inesistente della sovrappopolazione del mondo (vedi editoriale sul famoso giornalone del famoso editorialistone) mettendola in bocca ad altri (tirando così il sasso e nascondendo la mano) ma usandola strumentalmente per dimenticare e far dimenticare quello che dice il Papa, che ha detto più e più volte a chiare lettere che il problema non è la sovrappopolazione del mondo ma lo spreco, l'ingiustizia e molto altro ancora.

E' sempre più vero l'aforisma del nostro Gilbert che sosteneva:

"Se si deve usare ancora la parola 'gesuita' come sinonimo di 'bugiardo', preferirei che la medesima trasposizione si applicasse alla parola 'giornalista' poiché si tratta di una verità molto più frequente".

G. K. Chesterton, The Thing

Comunque il Vangelo è storia, anche se i primi a sostenere il contrario sono teologi e cosiddetti esperti di Sacra Scrittura che prendono lo stipendio da Università Pontificie, Seminari cattolici, Istituti teologici e Istituti di Scienze Religiose, probandati, noviziati e così via.

Certo, non tutti. Forse c'è uno scisma silenzioso in atto e alligna proprio dove si ritiene che il Papa e la santa dottrina cattolica debbano essere rispettati.

Cari fratelli e sorelle!

In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia propone il brano evangelico in cui san Luca, per così dire, prepara la scena su cui Gesù sta per apparire e iniziare la sua missione pubblica (cfr Lc 3,1-6). L’Evangelista punta il riflettore su Giovanni Battista, che del Messia fu il precursore, e traccia con grande precisione le coordinate spazio-temporali della sua predicazione. Scrive Luca: "Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,1-2). Due cose attirano la nostra attenzione. La prima è l’abbondanza di riferimenti a tutte le autorità politiche e religiose della Palestina nel 27/28 d.C. Evidentemente l’Evangelista vuole avvertire chi legge o ascolta che il Vangelo non è una leggenda, ma il racconto di una storia vera, che Gesù di Nazaret è un personaggio storico inserito in quel preciso contesto. Il secondo elemento degno di nota è che, dopo questa ampia introduzione storica, il soggetto diventa "la parola di Dio", presentata come una forza che scende dall’alto e si posa su Giovanni il Battista.

Domani ricorrerà la memoria liturgica di sant’Ambrogio, grande Vescovo di Milano. Attingo da lui un commento a questo testo evangelico: "Il Figlio di Dio – egli scrive -, prima di radunare la Chiesa, agisce anzitutto nel suo umile servo. Perciò dice bene san Luca che la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto, perché la Chiesa non ha preso inizio dagli uomini, ma dalla Parola" (Espos. del Vangelo di Luca 2, 67). Ecco dunque il significato: la Parola di Dio è il soggetto che muove la storia, ispira i profeti, prepara la via del Messia, convoca la Chiesa. Gesù stesso è la Parola divina che si è fatta carne nel grembo verginale di Maria: in Lui Dio si è rivelato pienamente, ci ha detto e dato tutto, aprendoci i tesori della sua verità e della sua misericordia. Prosegue ancora sant’Ambrogio nel suo commento: "Discese dunque la Parola, affinché la terra, che prima era un deserto, producesse i suoi frutti per noi" (ibid.).

Cari amici, il fiore più bello germogliato dalla parola di Dio è la Vergine Maria. Lei è la primizia della Chiesa, giardino di Dio sulla terra. Ma, mentre Maria è l’Immacolata – così la celebreremo dopodomani –, la Chiesa ha continuamente bisogno di purificarsi, perché il peccato insidia tutti i suoi membri. Nella Chiesa è sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità. Preghiamo dunque la Madre del Signore affinché ci aiuti, in questo tempo di Avvento, a "raddrizzare" le nostre vie, lasciandoci guidare dalla parola di Dio.

DOPO L’ANGELUS
Domani si aprirà, a Copenhagen, la Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, con cui la comunità internazionale intende contrastare il fenomeno del riscaldamento globale. Auspico che i lavori aiuteranno ad individuare azioni rispettose della creazione e promotrici di uno sviluppo solidale, fondato sulla dignità della persona umana ed orientato al bene comune. La salvaguardia del creato postula l’adozione di stili di vita sobri e responsabili, soprattutto verso i poveri e le generazioni future. In questa prospettiva, per garantire pieno successo alla Conferenza, invito tutte le persone di buona volontà a rispettare le leggi poste da Dio nella natura e a riscoprire la dimensione morale della vita umana.

Uomini e tristezza - Gli episcopaliani e le... "vescove" gay (...!!!???...)

Qui un po' di tristezze...

venerdì 4 dicembre 2009

Rassegna stampa


04 Dicembre 2009 - Tempi
Fecondazione Artificiale
Fratello embrione dove sei? 324 KB

04 Dicembre 2009 - Libero
Aborto
Riesplode lo scontro sulla 194 87 KB

04 Dicembre 2009 - Repubblica
Ru486
Slitta ancora 64 KB

04 Dicembre 2009 - Stampa
Strasburgo: più diritti ai papà non sposati 82 KB

04 Dicembre 2009 - BresciaOggi
Famiglia: la politica si mostra insensibile 95 KB

04 Dicembre 2009 - Giornale
Divorzio
Allarme dei matrimonialisti: fa sempre male 71 KB

04 Dicembre 2009 - Sole24ore
Divorzio
Divorzi in aumento 34 KB

Un aforisma al giorno - 149

"Il politico opportunista è come un uomo che debba abbandonare i biliardi perché è stato sconfitto al biliardo e abbandonare il golf perché è stato sconfitto al golf. Non c'è nulla di così malsicuro ai fini operativi, come questa enorme importanza attribuita alla vittoria immediata. Non c'è nulla che rechi il fallimento come il successo".

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

Un aforisma al giorno - 148

"Non può esserci segno più forte di una salute gagliarda, della tendenza a inseguire alti e folli ideali; è nella prima esuberanza infantile, che noi chiediamo la luna".

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

giovedì 3 dicembre 2009

Rassegna stampa del 03 Dicembre 2009


03 Dicembre 2009 - Repubblica
Ru486
L'Aifa sfida il governo 169 KB

03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Ru486
L'Aifa va avanti 128 KB

03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Ru486
Come usarla lo deve decidere il governo 57 KB

03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Aborto
Muore dopo l'aborto fai da te 182 KB

03 Dicembre 2009 - Repubblica
Cellule Staminali
Usa via libera alla ricerca sulle embrionali 85 KB

L'Udienza generale di Papa Benedetto XVI del 2 Dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle,

in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il "Dottore della dolcezza", grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina.

Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.

Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano - egli dice - è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: "L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio" (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come "sapienza". A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.

Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la "A" maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo" (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!

Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: "Amor ipse intellectus est - già in se stesso l’amore è principio di conoscenza". Cari amici, ci domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!

Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre - egli dice - passare dall’uomo "animale" a quello "razionale", per approdare a quello "spirituale". Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama "unità di spirito", non si giunge con lo sforzo personale, sia pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. "Vi è poi un’altra somiglianza con Dio", leggiamo nell’Epistola aurea, "che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura" (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).

Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il "Cantore dell’amore, della carità", ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una preghiera di questa Santa: "Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore".

mercoledì 2 dicembre 2009

Facciamo parlare di islam chi lo conosce e non improvvisatori di tutti i generi, sempre interessati. La parola a padre Samir

Islam nella paralisi e nella guerra; occidente senza memoria

di Samir Khalil Samir

La situazione del Medio oriente è stagnante: una crisi dell’Islam trascina tutto in una paralisi mortale. La crisi tocca anche l’occidente, dimentico delle sue radici cristiane. Eppure islam e occidente hanno bisogno l’uno dell’altro. Uno studio del nostro esperto sull’islam, in preparazione al Sinodo delle Chiese del Medio oriente.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Per l’ottobre 2010 Benedetto XVI ha indetto un Sinodo delle Chiese nel Medio oriente. Per prepararsi ad esso con cura è necessario cercare di comprendere la situazione in cui è immersa questa parte del mondo, per poi passare ai problemi che le Chiese stanno soffrendo.

In generale, la situazione del Medio oriente sembra immobile e senza frutti. Lo scorso anno a novembre in Vaticano si è tenuto il simposio cattolico-islamico, che ha radunato decine di personalità musulmane e cristiane altamente qualificate. Il risultato è stato una dichiarazione con ottimi spunti sulla difesa della libertà religiosa, la condanna del terrorismo, la scelta della convivenza. Ma dopo un anno non si vede ancora nessun risultato, nessun seguito a quel bell’incontro Lo scorso anno, anche l’Arabia saudita, aveva lanciato alcuni importanti messaggi, con passi verso il dialogo con le altre religioni, ma non ha modificato la situazione interna al Paese riguardo alla libertà religiosa o di culto.

Islam nella paralisi

Tutto il nostro mondo è in attesa e il mondo islamico è in una situazione di paralisi. Tale paralisi è dovuta alla divisione. Il mondo islamico è diviso sulla questione Israele – Palestina. Gli Stati più ragionevoli affermano che non c’è altra strada che il dialogo. D’altra parte Israele non dà nessuna possibilità di dialogo; e gli altri – che propongono una politica dura – sono anch’essi paralizzati.

In Iraq la situazione non migliora, ma si continua una lotta che ha spesso la forma di guerra fra sunniti e sciiti. A a un livello più grande essa si rispecchia nella lotta fra Iran e Arabia saudita, Paesi rappresentativi delle due correnti islamiche.

Nelle scorse settimane vi sono state perfino delle minacce reciproche. L’Iran ha detto che gli iraniani devono approfittare del pellegrinaggio alla Mecca per rilanciare la jihad e liberare la Palestina; l’indomani l’Arabia saudita ha detto che durante il pellegrinaggio non ammetterà alcun raduno o gesto che non sia spirituale. Era una chiara minaccia all’Iran, pur senza nominarla. Anche la guerra alla frontiera fra Arabia e Yemen è una guerra fra sunniti e sciiti. La condanna a morte da parte dell’Arabia Saudita di Ali Hussein Sbat, libanese originario d’al-Ain nella Beqaa, per l’accusa di stregoneria, è stata interpretata come una vendetta sunnita contra lo sciismo.

La Palestina è paralizzata nella divisione fra Gaza e la West Bank; il Libano per più di 4 mesi è rimasto senza governo – un fenomeno mai successo prima. È una paralisi generale.

In questa immobilità, l’unico a muoversi è Israele, che continua ad occupare nuove colonie nei Territori occupati, fino a colpire al cuore il problema palestinese. Il modo in cui nascono gli insediamenti ebraici non permetterà in futuro alcuna contiguità geografica fra Gerusalemme e il resto della West Bank, rendendo difficile un futuro Stato palestinese e Gerusalemme est come sua capitale. Tutto questo avviene con il silenzio - o qualche blanda critica formale – da parte di tutti, Paesi islamici e Paesi occidentali, fra cui gli Stati Uniti. È davvero una sconfitta del diritto.

Anche la questione iraniana è molto delicata. È chiaro che l’Iran gioca al gatto e al topo, dicendosi disponibile al dialogo e poi facendo qualche passo verso il nucleare, anche bellico.

Ma d’altra parte, come fare a condannare l’Iran quando altri Stati nella regione (in particolare Israele) hanno la bomba atomica? Come si può accettare che qualcuno proibisca a un altro di compiere i passi che io ho già fatto? L’unica giustificazione che si dà è: “noi siamo buoni, voi siete cattivi”. Ma chi mi dice che dopo di te non vi sarà qualche “cattivo”?

Tutte le soluzioni sembrano bloccate senza alcuna via di uscita.

La violenza nell’islam e il malessere

A ciò si aggiunge un problema di fondo: il mondo musulmano sente una paralisi ancora più grave. Nei giornali e su internet i musulmani si domandano: Cosa abbiamo prodotto in tutti questi secoli? Che contributo abbiamo dato alla civiltà? L’unica cosa che abbiamo è qualcosa che non abbiamo costruito noi, cioè il petrolio. Per altri la risposta è: abbiamo la fede in Dio. Ma questo è un bene difficile da valutare…

Nasce così un sentimento di rabbia contro se stessi e contro chiunque. Guardando il mondo islamico, ho l’impressione che gli unici eventi che fanno notizia sono i fatti di violenza. Avviene nelle Filippine, nella lotta politica fra due capi musulmani; in Iraq, dove ormai le bombe sono non più contro gli americani, ma fra di loro; in Sudan, in Somalia, in Pakistan, in Afghanistan; in Iran dove iraniani combattono contro iraniani. Tutto il mondo islamico soffre poi di mancanza di libertà, in Iran come in Tunisia.

Pensiamo alla conclusione dell’incontro di calcio fra Algeria ed Egitto, finito anch’esso in violenza… Alla fine sembra che l’unica cosa che l’islam sappia produrre sono massacri e violenza.

Tutto ciò è frutto di un malessere profondo dell’islam in Medio oriente, in Africa del Nord, nel Corno d’Africa, ecc.

Ormai non si può dire che la colpa di ciò è il passato colonialismo. I Paesi di cui parliamo avevano conquistato da tempo strutture più o meno solide, più o meno democratiche. Non è più possibile nascondere questa crisi culturale, sociale e politica del mondo islamico.

L’unica cosa che progredisce è il rigorismo religioso, non solo nella devozione, ma in forme visibili: il velo, la barba, gli obblighi… Tutti i musulmani che tornano in Egitto dopo diversi anni, dicono che non riconoscono più il loro Paese per l’asprezza con cui si vivono le cose quotidiane. È vero che le moschee sono più piene, anche di giovani, ma la dottrina che viene offerta non è una formazione intellettuale o spirituale all’islam. È molto più un crescendo di odio contro gli altri, contro i pagani e contro i musulmani meno radicali.

La crisi dell’occidente

Di fronte a questa crisi dell’islam, l’occidente ha coscienza chiara ed equilibrata della sua identità? Secondo me sempre di meno. Il caso rivelatore è la decisione della Corte europea dei diritti umani che all’unanimità – un fatto rarissimo in questi casi – ha condannato l’esposizione in Italia dei crocifissi perché ciò non rispetta la neutralità e la laicità dell’Europa.

Anche mettendo da parte la religione, questo simbolo fa parte della cultura italiana (che ovviamente ha una dimensione religiosa). Come si può dire perciò che l’esposizione del crocifisso viola la libertà? Una statistica di qualche anno fa diceva che il 77% degli italiani apprezza l’esposizione del crocifisso. Anche il filosofo e uomo politico veneziano, Massimo Cacciari, agnostico, ha parlato del crocifisso come del più importante simbolo che abbiamo di un amore che si dona per salvare un altro.

La decisione della Corte europea, negando il crocefisso, ha negato se stessa: è un attentato contro se stessi. Se negare la Shoa è un negazionismo storico, questa decisione è un negazionismo della propria cultura. Il fatto grave è che a livello europeo – esclusa l’Italia - nessuno ha reagito.

In occidente c’è poi un altro atteggiamento, uguale e contrario, che afferma se stesso negando l’identità degli altri, quello dei neo-nazi. Questi atteggiamenti vanno di pari passo, uno suscita l’altro. Ma ciò avviene perché la gente ha sempre meno coscienza di sé.

Ci troviamo perciò di fronte a due crisi: quella della cultura del mondo islamico e quella del mondo occidentale, entrambe nella paralisi. L’unico possibile rapporto fra due strutture ferme e chiuse è un rapporto di forza o di esclusione.

L’occidente tende a uscire da questa immobilità anche con l’idea della tolleranza e del multiculturalismo: la mia identità – esso dice – sono tutte le culture. Ma questo è un atteggiamento concettuale: io posso apprezzare tutte le culture solo a partire dalla mia; se io dico che “ho” tutte le culture, significa che non ho nulla. Invece, se io so chi sono, sono pacifico, sereno, fiero. Solo in questo modo possiamo dialogare. Ma se non c’è niente, vince solo chi grida di più o chi ha più potere materiale.

I segni di speranza nell’islam

L’unica speranza che io vedo nel mio mondo medio-orientale, è l’atteggiamento di chi dice “Basta!”. La gente non vuole più essere presa in giro, usata come pedine. Questo è evidente in Iran, con le manifestazioni “verdi”, ma anche in Egitto, dove c’è perfino un partito che si chiama proprio “Kefâya”, cioè Basta! Questo partito è nato come critica alla “dinastia” di Moubarak, che dopo 28 anni di regno vuole mettere il figlio Gamal al suo posto. Lo stesso si può dire in Algeria, in Senegal…

La reazione si vede anche nella molteplicità dei forum che appaiono su internet, o sui giornali stampati. Certo, diversi siti internet musulmani rivendicano alcune prospettive nuove; vi sono musulmani atei, riformisti, ecc.., ma nessuno li sostiene. Ognuno di essi lancia un messaggio, un grido, una, dieci volte, ma poi si stanca e torna nel silenzio.

Un mese fa a Berlino vi era un convegno dei “progressive Muslims”, dei musulmani liberali. All’interno vi erano musulmane femministe, un gruppo di esegeti del Corano (fra cui Nasr Hamid Abu Zaid), altri politici. Il convegno è stato molto esplicito e vivace. Ma dopo, quando tutti ritornano alle loro case, non fanno più nulla perché essi sono una goccia nell’oceano. Su un miliardo e 200 milioni di musulmani nel mondo, queste menti liberali che scrivono e pensano, saranno 10 mila, 20 mila: meno dell’1 per mille.

Gli imam e la fatwa

La reazione sta certo crescendo e forse si arriverà a un’esplosione, come è avvenuto in Unione sovietica, ma ci vorrà molto tempo. La differenza fra l’Europa dell’est e noi è che qui non vi è un Muro di Berlino, ma un muro di ignoranza. La tristezza infatti è che i responsabili dell’Islam sono incapaci a risolvere i problemi, anzi li accrescono. La maggior parte di essi è stata formata nella più antica università islamica del mondo, Al Azhar, dove ogni anno entrano fino a 150 mila imam. Ma a cosa sono formati? A ripetere l’antico, non ad affrontare la modernità. L’unica cosa che propongono è tornare all’indietro, al VII secolo. A furia di ripetere, vi riescono pure, ma forse nemmeno l’1% di loro riesce a discutere con la modernità, valutando pro e contro, valori e disvalori.

La cosa che si diffonde è lo stile della fatwa, un metodo che permette di non pensare. Se ho un problema domando via telefono all’imam, pago 1 euro o 2, e domani ho la risposta pronta.

Gli imam incatenano i fedeli a ciò che l’islam ha detto nei primi secoli; manca un’autorità morale che mi aiuti ad affrontare oggi la mia situazione.

Un uomo d’affari musulmano vivendo in Germania chiede se può avere un pranzo d’affari con degli amici cristiani. Le risposte dei suoi imam mufti sono state diverse e opposte: uno gli ha detto che secondo il Corano mangiare con i cristiani è “halal”, lecito. Un altro – il famoso imam Yusuf Qaradawi del Qatar - gli ha proibito di farlo perché i tedeschi oggi “non sono autentici cristiani”. Chi afferma questi giudizi, non è una persona che ha vissuto insieme agli occidentali fino a capirli e valutarli: il giudizio è preso a partire da un testo, accresciuto da un pregiudizio.

Di per se, la fatwa è un buon strumento per far evolvere l’islam e permettere l’aggiornamento della religione. Ma corre anche due rischi: da una parte, di bloccare l’evoluzione, perché si ritorna spesso a dei modelli antichi; e d’altra parte, di creare infantilismo fra i fedeli, che non riflettono più personalmente, ma cercano risposte pronte dai mufti.

I segni di speranza in occidente

Anche in Occidente vi sono segni di speranza, che criticano l’immobilismo. Vi sono quelli che combattono per un’etica più liberale (che talvolta sconfina con il permissivismo), ma a tutti i livelli vi è dibattito sui valori, su questioni con diverse posizioni.

Pensiamo ad esempio agli immigrati in Europa. Da voi vi è chi lotta per dare ad essi il diritto di residenza, di voto, ecc; altri che invece frenano. Il prossimo 1° marzo in Francia, tutti gli immigrati faranno uno sciopero generale, per mostrare quanto essi pesano nell’economia, chiedendo più diritti per loro.

Invece nel nostro mondo medio-orientale, gli immigrati sono trattati come bestie, senza alcun diritto e non trovano nessuno che li difenda. Si può dire che su qualunque punto l’occidente discute, si interroga, va a fondo dei valori filosofici-spirituali. Fra noi in Medio oriente vi sono solo discussioni di tipo politico, ma per il resto vi è silenzio. Nel gennaio scorso, durante l’attacco contro Gaza, su un invito di un gruppo islamico sciita, in un convegno ho accennato al problema israelo-palestinese, sottolineando che era urgente il dialogo. Mi hanno subito fermato, dicendo che quel tema non andava toccato.

Islam e occidente hanno bisogno l’uno dell’altro

Il dialogo fra il mondo islamico e l’occidente non si fa quasi per nulla. Eppure è sempre più evidente che ognuno ha bisogno dell’altro dal punto di vista culturale e economico.

La crisi di entrambi è perciò un’occasione di ripensamento più a fondo. Ma la condizione è una chiara coscienza di sé e la percezione che ciò che è da fare è da fare insieme.

Il mondo musulmano, da solo non regge perché rischia di rimanere fuori della modernità e inghiottito dalla violenza. L’occidente da solo non ce la fa, perché anche se più formato dal punto di vista intellettuale, non ha le braccia per lavorare, a causa della caduta demografica. Qui emerge l’immagine di san Paolo nella 1 Cor 12: “L’occhio non può dire io sono migliore di te”; e a cosa serve l’occhio senza il resto del corpo?

La globalizzazione del mondo, la crisi dei mutui in America, ha creato un’ondata mondiale. Ciò che succede nell’economia, succede anche nella cultura, ideologia, fede: siamo nella stessa barca; se la barca affonda, tutti periscono.

La sapienza è dire: ascoltiamo cosa dicono i musulmani, cosa sono le loro lagnanze, cosa è buono nelle loro proposte e cosa non è applicabile. E viceversa.

Il dialogo è fondamentale per la situazione attuale in Europa, dove sempre più vi sono comunità musulmane. Ma è un’occasione anche per i musulmani a ripensare cosa significa vivere in occidente, in una situazione di accoglienza, ma anche di minoranza. Ed essendo una minoranza, non possono comportarsi in tutto come nei Paesi islamici, dove essi sono la maggioranza.

La custode di mia sorella...

Qualcuno ha visto questo film?
E' di una certa attualità.

Custode di mia sorella: Anna ha una sorella malata, Kate. La ragazzina crede che i suoi genitori l'abbiano fatta nascere per essere donatrice della sorella Kate, colpita dalla leucemia. Anna si sacrifica donando sangue, midollo e cellule staminali, ma quando le viene richiesto un rene decide di fare causa ai genitori.

“Ci sono film (che ti prendono alla gola e non ti mollano più, neanche quanto torni alla luce del sole. Film capaci di puntare dritto al cuore con temi che vanno al nocciolo delle grandi questioni umane: la vita e la morte. Uno di questi è La custode di mia sorella di Niclk Cassavetes, dramma morale tratto dal best seller di Jodi Picoult ispirato a 'una storia vera che molto ha fatto discutere. […] Lacrime e risate si mescolano in scene di vita quotidiana dove si può sorridere e innamorarsi anche durante una chemioterapia. Cassavetes non disdegna qualche colpo basso all'emotività dello spettatore e qualche cliché (come quello del malato terminale che vuole andare al mare), ma rimane abilmente in equilibrio tra le motivazioni e i sentimenti dei personaggi in gioco conducendo lo spettatore verso un finale doloroso e sereno al tempo stesso”


(Alessandra De Luca - Avvenire)

martedì 1 dicembre 2009

A proposito di abolizione del Crocifisso, minareti e altre cose...

Noi chestertoniani abbiamo sempre avuto la vista acuta, perché il Nostro Gilbert l'aveva e continua ad averla nonostante sia morto da più di settanta anni (anzi, adesso ci vede ancora meglio, è nella Gloria!).
Basterebbe leggere una delle sue storielle (che storielle non sono) per capire dove sta lo sbaglio e dove la Verità. Nel sentire le polemichette attizzate da gente tristissima, che parla di libertà religiosa a sproposito e a senso unicissimo (quello sbagliato), viene subito in mente L'Osteria Volante, dove piccole bande di eroi tenevano viva la fede in Cristo e nelle cose buone come l'alcool (e qui adesso si scatenerà un'orda di antialcoolisti moralisti che bollerà la Chiesa Cattolica come la causa ultima dell'ubriachezza nel mondo...).
Basterebbe fare sul serio in quello che siamo e vedremmo tante fesserie in meno, tanta gente tristissima (a proposito: è sempre aperto il concorso Uomini e tristezza...) molto meno triste, anzi allegra, e un mondo molto più serio e allegro di quello che oggi si dibatte tra tante stupidissime porcherie.

Abbiamo degli amici in America che conoscono padre Boyd...

Alcuni di noi hanno un caro amico negli Stati Uniti, Riro Maniscalco, che ci segnala questa bella iniziativa in cui compare il nostro amico Padre Ian Boyd. Bravi per aver valorizzato Chesterton e la ricchezza del Natale!

Crossroads Cultural Center

The G. K. Chesterton Institute for Faith &Culture

and

Campus Ministry FCLC

present

Chesterton and Christmas: A Serious Affair

An homage to his love for Christmas through conversations, readings, and choral music

Speakers

Fr. Ian BOYD, C.S.B.

President of The G. K. Chesterton Institute for Faith & Culture

Dr. Dermot QUINN

Professor of History, Seton Hall University

Special Guests:

Mr. Tony HENDRA, writer and actor, reading Chesterton

Christopher VATH and THE COMMUNION AND LIBERATION CHOIR

Wednesday, December 16, 2009, 7:00 pm

Pope Auditorium, Fordham University

113 West 60th Street, New York

The event is open to the public and free of charge.

For more information, visit our Web site at www.crossroadsculturalcenter.org.

lunedì 30 novembre 2009

Un aforisma al giorno - 147

"Gli uomini possono salvarsi unicamente con la volontà e con la fede. Nell'atto in cui si muove esclusivamente la loro ragione, essa si muove secondo la vecchia linea circolare: gli uomini gireranno chiusi in questo circolo logico, come un uomo in un vagone di terza classe dell'Inner Circle continuerà a girare in tondo nell'Inner Circle, finchè non si decida a compiere il volontario, vigoroso e mistico atto di scendere a via Gower. Quello che conta qui, è la decisione; una porta deve essere chiusa per sempre".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

Un aforisma al giorno - 146

"Il mondo della scienza e dell'evoluzione è assai più impersonale, illusorio e fantastico del mondo della poesia e della religione. Qui le immagini e le idee si mantengono per l'eternità, ed è il principio dell'evoluzione che pretende che le cose si confondano come in un sogno pauroso".

Gilbert Keith Chesterton, La Sfera e la Croce

domenica 29 novembre 2009

Sergei Averincev e Chesterton


Qui, in questo collegamento, trovate la prima di cinque parti (le altre sono segnalate in fondo alla pagina) di un memorabile saggio su Chesterton di Sergei Averincev, studioso russo ed amante di Chesterton morto nel 2004.

Leggetelo, merita. Sul serio.

Un grazie a Cultura Cattolica.

venerdì 27 novembre 2009

Eugentica e Fabio Trevisan su Familiaria


Qui trovate un interessante articolo sull'Eugenetica, Gilbert e molto altro a firma del nostro Fabio Trevisan, ideatore di Uomini d'allevamento, prodotti di qualità e brillantissimo chestertoniano doc.

Uscirà sul prossimo numero di Familiaria, rivista di cui potete trovare traccia nel sito internet www.familiaria.it.

Intanto l'articolo, per gentile concessione di autore ed editore, lo trovate qui...

Anche se è tardi, riceviamo e pubblichiamo...

Dal prof. Carlo Bellieni

E la pedofobia cresce: inizia dai banchi di scuola, quando l’educazione sessuale è ridotta a “come mettere il preservativo” e nelle società più “evolute” a “dove comprare la pillola”; e nessuno dice che parlare di sesso ai ragazzi è zoppo e amaro se non si insegna ad affrontare non tanto il sesso ma l’adolescenza, quell’età in cui si soffre per il proprio corpo, in cui tutto spaventa - tanto più il sesso e il rapporto con l’altro -, in cui non si accetta la propria immagine, ci si nasconde, o si fa i gradassi per non mostrare la propria ansia profonda… quell’età che dovrebbe essere presa con delicatezza per mano e che invece viene scaraventata in pasto al consumismo più sfrenato che vende sesso sui media e nelle strade, che fa aumentare il numero di ragazzi ricoverati ogni anno per le conseguenze dell’ubriachezza, che gioca proprio sulle paure e le ansie e le insoddisfazioni: lotta costosa ai brufoli visti come una malattia mentre sono un dato evoluzionistico fisiologico; lotta ai seni piccoli per cui le ragazzine chiedono di rifarsi il seno come regalo di compleanno (e il seno piccolo è ormonalmente fisiologico in chi è alta); lotta al sudore (in un’età in cui il sudore ha un aspetto particolare per via dei ferormoni, sostanze che mandano segnali fisiologici all’altro sesso): Insomma: si insegna a lottare contro il proprio corpo; contro un corpo che vorrebbe iniziare a pensare a fare una prole (gli ormoni urlano questo) e invece si lascia il rubinetto aperto al sesso, ma dighe vengono erette contro l’idea di avere un figlio prima dei 30 anni; e i figli nell’immagine dei nostri giovani diventano un nemico sociale tanto che negli USA hanno brevettato un bambolotto da dare agli adolescenti nelle scuole e il bambolotto piange, fa la pipì, solo che non è di carne dunque è un figlio-finto, che serve a spaventare sì, ma non a insegnare. Figli cui si associa solo uno slogan: abbiate paura. Paura della gravidanza, di un figlio, che è il grande censurato per i figli già nati, che non ne sentono mai parlare nelle aule di scuola. Nessuno spiega come avere un figlio nel migliore dei modi prima che sia troppo tardi e non venga più, ma qualunque giornaletto e qualunque attricetta Tv spiega come non averne. Nessuno spiega come non diventare sterili: e nella società odierna ci sono mille cause di sterilità nascoste nelle cose che ci circondano; dedicammo a questo di addirittura un libro (“Una gravidanza ecologica” SEF ed) in cui spiegavamo come alcol, droghe e tabacco siano tanto diffusi tra i ragazzi quanto pericolosi per la salute riproduttiva (ma oggi parlare di “salute riproduttiva” vuol solo dire “libero accesso all’aborto”), come in certi pesci ci siano quantità pericolose di mercurio per la riproduzione, come addirittura le sostanze plastiche possono essere ingerite dalla madre e arrivare all’embrioncina femmina e rischiare di renderla sterile per colpa di sostanze che mimano l’azione degli ormoni; come i diserbanti e i solventi si accumulino nei grassi e nelle ossa della donna e possano ritornare nel sangue in certi periodi di scarsa alimentazione, danneggiando il feto se è incinta o la sua stessa capacità riproduttiva. E questa mala-educazione sconvolge i ragazzi perché non imparano a diventare genitori: gli insegniamo a rimandare, a rimandare i preparativi, l’apprendimento, la predisposizione… finché non è troppo tardi. Il figlio nell’immaginario pedofobico è un nemico e il figlio che vuole un figlio è un nemico doppio: la pedofobia cresce. Sono gli stessi adolescenti che ormai sanno di essere passati al vaglio della diagnosi prenatale, e di essere risultati “idonei e arruolati” dopo essere stati visti come semi-nemici (il bambino down è il grande ricercato, si spendono miliardi per individuarlo prima della nascita), e per questo, come scriveva Joaquìn Lavado, l’autore del fumetto “Mafalda” possono dire: “Triste scoperta, ragazzi:siamo facoltativi”. Da questa campagna pedofobica che sta sconvolgendo i nostri Paesi, non si salvano i bambini disabili, che secondo un rapporto al Parlamento inglese, sono trattati male, secondo l’associazione “Every Disabled Child Matters”: ci inquieta leggere nel rapporto la storia narrata dalla mamma di Daisy: “Quando la mia bimba di nove anni con ritardo mentale è morta, un dottore mi ha detto: <>”. E un altro report britannico sul British Medical Journal denuncia che in Inghilterra “è più chiaro come comportarsi quando si trova un’auto abbandonata piuttosto che come comportarsi quando si trova un bimbo abbandonato”. Ma nessuno ne parla: già, per alcuni filosofi i bambini non sono persone, i feti men che meno: allora, perché preoccuparsene? Certo, le conseguenze del danno fatto al feto si vedranno quando cresce, ma figuriamoci se si osa parlare dei rischi delle cattive abitudini che si impongono alle donne in gravidanza e che possono danneggiare il feto: sarebbe come riconoscere che il feto è vivo e ne subisce le conseguenze! Orrore, per i benpensanti. Così come è vietato pensare che il feto soffra, mentre la moderna fisiologia ha ampiamente dimostrato che già dal secondo trimestre di gravidanza questo è possibile. Ma non parliamone: giusta prudenza o pedofobia? E questo priva le donne della possibilità di riconoscere il feto che portano in sé per quello che è: un bambino e dunque una compagnia con cui possono compartire i pensieri, con cui possono intrattenere uno scambio sensoriale di carezze, canzoni, percezioni, come ben spiega la psicologa francese Catherine Dolto, una delle pioniere della “scienza del tatto” detta “haptonomia”. Ma la pedofobia non permette che di questo si parli, medntre questo –l’abbiamo dimostrato in uno studio - aumenta il rapporto mamma-bambino prenatale, che predice il legame che si instaurerà dopo la nascita Ma oggi si discute sulle riviste di bioetica se “fare un figlio è solo irrazionale o è anche immorale?” e sono discussioni che non lasciano una terza ipotesi (che fare il figlio sia un bene), ma che, dato che la morale è vista oggi come sinonimo di utilie, si riconosce la razionalità di fare un figlio solo se può servire a fini utilitaristici , cioè per avere bimbi che possano fornire sangue o altro per un trapianto a fratelli malati; e si spiega che fare figli è immorale perché in fondo tuti nella vita soffriamo e portare al mondo un figlio aumenta il dolore totale (e questo viene illustrato per esplicitamente sollevare il senso di angoscia delle coppie sterili). Su questi ultimi discorsi che sembrano impossibili, invito a leggere Journal of Medical Ethics dell’agosto 2004. Censura sul mondo dei bambini, per farne consumatori, censura sul mondo del bambino prenatale per renderlo passivamente un oggetto, salvo farlo diventare “persona” subordinatamente all’accettazione da parte di mamma e papà: cosa che sembrerebbe dolce e romantica, ma ci ricorda tanto il diritto di vita e di morte che il Pater Familias aveva quando decideva se abbandonare o riconoscere il figlio nella società romana sollevandolo da terra. Pensavamo che la società fosse progredita; invece…

Leggete anche quest'altro articolo, sempre commentato da padre Livio durante la Rassegna Stampa di ieri a Radio Maria...

I neretti sono nostri.

BISHOP TOBIN: IL VESCOVO DI PROVIDENCE VA IN TV E SPIEGA A PATRICK KENNEDY CHE COSA SIGNIFICA ESSERE CATTOLICI

NOV 26, 2009 IL FOGLIO

Bishop Tobin come lo chiamano tutti, ovvero il sessantunenne monsignor Thomas J. Tobin, vescovo di Providence (Rhode Island), appartiene a quella generazione di presuli statunitensi relativamente giovane che all’ecclesialese preferisce il parlare chiaro (e spesso forte), alla prudenza la sincerità. Una classe episcopale che sa come usare i mass media (e li usa quando la cosa è necessaria e utile alla propria causa).
E così è successo nelle scorse ore quando Tobin ha deciso di passare al contrattacco. E di esprimere, senza reticenze, il proprio punto di vista. Certo, prima ha fatto sfogare l’avversario. Ovvero ha lasciato che il deputato democratico cattolico Patrick Kennedy – uno dei figli del senatore Ted – si lamentasse sui media del fatto che Tobin gli avesse negato la comunione in quanto favorevole all’aborto. Ha permesso che le parole di Kennedy rimbalzassero sui media di mezzo mondo – con tanto di livore in pagina di convinti abortisti – e poi, inaspettatamente, ha preso la parola. Dove? Sui principali canali televisivi americani: prima sulla Nbc intervenendo con ascolti da record all’“Hardball” con Chris Matthews. Poi al celebre “O’Reilly Show” sulla Fox, sfondando così in tutti gli stati americani.
In diretta, inquadratura a mezzo busto, clergyman nero e croce pettorale in vista, la libreria del proprio studio dietro le spalle, bishop Tobin ha spiegato il proprio punto di vista come un inviato qualunque a Wall Street spiegherebbe i risultati della giornata in Borsa: tono asciutto, sorriso rassicurante, tanti contenuti e nessun giro di parole. “Quando un personaggio pubblico è in una posizione di potere che influenza la legislazione, si pone una grandissima domanda – ha detto il presule –. Se non si possono seguire gli insegnamenti della chiesa allora si rende necessario lasciare il proprio lavoro e salvare la propria anima”. Proprio così: “Lasciare il proprio lavoro e salvare la propria anima”. E ancora: “Quello che cerco di dire al deputato Kennedy è questo: se sei cattolico vivi come tale e prova ad accettare gli insegnamenti della chiesa”.
Bishop Tobin scrive ogni settimana una rubrica sul giornale della sua diocesi, il “Rhode Island Catholic”. La rubrica ha un titolo significativo: “Without a Doubt”. E’ qui che è stata resa pubblica, dopo le dichiarazioni di Kennedy su Tobin, una lettera che lo stesso vescovo ha scritto al deputato democratico nella quale gli ha spiegato “cosa significa essere cattolici”. Esattamente così: “What does it mean”. “Caro Congressman – scrive Tobin –, lei ha detto che il fatto che è in disaccordo con la gerarchia della chiesa non lo fa essere meno cattolico”. “E invece io le dico – scrive il presule – che essere cattolico significa fare parte di una fede comune che possiede chiare e definite autorità e dottrine, obblighi e aspettative. Significa seguire la dottrina cattolica soprattutto sulle materie di fede e morale. Significa seguire una comunità locale, andare a messa la domenica e ricevere i sacramenti regolarmente, seguire insomma la chiesa personalmente, pubblicamente, spiritualmente ed economicamente”. E ancora: “La sua posizione sull’aborto è inaccettabile per la chiesa e dà scandalo a tutti i suoi membri. Non solo: diminuisce assolutamente la sua comunione con la chiesa stessa”.
Parole nette e precise. E che hanno provocato reazioni variegate. Anzitutto l’attenzione dei media di tutti gli States. E poi, dichiarazioni pro e contro. Se i funerali concessi dall’arcivescovo di Boston, Seán Patrick O’Malley, a Ted Kennedy hanno portato (è cosa di pochi giorni fa) alla reazione di monsignor Raymond Burke, prefetto del tribunale della Segnatura Apostolica, secondo il quale la comunione non dovrebbe essere offerta ai politici che non si oppongono all’aborto, questa volta la reazione è diametralmente opposta. Contro il vescovo Tobin, infatti, è gran parte del mondo cosiddetto laico a prendere posizione: “Si lamenta che non vengono protetti i bambini mai nati – ha detto Ruth Moore, leader dell’Associazione delle vittime di abusi sessuali a opera di religiosi –. Noi però crediamo che allo stesso modo sia importante proteggere quelli che sono nati e vengono violentati dai preti”.
E con Moore tanti intellettuali che legano queste polemiche a quelle relative al passaggio in Senato della riforma sanitaria di Obama che consente il finanziamento pubblico dell’aborto. Contro questo passaggio i vescovi stanno lanciando diversi segnali. E le polemiche tra Tobin e Kennedy altro non sarebbero che l’ultimo di questi segnali.

Paolo Rodari
Pubblicato sul Foglio giovedì 26 novembre 2009

Leggete questo articolo di Giuliano Ferrara sulla vicenda della RU486.

Stamattina padre Livio di Radio Maria ha letto questo articolo ed è andato in sollucchero.
Leggete, ne ha ben ragione.