venerdì 8 giugno 2012

Il soprannaturale è naturale - Scritti per l'Italia, Marietti 1820. Recensione a cura del nostro presidente.


Gilbert Keith Chesterton. Il soprannaturale è naturale - Scritti per l’Italia, Marietti 1820 - 2012. pp. 112 - € 12,00 - a cura di Marco Antonellini.

Il volumetto proposto da Marietti 1820 è un compendio di scritti italici di Chesterton, ossia di articoli (ma comprende anche due conferenze date in Italia da Gilbert) pubblicati su alcune riviste letterarie italiane e scritti appositamente per loro (sostanzialmente Il Frontespizio, di cui più volte abbiamo parlato su questo blog, e La Ronda, altrettanto ripetutamente mentovata in questo medesimo luogo a proposito della sua frequentazione da parte di GKC, Hilaire Belloc, Giovanni Papini e naturalmente del mentore italiano di Chesterton, Emilio Cecchi; poi Italia Letteraria e L’Illustrazione Toscana).
Chesterton si conferma amante dell’Italia per plurime e non nascoste ragioni.
La raccolta è interessante perché è frutto dello sforzo “filologico” e storico di Marco Antonellini, curatore di quest’opera come pure “scopritore” italiano de La Ballata del cavallo bianco edita da Raffaelli e tradotta con maestria dalla nostra Annalisa Teggi, riproposta in una nuova edizione con postfazione di Marica Ferri (ricordiamo a tal proposito che quella italiana è attualmente ancora l’unica traduzione della Ballata: un vero paradosso per un’opera assolutamente imprescindibile per chi vuole davvero conoscere Chesterton e che può essere tranquillamente messa a fianco di Ortodossia, Uomovivo, L’Uomo che fu Giovedì e L’Uomo Eterno come opera fondante il suo pensiero).
Bisognerebbe ringraziare Antonellini anche solo per aver riscoperto il Cavallo Bianco.
Qui ci viene dato modo di riscoprire la fine tessitura dei rapporti tra Chesterton e l’Italia.
Il nostro caro Gilbert soggiornò nella nostra patria diverse volte da adulto ed una misconosciuta volta da ragazzo assieme al padre Ed (si ha conoscenza di questa prima visita da alcune sue lettere, si sa che visitò Firenze). Una volta (tra il 1919 e il 1920) vi soggiornò in transito verso e dalla Palestina (quindi due volte), e al ritorno formulò in Puglia, in una chiesa nell'area del porto di Brindisi, il famoso voto che lo portò alla conversione nel 1922; poi ci fu una lunga permanenza a Roma nel 1929 - 1930 (fu la volta della conferenza che troverete nel volume su San Tommaso Moro, quella del lungo soggiorno all’Hotel Hassler vicino Trinità dei Monti, quell’hotel in cui un giorno lo trovarono, nella hall, intento a farsi pettinare da un gruppetto di bambini divertitissimi quanto lui...), e la quasi epica occasione del Maggio Fiorentino del 1935 (di cui vi è traccia nel mini volumetto edito da Raffaelli dal titolo La letteratura inglese e la tradizione latina).
Chesterton vantava numerosi ed insigni estimatori italiani, oltre ai già nominati Emilio  Cecchi e Giovanni Papini: Carlo Bo, don Giuseppe De Luca (una delle menti de Il Frontespizio, trovate su di lui notizie su questo blog), un insospettabile Antonio Gramsci (notizie sul blog), con buona pace di tutti Benito Mussolini (non torno sull’argomento: ricordo a tutti di leggere i recenti post e soprattutto il libro -forse introvabile ma speriamo presto ripubblicato- La resurrezione di Roma) e lo stesso Papa Pio XI, oltre a quel mons. Giovanni Battista Montini futuro Paolo VI.
Quando giunge in Italia famoso nel ’19, Chesterton vanta già un buon numero di pubblicazioni in lingua italiana: La Ronda aveva pubblicato a puntate Manalive col titolo Le avventure d’un uomo vivo nella traduzione di Emilio Cecchi, Lettere ad un vecchio garibaldino, Berlino Barbara e molto altro ancora. Ortodossia sarebbe apparso di lì a poco in un’edizione mai modificata di Morcelliana e giunta ad oggi ad un numero notevole di edizioni e ristampe.
Ripeto, il rapporto di simpatia verso i paesi di cultura cattolica (amò, oltre l'Italia, l'Irlanda, la Polonia e Malta) fu immediato anzi anche quasi sanamente preconcetto: dirà in Ortodossia nel 1908 che 
"I paesi di Europa rimasti sotto la influenza dei preti sono precisamente quelli dove ancora si canta, si danza, e ci si mettono vestiti sgargianti e l’arte vive all’aperto. La dottrina e la disciplina cattolica possono essere dei muri, ma sono i muri di una palestra di giuochi. Il Cristianesimo è la sola cornice in cui sia preservata la gioia del paganesimo". 
L’Italia, dal suo canto, corrispose subito l’affetto tributando a GKC un successo editoriale notevole. Un rapporto originato anche grazie alla saggia curiosità di Emilio Cecchi (per gli appassionati degli archivi, non tutti forse sanno che al Gabinetto Vieusseux a Firenze esiste il Fondo Emilio Cecchi con quattro lettere di Frances Chesterton, moglie e manager di Gilbert, e dieci lettere di Hilaire Belloc, tutte incentrate su questi rapporti), che lo lesse in inglese, lo cercò, lo andò a trovare nella sua  Beaconsfield, lo intervistò (spettacolari i resoconti di questi incontri), lo introdusse negli ambienti letterari italiani conferendogli l’impronta che lo ha caratterizzato sino ad oggi (e della quale forse fatichiamo a volte a trovare altre compatibili aspetti: il Chesterton “italiano” è un grande letterato, eccelso scrittore di romanzi e gialli, saggista, ma ancora pochi conoscono il Chesterton giornalista, polemista e soprattutto distributista... il recente convegno di Roma a La Civiltà Cattolica contribuisce a fare luce anche su questo anche se ancora molto manca). L’interesse fu grande se pensiamo che gli uomini citata poco fa lo portarono ad una grande notorietà.
Bella allora l’idea di Marco Antonellini che fa riscoprire all’Italia di essere stata così amica e da così tanto tempo del grande Gilbert.
Sono comunque tanti gli accenni che Chesterton fa alla nostra cara patria: il volume La resurrezione di Roma le è tutto dedicato, La fine della strada romana, La ballata del cavallo bianco portano in sé l’idea che la tradizione latina e cattolica sia alla base della cultura inglese molto più di quella germanica e protestante, motivo ripreso anche nella famosa conferenza del Maggio Fiorentino, ripubblicata da Raffaelli.
I contributi scelti da Antonellini hanno tutti gran pregio (qualche giorno fa Avvenire ha pubblicato “Capelli spaccati in quattro” tratto da Il Frontespizio, che da questo blog quattro anni fa rilanciammo grazie alla ricerca di Angelo Bottone), segno che il notevole ed incontenibile profluvio letterario chestertoniano, di fronte all’Italia scelse forse le sue corde migliori e toccò i suoi motivi più convincenti.
E’ bello che emerga questo rapporto perché se ne possono intravedere e studiare le motivazioni più recondite ed anche quelle del progressivo oblio che il Nostro Campione ha subito sino a tempi recentissimi e che noi chestertoniani italiani consideriamo causato proprio dalla sua non completa accettazione e del progressivo “imborghesimento” della cultura italiana, inclusa quella cattolica.
Il volume esce per i tipi della Marietti 1820 che ha già dato alle stampe le prefazioni chestertoniane alle opere di Dickens sotto il titolo Una gioia antica e nuova e la traduzione di Edoardo Rialti.
Come presidente della Società Chestertoniana Italiana, non posso che essere felice di questa pubblicazione che aggiunge un nuovo importante tassello alla conoscenza di Chesterton tutto intero e ci fa scoprire anche il Chesterton "italiano".

Marco Sermarini

modificato il 12 Settembre 2017

Quando lanciamo una sfida...

... c'è sempre qualcuno pronto a raccoglierla (e questo è splendido! Vuol dire che siamo vivi!).

L'altro giorno abbiamo messo un post della serie "Un aforisma al giorno", definendolo

(caposaldo numero due del pensiero chestertoniano: e l'uno? scopritelo!)

E allora ecco che alcuni nostri lettori si sono cimentati e ci hanno risposto:

Piero dice:
Il caposaldo numero uno dovrebbe essere "il ritorno a casa".


"Dio mi ordinò d’amare un determinato luogo e di servirlo, me lo fece onorare come potevo, anche con le mie eccentricità… Intendo che il Paradiso è in un certo luogo e non dappertutto; è qualche cosa di preciso e non già qualsiasi cosa. E in fin dei conti non sarei troppo stupito se ci fosse davvero un lampione verde, davanti alla mia casa, su in cielo”.

Invece Pulce Teoretica dice:

Se vale la pena di fare una cosa vale la pena di farla male.

Allora a questo punto (visto che qualcuno ci ha preso sul serio) rilanciamo, senza con questo pretendere di definire realmente quale sia il caposaldo numero uno del pensiero chestertoniano ma allo scopo di dire ciascuno la nostra sul punto:

QUALE SAREBBE SECONDO VOI IL CAPOSALDO NUMERO UNO DEL PENSIERO CHESTERTONIANO?

Con luci e ombre: da Verga a Chesterton, da Manzoni a Kafka (di Marco Testi)


Il grande tema della famiglia è stato importante anche in letteratura. Nonostante tra fine Ottocento e primo trentennio del Novecento si fosse sviluppata una narrativa corrosiva e trasgressiva rispetto ai valori tradizionali, la famiglia restava uno degli elementi con cui, volenti o nolenti, bisognava fare i conti. Già nel positivismo era possibile toccare con mano questa contraddizione: il colto e laicissimo Verga rimpiangeva nei "Malavoglia" il nucleo salvifico della famiglia, che lui vedeva – con rimpianto – in decadenza. Ma chi se ne vuole andare verso una modernità edonistica rimane, come 'Ntoni, solo e senza radici. Alessi, che ha recuperato la grande casa familiare, si salva. Anche nel suo scapigliato periodo milanese, il siciliano aveva celebrato la necessità di riscoprire i valori della famiglia contro le sirene dell'avventura fine a se stessa e della bellezza sterile, come nel romanzo "Tigre reale", in cui il protagonista dopo la stagione dell'amore che brucia ogni cosa, compreso se stesso, torna pentito a moglie e figlio ammalato. Ma anche altrove voci importanti si levavano a contestare l'equazione famiglia-morte dei sentimenti-fine dei valori. Per Chesterton, ad esempio, la famiglia non è semplicemente il nido verghiano o il riparo dopo la tempesta, che potrebbe sembrare un po' utilitaristico ed egoista: per lo scrittore inglese famiglia significa compimento e nello stesso tempo inizio, esattamente come in Manzoni, di cui parleremo tra poco. In Chesterton il messaggio occupa uno spazio più ampio di quello familiare, penetra fino alle radici dell'esistenza: la scelta di una persona accanto è la scelta di una vita. Non tutti hanno percepito il valore iniziatico di questo percorso: la mancanza, il rischio della noia, la dedizione, l'assoluto stare fermi di fronte a ogni tipo d'intemperie, da quello fisico a quello psichico, sono gli elementi che formano il saggio, l'asceta, colui che ha abbandonato ogni cosa per la foresta, il deserto, la preghiera o la cura degli altri. Non vedo perché – sembra dire il creatore di Padre Brown –, la gente non debba riconoscere che questa ascesi è possibile anche nella pazienza, nella sopportazione, nel riconoscimento dei propri limiti, nel rispetto e nella cura dell'altro che dovrebbero esserci nel legame nuziale. La modernità di questo pensiero è lampante ma misconosciuta, perché smaschera i luoghi comuni esotici e pone la possibilità del cammino iniziatico nella cura per l'altro. Alla fine della grande ricerca nel niente, c'è di nuovo un inizio nella luce, e questo inizio, come l'inglese scrisse in "L'uomo che fu giovedì", ha come tappa l'unione con l'altro: "C'è una forza nella radice che affonda, c'è del buono nell'invecchiare. Abbiamo trovato finalmente le cose comuni, e le nozze e un credo". E veniamo all'odioso-amato Gran Lombardo, il creatore di Renzo e Lucia (pochi sanno che il padre e la madre di Caravaggio si chiamavano Fermo – come Renzo nella prima stesura del romanzo – e Lucia): di stupidaggini sui "Promessi sposi" ne sono state scritte tante, ma non molti ne hanno colto l'indicazione fondamentale, che è quella di rappresentare un inizio, e non una fine. Il romanzo termina con l'inizio di una famiglia, e questa famiglia è come tutte le altre, pettegolezzi, invadenze, fatica. Eppure i due promessi ne hanno vissute di avventure, ne hanno passati di rischi mortali pur di arrivare a quei pettegolezzi, a quelle invadenze, a quella fatica.
E allora, qual è il succo? Che il matrimonio è un percorso iniziatico, che mette alla prova la fede, la capacità di mantenere gli impegni, la pazienza. Quello che cerchiamo nell'eremo o nel volontariato è anche lì, in quelle case dove la bellezza non finisce, ma si trasforma, dove vengono messi alla prova i nervi (ma anche nel deserto viene messa alla prova la pazienza del santo). La battaglia vera inizia dove finisce il romanzo, perché l'eroismo del superamento degli ostacoli per ritrovarsi insieme lascia il passo all'eroismo di condividere quel desiderio anche quando le cose non vanno, quando tutto sembra perduto. Ma anche là, dove la letteratura sembrava decretare la fine dello spazio familiare, come in Kafka, si legge la spasmodica tensione verso il recupero del senso, come s'intuisce nelle dolenti parole della Lettera al padre, in cui si coglie la struggente nostalgia per qualcosa che è già stato nostro e che ci è stato tolto. Per Kafka il paradiso familiare è perduto per un eccesso di autoritarismo che ha schiacciato l'autonomia filiale; eppure egli scrive, cerca un contatto, lasciando aperta la porta al ritorno. È la testimonianza che non è possibile negare, anche da un punto di vista meramente biologico, la centralità di un'istituzione che raggiunge le scaturigini medesime dell'antropologia. Il problema, sembra suggerire Kafka, non è la famiglia, sono i comportamenti umani.

Benedetto XVI e la funzione educativa del sacro


"Mi piace anche sottolineare che il sacro ha una funzione educativa, e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni. Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe «appiattito», e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita. Oppure pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli. Dio, nostro Padre, non ha fatto così con l’umanità: ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro. Al culmine di questa missione, nell’Ultima Cena, Gesù istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, il Memoriale del suo Sacrificio pasquale. Così facendo Egli pose se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma lo fece all’interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare, quale segno supremo del vero Sacro, che è Lui stesso. Con questa fede, cari fratelli e sorelle, noi celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo. Amen".

Benedetto XVI,  Omelia durante la Santa Messa nella Solennità del Corpus Domini, Basilica di San Giovanni in Laterano, 7 Giugno 2012

 Ci dice il nostro Paolo Pegoraro (eccolo qui a fianco): vi ricorda niente? : )

Ecco l'omelia tutta intera:


Grazie, Paolo!

giovedì 7 giugno 2012

Questo è il libro in cui è racchiusa la poesia di Bradbury su GKC e GBS

Ecco Ray Bradbury, chestertoniano

Bradbury chestertoniano

Bradbury fu un ammiratore di Chesterton, tanto da includerlo tra i suoi autori preferiti. Scrisse anche una poesia intitolata The R.B., G.K.C., and G.B.S. Forever Orient Express di cui quelli che seguono sono gli ultimi versi:

And when I die, will this dream truly be
Entrained with Shaw and Chesterton and me?
O, glorious Lord, please make it so
That down along eternity we'll row
Atilted headlong, nattering the way
All mouth, no sleep, and endless be our day;
The Chesterton Night Tour, the Shaw Express
A picknicking of brains in London dress...

Anche Ray Bradbury era chestertoniano.

L'autore di Fahrenheit 451, deceduto ieri 6 giugno 2012 a 92 anni, era un ammiratore del nostro Gilbert.

Più tardi qualche notizia in proposito.

Un aforisma al giorno (caposaldo numero due del pensiero chestertoniano: e l'uno? scopritelo!)


"Per esser felici come un bambino o come un cane, non c'è che da essere innocenti come il bambino; o, come il cane, incapaci di peccato. Esser buoni, insomma. Ma ahimè! Al solito, veggo un'espressione scettica sul viso del vecchio amico Mosè. Il signor Gould non condivide l'opinione che esser buono davvero [...] basti a rendere un uomo contento. [...] E allora, ditemi un po' un'altra cosa. Chi di noi ci si è provato?".
Gilbert Keith Chesterton, Manalive



Che il simpaticissimo Paolo Cevoli avesse letto Chesterton lo avevamo intuito...

http://www.teosemiotica.info/paolo-cevoli-un-pataca-al-servizio-di-dio/

mercoledì 6 giugno 2012

Sondaggio Corriere su registro unioni civili voluto da Pisapia


Un sondaggio interessante... Basta mezzo minuto! Non è necessario essere cittadini milanesi per votare.




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Società Chestertoniana Italiana
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"Quando vale la pena di fare una cosa, vale la pena di farla male".

(G.K. Chesterton)

CONSIGLI BENEVOLI AGLI ATEI PER LA DEBOLEZZA DELLE LORO ARGOMENTAZIONI CONTRO LA PRESENZA DI DIO

Nel suo nuovo saggio ''Epifania: l'invisibile che si manifesta'' il cardinale Giacomo Biffi lancia la sfida ai non credenti: ecco la nota introduttiva

di Giacomo Biffi

Dio esiste o non esiste? Nei confronti di questo problema, vecchio e risaputo, l'atteggiamento umano e variegato e offre una casistica multiforme. Meritano particolare attenzione non solo sotto il profilo psicologico, ma anche sotto quello rigorosamente logico quanti potremmo denominare "atei dichiarati", i quali, oltre ad essere personalmente "convinti", si propongono di riuscire anche "convincenti".Ma per diventare "convincenti" non basta che proclamino con chiarezza e con forza la loro persuasione della non esistenza di Dio; occorre che la sorreggano con argomentazioni ineccepibili. Bisogna cioè che adducano «prove» intrinsecamente valide. Sul piano psicologico però è più facile che essi arrivino a una specie di agnosticismo tacito e implicito, piuttosto che a una vera certezza priva di dubbi. Trapela talvolta dal loro atteggiamento come una vigile e timida preoccupazione, a dispetto delle continue dichiarazioni di un ostentato ateismo. Sono proprio gli "atei dichiarati" a richiamare con più frequenza nei loro discorsi il nome di Dio, quasi nell'ansia di ribadire il loro "autoconvincimento".Nel 1961 fummo tutti sorpresi dalla notizia che il 12 aprile di quell'anno un'astronave sovietica aveva compiuto una rivoluzione attorno alla Terra. Aveva a bordo l'ufficiale di aviazione Jurij Alekseevic Gagarin, che così divenne il primo astronauta della storia. Ci giunse poi la notizia di una singolare dichiarazione attribuita allo stesso Gagarin. Nel suo straordinario viaggio spaziale – egli rilevava – non aveva trovato alcuna traccia di una eventuale presenza di Dio. La dominante cultura sovietica era dunque entrata in possesso, se non di una prova, almeno di un serio indizio della verità della sua tesi ateistica.Dal canto mio, ho subito pensato: meno male! Sarebbe stato un bel guaio, se egli avesse trovato qualche traccia della Divinità. Come prendere sul serio l'ipotesi che si arrivasse a Dio non attraverso la conversione interiore e l'atto di fede (come ci ha insegnato il messaggio di Cristo), ma con il semplice ausilio di un propellente adatto e proporzionato allo scopo?A ben pensarci, si poteva anzi ravvisare in quella frase una certa comicità involontaria: in effetti la navicella russa, al cospetto dell'immensità dello spazio celeste, si era staccata dalla crosta terrestre in una misura oggettivamente esigua e del tutto trascurabile (almeno ai fini dei nostri interessi "teologici").Le parole convenienti (mi dicevo), che Gagarin avrebbe dovuto mormorare per non sfiorare il ridicolo, sarebbero state piuttosto quelle dell'intelligenza e del buon senso di Blaise Pascal: « Le silence eternel de ces espaces infinis m'effraie » (Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi sgomenta).Come si vede, agli "atei dichiarati" è consentito "ipotizzare" che Dio non esista, è consentito "desiderare" che Dio non esista, è consentito "sperare" che Dio non esista; ma, parlando propriamente, non possono "sapere" se Dio esiste o non esiste. Il discorso sembrerà paradossale, ma va addirittura detto che un elenco aprioristico, universale e sistematico di "ciò che non esiste" è precluso alle nostre facoltà conoscitive: è un privilegio esclusivo del Dio onnisciente (supposto che un Dio siffatto ci sia).«Dopo Auschwitz non e più possibile credere in Dio». Gli "atei dichiarati", nel loro tentativo di essere anche "convincenti" si sono avvalsi talora di questo "luogo comune" che è circolato dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale. Mette conto di cercar di capire il senso dell'espressione e di darne una valutazione critica.«Dopo Auschwitz non è più possibile credere in Dio». Vale a dire: come si fa a supporre che esista un Essere – per definizione intrinsecamente onnisciente e onnipotente – che non sia intervenuto a impedire tanto orrore? O non ne è stato capace, e allora dov'è la sua decantata onnisciente onnipotenza? O non ha avuto alcuna ripugnanza verso questa spavalda violazione di ogni principio morale e non ha avuto nessuna pietà per tanta gratuita e immeritata sofferenza. In sintesi: un essere così debole, così cieco, così impietoso, non merita proprio di esistere.Non è che con l'esclusione dell'ipotesi dell'esistenza di Dio, sarebbe eliminato ogni orrore dalla vicenda umana. Auschwitz non per questo cesserebbe di essere una nefandezza irrimediabilmente avvenuta. Un'umanità abbandonata a una sofferenza atroce inevitabile, intrinsecamente ingiusta e irragionevole, senza nessuna prospettiva di rettifica e di indennizzo, sarebbe una pura e totale assurdità. Ma ciò che è assurdo, per definizione, è ciò che non può esistere. Se Dio non ci fosse, il male del mondo incomberebbe su di noi con tutta la sua opprimente opacità. Ma se Dio c'è, ci sarà oltre tutti i tormenti e le atrocità di quaggiù uno spazio ultimo e risolutivo, dominato da una superiore equità e da una trascendente misericordia. Solo se l'ultima parola su di noi sarà pronunciata da una Divinità, ci riesce di continuare a sperare che i conti possano essere un giorno pareggiati e l'assurdo sia vinto. Solo chi attende una vita ben diversa oltre questa nostra vita miserabile, può credere in un trascendente recupero di una giustizia che sulla terra appare continuamente oltraggiata. Questa e perciò la mia conclusione: «Dopo Auschwitz non è più possibile non credere in Dio».In realtà, lo slogan davvero efficace proposto implicitamente a tutti dagli "atei dichiarati" e un richiamo alla "invisibilità" di Dio. Sono molti gli uomini che con semplicità e spensieratezza si lasciano impressionare dall'osservazione che nessuno e mai riuscito a vedere Dio. Perché dovremmo preoccuparci di uno che nessuno e mai riuscito a incontrare?, essi si dicono.

La stessa narrazione evangelica lo afferma esplicitamente: «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Gv 1,18): paradossalmente su questo punto gli atei, come si vede, si accordano con la parola di Dio. Va detto però che il testo sacro prosegue, aggiungendo subito una notizia nella quale viene proclamato esplicitamente il mistero e il prodigio della "epifania": «Dio, nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che e nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).

martedì 5 giugno 2012

Luca Negri su Il Giornale su GKC e i suoi scritti italiani [e poi due parole nostre su Chesterton fascista (?!?)]

http://www.ilgiornale.it/cultura/raccolti_rari_articoli_usciti_riviste_la_ronda_e_il_frontespizio/05-06-2012/articolo-id=591097-page=0-comments=1

Il titolo dell'articolo tradisce il contenuto, che è interessante (bravo, Luca Negri, che dice diverse cose sul rapporto di GKC con il fascismo, il prussianesimo, la sua idea di Inghilterra e altro ancora). Non mi dilungo oltre, lo abbiamo già fatto a suo tempo in altre occasioni (dopo un articolo di Marcello Veneziani, dopo che qualcuno pensò di dargli la patente di conservatore ed in altre occasioni ancora).

Chesterton era cattolico papista e distributista e basta. Dargli del fascista è falso quanto dargli del socialista, del borghese, del conservatore. Cioè non risponde a verità. Il nostro presidente diede una puntualissima e puntutissima risposta ad un articolo del professor Alberto Melloni infarcito di cose non vere su Chesterton, tipo "illiberale e fascistoide" e altre amenità del genere, e continuiamo a difendere la verità su Chesterton. Anzi, fu proprio Luca Negri con un bell'articolo a rintuzzare insieme a noi il professor Melloni.

Egli incontrò Mussolini nel suo viaggio del '30 in Italia (quello descritto in La Resurrezione di Roma, in cui brilla il racconto bellissimo dell'incontro con Papa Pio XI, suo ammiratore, quasi commovente quando GKC racconta di essere rimasto praticamente senza parole davanti al Papa, di essersi impappinato, quando parla del plurale majestatis usato dal Santo Padre dandogli una ragione splendida... bellissimo!). L'incontro, che fu anche simpatico, è ben descritto dalla prima impareggiabile biografa Maisie Ward, e ne trovate traccia qui, ovviamente sul nostro informatissimo blog.

Per cui il nostro amico Luca Negri dica a chi fa i titoli a Il Giornale di cambiare quello del suo articolo, perché non dice il vero né dell'articolo né di Chesterton.

Per completezza, l'articolo parla della antologia di scritti italiani uscita oggi per Marietti 1820 dal titolo Il soprannaturale è naturale, curata da Marco Antonellini, che a giorni verrà recensita anche da questo blog. Sul punto abbiamo già parlato più volte nei giorni scorsi e anzi negli scorsi anni (noi ci siamo sempre!).

Corvi in Vaticano, sciacalli sul terremoto, api in condominio. Ma ora passa lo zoo della famiglia - Annalisa Teggi su Tempi. Da Tremende Bazzecole

Da Tempi - 31 Maggio 2012

Qualcuno dice che il Papa farebbe bene a non andare a Milano il prossimo fine settimana. Perché c’è del marcio nella Chiesa, e perché i soldi spesi per l’organizzazione dell’incontro mondiale delle famiglie sarebbero molto meglio spesi per i terremotati dell’Emilia.
Crollano le case e c’è chi è pronto a scommettere che anche la casa della Chiesa si stia sgretolando pericolosamente. Ma la verità è che da sempre la casa della Chiesa ha portato sulle sue spalle le fondamenta delle nostre case, delle nostre famiglie e continua a farlo. E in questa circostanza spetta alle famiglie mostrare a volto scoperto e con voce chiara che la casa della Chiesa è ancora una dimora accogliente e sana per l’uomo.
Penso sia decisivo, in mezzo alla cronaca di questi giorni, che l’incontro delle famiglie a Milano entri prepotentemente sulla scena come «festa»; contravvenendo al buon gusto di sobrietà che sembra essere l’imperativo dominante. La sobrietà è forse una forma di autentico rispetto all’uomo? Se sì, in che senso? Io non l’ho ancora capito.
Sta di fatto che la famiglia non è un istituto sobrio. È rumoroso e disordinato, perché è solido. La pianta che ha radici forti fiorisce selvaggiamente; quella secca, invece è molto sobria e composta.
Nelle trasmissioni televisive si interpellano i vaticanisti per difendere le posizioni del Santo Padre, ma le vere carte segrete della Cristianità – o se vogliamo – i suoi assi nella manica se ne stanno alla luce del sole e camminano impunemente in mezzo a tutti.
La banda delle mogli e dei mariti, dei padri e madri e figli ha qualcosa di incoraggiante da dire alla cronaca del mondo, e non è un’opinione teologica. È una truppa di operai affaccendati, per nulla migliori o peggiori di altri, che hanno piantato una bandiera in mezzo al campo, ben in vista. La bandiera del matrimonio è una coercizione a tutti gli effetti, ma coercizione è sinonimo di incoraggiamento e non di schiavitù: «In ogni cosa che vale la pena fare su questa terra, c’è una fase in cui ognuno l’abbandonerebbe, eccetto che per ragioni di necessità o di onore. È da questo punto in poi che l’istituzione sostiene l’uomo e lo aiuta ad appoggiare i piedi sul terreno solido che ha davanti. La coercizione è una forma di incoraggiamento e l’anarchia (o ciò che alcuni chiamano libertà) è fondamentalmente oppressiva, perché è fondamentalmente scoraggiante. Se tutti galleggiassimo in aria come bolle, liberi di andare qua e là in ogni momento, il risultato pratico sarebbe che nessuno avrebbe il coraggio di cominciare una conversazione» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).
Twitter non assomiglia forse tanto alle bolle di sapone? Non contesto che sia uno strumento utile, ma è un megafono e non una conversazione. E quest’idea delle bolle diventa pericolosa quando bussa alle nostre porte e s’intrufola anche dentro casa. La famiglia si fonda sull’idea che il tutto dell’altro mi riguarda; si converge gli uni con gli altri e perciò si conversa, ma non lo si fa cinguettando come le signore inglesi davanti al tè: si ride sguaiatamente, si litiga e ci s’interrompe vicendevolmente, spesso senza cortesia.
Per un eccesso di supposta cortesia, invece, noi vediamo gli effetti di quello che all’inizio del Novecento il poeta Eugenio Montale chiamava «solitudine di gruppo». Noi non siamo più semplicemente quelli che in una qualsiasi carrozza di treno o della metro si sentono soli nella massa. Siamo quelli che stanno pensando che sia legittimo tutelare uno spazio di inviolabile solitudine anche nei rapporti affettivi, anche quando il vincolo sessuale ha dichiaratamente unito un uomo e una donna: la venerazione del “corpo della donna” e la consacrazione del suo diritto insindacabile alla scelta dell’aborto, ci ha portato alla sobria solitudine di una pillola, che si deglutisce con un sorso d’acqua. E vogliamo ammettere che trattare la donna da libera bolla di sapone sia un meritevole traguardo di civiltà?
Noi siamo quelli che sono arrivati a pensare che sia giusto interpretare «bene comune» non più come «il nostro bene», ma «il mio e il tuo bene». Con l’implicita deduzione che è doveroso inchinarsi di fronte alla singola diversità di tutti. Un rispettoso e sobrio sciame indistinto.
È l’idea dell’alveare – diceva il signor Chesterton – e si può benissimo chiamare anche teoria del condominio: siamo insieme, ma tutti sacrosantamente separati.
Nella famiglia tutta questa specie di dignitoso rispetto non c’è, perché, anche quando vive in un appartamento, la famiglia costruisce una casa. Con l’implicita deduzione che ci sono spazi comuni attorno a cui ruota tutto il resto. Ci sono corridoi con i muri scarabocchiati dai bambini; cucine con i fornelli sporchi e bicchieri lasciati qui e là; bagni con spazzolini da denti di colore diverso. Non è l’immacolato appartamento da rivista.
In mezzo all’alveare dei condomini, la famiglia passa con il fragoroso frastuono delle bande di paese: quelle che avanzano intonando le marce popolari, con il rimbombo di tamburi e grancasse. Quelle che cantano un ritornello facile, che tutti conoscono e molti si sono stancati di ascoltare. Sono i canti popolari o tradizionali. E non c’è parola più fastidiosa da sentire che tradizione, perché suona stantio e bigotto. Invece, la tradizione – diceva il signor Chesterton – non è altro che la democrazia prolungata nel tempo.
La banda delle mogli e dei mariti, dei padri e madri e figli ha qualcosa di incoraggiante da dire alla cronaca del mondo e sono i due elementi che tengono in piedi una sana idea democratica: «Ciò che accomuna gli uomini è più importante delle peculiarità che caratterizzano il singolo individuo. Le cose ordinarie valgono più di quelle straordinarie» (da L’etica del paese delle fate, in Ortodossia). La moglie che tiene il broncio al marito, il figlio che sbatte la porta di camera in faccia ai genitori sono testimoni attendibili di tutto ciò. Perché lavano i propri panni sporchi in famiglia, e non in una lavanderia a gettoni.
L’industriosità degli insetti sociali, come l’ape, è una metafora accattivante in questo tempo in cui ci viene chiesto rigore e impegno. Ma l’immagine di quel tipo di operosità toglie all’umano un tratto essenziale; gli insetti, infatti, non hanno la spina dorsale. L’idea di comunità che oggi la famiglia deve mettersi a cantare è l’antidoto alla venerazione della solitudine del condominio, che può solo portare a un rannicchiamento che intorpidisce gli arti. Un’atrofia generale dell’umano.
Al tiepido ronzio delle api noi contrapponiamo quello che accade la sera attorno a un tavolo da cucina: le risate, le litigate, il tramestio dei piatti, il pianto dei bambini, gli odori forti, le luci accese sono indizi che parlano di una vivace casa abitata. Questa è costruita sulla roccia.
I corvi appollaiati potranno continuare a sbirciare dalle finestre e constatare che specie di animali abitano tra queste quattro solide mura: «Nel fare resistenza a questa orribile teoria dell’Anima dell’Alveare noi Cristiani non difendiamo solo noi stessi, ma tutta l’umanità; perché il tratto distintivo ed essenziale della nostra idea umana è che un uomo buono e felice è un fine in se stesso, è che ogni anima vale. Anzi, per quelli che amano quel tipo di fantasie biologiche possiamo anche dire che noi siamo i comandanti e i campioni di un’intera porzione di natura, siamo i principi di quella casa che si regge sulla spina dorsale, quelli che difendono il latte di ogni madre e il coraggio del cucciolo sperduto, che rappresentano la commovente generosità del cane, l’ironia e la perfidia del gatto, l’affetto del cavallo pacifico, la solitudine del leone» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Annalisa Teggi sente echi chestertoniani nel Benedetto XVI "milanese"...

http://annalisateggi.blogspot.it/2012/06/il-lavoro-e-la-festa-il-papa-bresso.html


Riporto il dialogo tra la famiglia Rerrie e Benedetto XVI, avvenuto nella serata di sabato scorso a Bresso (2 giugno).


FAMIGLIA RERRIE (Famiglia statunitense)
JAY: Viviamo vicino a New York.

Mi chiamo Jay, sono di origine giamaicana e faccio il contabile.
Lei è mia moglie Anna ed è insegnante di sostegno.

(...) 

Il resto nel collegamento qui sopra.
Grazie, Annalisa!

lunedì 4 giugno 2012

Recensione di L'Europa e la fede di Hilaire Belloc - a cura di Fabio Trevisan

Reputo imprescindibile e raccomandabile, per la comprensione del dibattito odierno sulle radici cristiane dell'Europa, un volume del grande polemista e storico anglo-francese Hilaire Belloc (1870-1953) dal titolo inequivocabile: <<L'Europa e la Fede>>. Il libro non è solo un accorato appello all'Europa affinché ritrovi le proprie radici nella Fede cattolica ma è soprattutto un appassionato e documentato saggio sulle ragioni profonde dell'irrinunciabile identità Europa-Fede. Già nell'Introduzione Belloc chiarisce l'essenziale differenza tra la "coscienza cattolica della storia" e un "punto di vista cattolico sulla storia", facendo trasparire la debolezza relativistica dell'opinabile "punto di vista"(<<Questo indugiarsi su punti di vista è cosa moderna e perciò segno e manifestazione di decadenza>>) ed, al contempo, stimolando l'esatta percezione della coscienza quale conoscenza intima, interiore (<<Il cattolico guarda l'Europa dall'interno: non può esistere quindi un punto di vista cattolico della storia europea allo stesso modo che una persona non può avere un punto di vista su se stessa>>). Rifuggendo così dal soggettivismo e dal particolarismo, Belloc ci permette, a distanza di un secolo, di precisare i contorni della nostra coscienza, anche nella valutazione della grande storia europea. Nel preservare la coscienza cattolica della storia, al cattolico europeo spetta un gravoso compito, un' enorme responsabilità ed incombenza che lo proietta in una dimensione pubblica di annuncio della propria fede e della propria storia. Senza remore, senza alcun timore reverenziale ma, al contrario, come fece lo stesso Belloc, nella consapevolezza di non testimoniare affatto una minorità culturale, ma di annunciare l'anima cattolica dell'Europa. Se quindi al cattolico è suggerito uno sguardo intimo e profondo nell'accostarsi all'Europa, così ai non cattolici non è possibile prescindere dalla Fede, pena guardare alla storia dell'Europa dall'esterno, come degli estranei. Hilaire Belloc ha il pregio di condurci per mano all'interno della storia europea, non come spettatori passivi ed increduli, ma come persone vive e credenti che vedono, sentono e comprendonoperché e come si sono sviluppate le radici cristiane. Il grande saggista e storico vuole che noi facciamo come il penitente nel confessionale, il quale si accusa di quanto egli sa essergli veramente accaduto, e di ciò nessun altro può giudicare; così un cattolico, discorrendo della civiltà europea, quando la biasima lo fa per motivi e atti che sono suoi propri. Hilaire Belloc vuole che noi ci accostiamo alla storia europea come dinanzi ad un grande quadro, dove tutto possa prendere il giusto rilievo, conservando una visione d'assieme del passato. L'analisi esteriore, materialista e scettica, non permette di cogliere l'avvenimento storico che, al contrario, può essere compreso attraverso la luce della ragione illuminata dalla fede. Nel proclamare l'identità Europa-Fede e l'appartenenza alla Chiesa cattolica, il grande saggista anglo-francese vuole ricondurci alle esatte proporzioni della sfida nella quale gettarsi (<<Lottare incessantemente contro l'esteriore, l'instabile, l'anarchico – che è poi la barbarie –che preme ciecamente sopra l'interiore, il tradizionale e il forte, che siamo noi, che è il Cristianesimo, che è l'Europa>>). L'attualità dell'analisi di Belloc è sconvolgente, soprattutto quando l'Autore addita a riferimento S. Tommaso Becket contro l'iniquità del mondo (<<S. Tommaso Becket si batteva per un principio, il principio della libertà della Chiesa … la garanzia dei beni e dell'esistenza morale dell'uomo comune contro le minacce dei ricchi e della prepotenza statale – che è data dall'autonomia della Chiesa – aveva trovato in Becket un campione fino alla morte, giacché la morale ordinata dalla Chiesa è garanzia di libertà>>).Come per la storia d'Europa, così anche la vicenda di S. Tommaso Becket assume, per Belloc, l'aspetto esemplare della lotta che ciascun cattolico deve impegnare per la sua libertà. Con parole suggestive e cariche d'amore, Belloc riporta il tema dell'Incarnazione nell'attualità storica (<<L'Europa è carne della sua carne: può quindi conversare col primo secolo come col quindicesimo; reliquie ed oracoli non sono per lui stranezze>>).Nella calorosa perorazione dell'originarietà dell'Europa nella Fede, il prolifico scrittore (Belloc scrisse più di 150 volumi) sfata alcuni miti o errori storici trapelati fino ai nostri giorni. Egli asseriva che non si doveva dimenticare la verità che l'Impero Romano con le sue istituzioni ed il suo spirito fu la sola origine della civiltà Europea, che l'Impero Romano accettò nella sua maturità e non nella sua decadenza la religione cristiana, la quale non fu vaga sentimentalità ma una corporazione assai bene organizzata. Non bisognava dimenticare ciò che la Chiesa storicamente fu, ovvero la dottrina di una salda istituzione basata sull'autorità. Belloc voleva contrastare quegli innumerevoli manuali scolastici che storpiavano la storia dell'Europa, facendo rilevare ironicamente come su quei testi si potesse leggere la storia europea dal secolo quinto al sedicesimo senza mai sentirvi nominare il Santissimo Sacramento; il che rappresenta un errore alquanto grossolano come quello di uno scrittore che parlasse dell'Inghilterra nel secolo XIX senza mai nominare i giornali e le società anonime. Belloc si sforza così di farci balenare dinanzi ai nostri occhi la realtà europea nelle radici profondamente cristiane, opponendola ad una visione riduttiva e mondana (<<La Chiesa cattolica non è un'opinione, né una moda né una filosofia; non è neppure una teoria o una consuetudine; essa è un corpo disegnato a chiare linee e basato su numerosi principi esatti, estremamente geloso della sua unità e delle sue precise definizioni … differiva pertanto dalla cultura dell'ambiente per il fatto che essa offriva verità al posto di ipotesi, affermava concreti fatti storici al posto di miti suggestivi>>). Hilaire Belloc, con questo mirabile saggio,desidera che innalziamo il nostro sguardo senza tuttavia perdere il contatto con il reale fatto storico, in modo che purifichiamo il nostro pensiero nella salvaguardia della civiltà europea, facendoci riflettere su come ogni rivolta contro l'unità della civiltà europea sia stata ingiustamente presentata come una ribellione della mente umana contro condizioni di servaggio. Belloc temeva l'isolamento dell'anima in un esasperato clima individualistico avviato dalla Riforma protestante del XVI secolo, che istigava, di fatto, la rottura dell'unità europea e della Chiesa (<<La civiltà europea, quale la Chiesa cattolica l'ha creata e la conserva, è ancora una grazie a questo influsso. La sua unità soffre ora comedella grave e trista ferita della Riforma>>). Anche la dottrina dell'immortalità personale è caratteristica primaria dell'uomo europeo e ne contrassegna, come sostiene Belloc, il primato nel mondo. Lo storico anglo-francese invita così a considerare ed a difendere la civiltà europea, che è ancora una, si veda o no questa unità; anche la Chiesa cattolica ne è ancora l'anima, lo si riconosca o no. Fatti concreti, storicamente provati ed inoppugnabili, a cui Belloc si riferisce in innumerevoli ed entusiasti passaggi del libro. Il saggista illustra così la bellezza delle storia europea che è storia della Fede, dove la gerarchia della Chiesa, la sua unità ed il suo senso di disciplina furono la precipua istituzione civile ed il nervo più robusto del vincolo che teneva unita quella società. Con esso si affermarono le istituzioni monastiche che conservarono le lettere e le arti, prosciugarono paludi, dando forma concreta all'ideale di unità economica>>).Un saggio, quello di Hilaire Belloc, di estrema attualità, capace di farci riflettere ed interrogarci sul dinamismo della Riforma protestante contro l'unità europea e della Chiesa (<<La ricchezza nel cuore stesso della civiltà s'avvantaggiò di questa rivolta – la Riforma – contro l'ordine, poiché ritorna sempre a vantaggio dei ricchi negare le comuni concezioni del diritto e del torto, mettere in questione la filosofia del senso comune, indebolire l'energia viva ed immediata della volontà umana organizzata ed espressa dalla comunità intera>>). L'effetto devastante della Riforma, ed è ciò che ancora oggi sta lì dinanzi agli occhi di tutti, è quello che Belloc acutamente ha chiamato isolamento dell'anima. Cosa significa tale isolamento? Risponde ancora con lungimiranza ed ardore Hilaire Belloc: << L'isolamento dell'anima significa la perdita di un sostegno collettivo, di un sano equilibrio assicurato dall'esperienza comune, da una pubblica certezza; perciò l'isolamento dell'anima è la vera definizione della nostra infelicità … in questo isolamento l'anima s'è sentita costretta a un grande vagabondaggio … ecco perché nella dissoluzione del vincolo collettivo e dell'unità religiosa si sono visti succedere gli uni agli altri tanti idoli, tutti effimeri>>). Nel crollo dell'unità della Fede che costituisce l'unità europea, Belloc si scaglia contro quello che definisce il lungo divorzio della ragione sottrattasi al Cattolicesimo che ha permesso che s'ingaggiasse una grande battaglia tra il caos e l'ordine. Constatando infine che quando gli uomini abbandonano l'adorazione di Dio e dei santi cominciano ad adorare se stessi, Belloc lancia un vibrante ed improcrastinabile appello per scuotere le coscienze, che ancora adesso ci fa vibrare la mente ed il cuore: <<L'Europa tornerà alla Fede o perirà, poiché l'Europa è la Fede e la Fede è l'Europa>>.

Stasera a Viareggio! Remember!


Giovanni Lindo Ferretti - Dall'«ora et labora» alla dittatura del PIL (Avvenire del 3 Giugno 2012)

Rubbettino pubblica lo Stevenson e noi lo recensiamo





STEVENSON, "TEOLOGO CRISTIANO SENZA SAPERLO"
Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson, Rubbettino Editore - Soveria Mannelli, 2012 - € 12,00.
Il creatore di Padre Brown, il geniale estensore di Ortodossia, deve anzitutto alle sue opere di critica letteraria l'ingresso nel mondo del giornalismo e della scrittura. Ci raccontano padre Ian Ker e William Oddie, autori di recenti ed originali contributi biografici sul Nostro, che Chesterton ebbe tra le prime occasioni di svolgere il suo lavoro proprio quando una casa editrice inglese (The Bookman) gli chiese di scrivere dei brevi articoli di critica dei grandi classici della letteratura inglese, quelli che egli aveva imparato ad apprezzare dalla voce di suo padre Ed. Questi articoli finivano spesso per introdurre i classici che poi il Bookman pubblicava (le due foto che mostriamo sono testimonianza delle edizioni librarie e del periodico). E' quindi con gioia che accogliamo la pubblicazione di questo volume che ha una grande importanza dell'opera di Chesterton sia per quello che si è già detto, sia per il valore che proprio l'opera di Stevenson ebbe nella vita di GKC: egli attribuì sempre la sua rinascita, dopo la grave crisi giovanile che lo portò alle soglie del suicidio, oltre che al Libro biblico di Giobbe e ad alcune poesie di Walt Whitman, all'Isola del Tesoro di Stevenson.
GKC nello Stevenson rende anzitutto omaggio a Stevenson stesso, definito inizialmente "un pagano altamente onorevole" (pag. 47). Con ciò torna a criticare la cultura e l'habitus mentale protestante e in particolare calvinista scozzese, che costituiva l'ambiente educativo e familiare del grande scrittore scozzese. E lo fa aspramente, considerandolo la cagione degli stessi mali fisici che afflissero per tutta la vita Stevenson. I motivi fondamentali del pensiero di Chesterton emergono spesso e ripetutamente, lo diremo ancora. In questo caso egli ripropone concetti espressi in opere come Una breve storia d'Inghilterra (anche questa nuovamente pubblicata da Rubbettino proprio in queste ultime settimane) e soprattutto nel San Tommaso d'Aquino, in cui egli equipara senza nessun tentennamento manicheismo e calvinismo.
Altro motivo, questo addirittura fondante il suo pensiero e la sua stessa vita, che emerge in quest'opera è la questione del costante stupore, che in un certo qual modo potrebbe essere la quintessenza dell'opera di Stevenson e dello stesso Chesterton. Mentre parla di Stevenson, Chesterton approfitta per stroncare l'atteggiamento falsamente realistico degli autori psicologici e delle tendenze letterarie legate ad una massima valorizzazione della psiche umana, in contrasto col concetto di azione e di avventura presente in Robert Louis Stevenson.
Definire questo volume una biografia di Stevenson è riduttivo ed in parte falso: Chesterton afferma espressamente di aver scelto di non soffermarsi sulla vita di Tusitala (era questo il nome con cui veniva chiamato dagli abitanti delle Isole Samoa dove visse gli ultimi anni della sua vita, alla ricerca della salute e della pace) perché ritiene che lo si sia fatto sin troppo e che ciò "abbia confuso il contorno netto della sua arte" (pag. 14).
Vale la pena riferire qualche passo dell'opera per comprenderne la luce intensa che getta su Stevenson ma soprattutto sul mistero della vita:
"Penso che i suoi viaggi e capi da doppiare e ritorni rivelino un'idea di fondo, forse persino una dottrina. Eppure, era una dottrina in cui lui stesso forse non credeva, o in ogni caso in cui non credeva di credere. In altre parole, penso che la sua importanza sarà più evidente in relazione a problemi più ampi, che tornano ora a fare capolino alla mente degli uomini; problemi che al nostro tempo sono ancora abbastanza sconosciuti alla maggior parte delle persone e che al tempo di Stevenson erano totalmente ignoti (...). Perché Stevenson aveva l'onestà splendida e squillante di testimoniare, con una voce simile a una tromba a favore di una verità che lui stesso non comprendeva" (pagg. 23 - 24).
Chesterton sostiene poi che non c'è nulla di più errato che considerare Stevenson l'ombra di Edgar Allan Poe. Anche Borges pensò a questo rapporto tra i due scrittori britannici, e all'esistenza di una vera e propria tentazione di farsi trascinare dall'oscurità di Poe, che egli sostenne essere stata subita da Chesterton. Chesterton sembra rispondere anticipatamente a Borges, che pur lo amava fortemente, anche per sé stesso, negando espressamente questo rapporto tra Stevenson e Poe.
L'immaginazione stevensoniana per Chesterton assume un valore particolare:
"La qualità originale in ogni uomo che operi con l'immaginazione è la vastità del suo immaginario. E' qualcosa che assomiglia al paesaggio dei suoi sogni; il tipo di mondo che vorrebbe creare o che vorrebbe esplorare, la flora e la fauna del suo piccolo pianeta segreto; è in sostanza ciò che ama pensare e immaginare. Questa atmosfera generale, il modello o la struttura, l'architettura del suo sviluppo, governa tutte le sue creazioni, per quanto possano essere varie e diversificate; e poiché in questo senso egli può creare un mondo, è in questo senso un creatore: l'immagine di Dio".
Questa lezione, che esprime tutta la cattolicità "naturale" di Chesterton, sembra essere stata integralmente ripresa anche da J.R.R. Tolkien quando parla del principio di subcreazione.
E' poi importante la domanda che Chesterton pone sullo spirito vitale di Stevenson, ossia da dove sia venuto tale spirito. E la risposta è semplice, bruciante e fortemente autobiografica: tutto è cominciato col ritagliare le figurine di cartone del teatrino delle marionette, le figurine di Skelt, note anche a Chesterton che ne fu ammiratore e utente per tutta la vita (per la cronaca, il teatrino di Gilbert esiste ancora, è ad Oxford e presto verrà collocato assieme ad altre memorabilia chestertoniane in un apposito museo la cui cura è di Stratford Caldecott, che sarà ospite della Società Chestertoniana Italiana il prossimo 1 Luglio 2012 durante il X Chesterton Day). In sintesi, il fulcro del suo lavoro è l'infanzia e il suo stupore, tanto che Chesterton dice che Stevenson visse in certo qual modo nel suo teatro di cartone: 
«E non è un'esagerazione sostenere che egli passò la vita tentando di insegnare al mondo che cosa aveva imparato proprio da quelle figurine; questo è il suo insegnamento e la sua qualifica di insegnante»
Molti di questi stessi concetti li troviamo esposti in Ortodossia, ne L'Uomo che fu Giovedì, Autobiografia e Uomovivo, che probabilmente sono le opere centrali del pensiero di Chesterton, o forse quelle che ne sintetizzano meglio i motivi dominanti. D'altronde, come dicevo qualche riga fa, era sua abitudine cospargere del suo pensiero tutte le sue opere, tant'è che lo troviamo ovunque, anche solo per brevi cenni. Per cui tutta la sua filosofia dello stupore e della gratitudine è come diffusamente ripresa e ribadita nell'opera su Robert Louis Stevenson. Un esempio è possibile reperirlo a pagina 127, dove sostiene:
«In breve, mi si può accusare di aver sostenuto che Stevenson si opponeva ai decadenti, ancor prima che esistessero; e io rispondo che questo è l'unico vero modo in cui un uomo che si oppone a un qualche movimento ha speranza di aver successo: se attacca dopo, una volta che il movimento è conclamato, è troppo tardi»
Che è un'idea che troviamo più diffusamente esposta, ma in maniera del tutto eguale, in Cosa c'è di sbagliato nel mondo:
«Ma non c’è coraggio nell’attaccare qualcosa di vecchio o antiquato, non più di quello che occorre per offrirsi di combattere contro la nonna di qualcuno. L’uomo davvero coraggioso è colui che sconfigge le tirannie nate al sorgere di questa giornata e le superstizioni appena sbocciate, come i fiori a primavera» (cfr. Gilbert Keith Chesterton, Cosa c'è di sbagliato nel mondo, capitolo La paura del passato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011, traduzione di Annalisa Teggi).
Proprio i motivi che spinsero Chesterton fuori dalla crisi giovanile sono forse tutti ripresi qui, in questo volume. Forse, come Stevenson, Chesterton cercò per tutta la vita di mantenere splendente il gioiello della sua infanzia, che per lo scrittore scozzese era un oggetto perduto per cui combatté per tutta la vita ed invece a Gilbert fu miracolosamente e graziosamente serbato. Primo tra tutti il motivo dell'innocenza, per cui l'opera di Stevenson ha il suo punto focale nell'infanzia, nella vita "nel suo teatro di cartone", come dice Chesterton, in cui entrò grazie alla inaudita tolleranza del nonno durissimamente calvinista, che gli consentì di "frequentare" il mondo delle fiabe e quindi trovare la salvezza e l'antidoto contro la "malattia" puritana. È la stessa salvezza, mutatis mutandis, di Chesterton dal vuoto vittoriano e decadente, per cui l'innocenza divenne ancora di salvezza e spunto di libertà. Difatti dice Chesterton (pag. 42)
«il puritanesimo non aveva in sé alcuna idea di purezza. Potremmo quasi sostenere che nel puritanesimo c'è qualsiasi virtù, eccetto che la purezza. Contemplava l'idea dell'autodisciplina, che è cosa diversa dalla virtù. Non ha immagini di innocenza pura, di quelle cose che sono allo stesso tempo solide e candide, come il gesso o il legno bianco, che i bambini tanto amano».
Quindi l'opera di Stevenson può essere vista con Chesterton come una fuga dalle prigioni del puritanesimo e del pessimismo per entrare nella casa delle bambole, fortezza della felicità infantile. In questo c'è tanto di autobiografico e di cristiano.
Verso la fine del volume troviamo un'affermazione di Chesterton che ben sintetizza tutto il suo grato affetto verso Stevenson che, dopo aver apostrofato onesto ed onorevole pagano, proclama addirittura "teologo cristiano senza saperlo" (pag. 134). Per Chesterton l'innocenza fu sempre la madre di tutte le virtù e nello Stevenson ce lo dimostra compiutamente. Un grazie anche a Stevenson, allora, suscitatore dell'energia di Gilbert.

Marco Sermarini

C'è chi racconta le cose partendo da Chesterton

Raccontare uno spettacolo medievale partendo con ... CHESTERTON!