domenica 14 giugno 2015

Borges in morte di Chesterton (Maria Grazia Gotti, grazie!)

Ciao Presidente,

in occasione dell'anniversario della morte di Chesterton vorrei condividere con te e con tutti i chestertoniani le parole che Borges ha scritto alla sua morte. Credo che non siano mai state tradotte in italiano, quantomeno quando ho provato a cercarle in rete non le ho trovate (qualcuno ne ha notizia?). I suoi pensieri e apprezzamenti si trovano anche in altri pezzi ma questo dovrebbe essere proprio l'articolo scritto "a caldo" (e colpisce pensare che poi Borges è morto esattamente 50 anni dopo Chesterton). 

La traduzione è mia, fatta secondo il rigoroso principio: se vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male.
L'originale si trova qui, come introduzione a una raccolta di saggi intitolata "La colera de las rosas" resa disponibile dalla biblioteca virtuale Alexandriae.

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È morto (ha patito questo processo impuro che si chiama morire) l'uomo G. K. Chesterton, il celebrato gentiluomo Gilbert Keith Chesterton: figlio di tali genitori, che sono morti, cliente di tali avvocati, padrone di tali manoscritti, di tali mappe e di tali monete, padrone di tale enciclopedia setosa e di tale bastone con l'impugnatura un po' rovinata, amico del tal albero e del tal fiume. Restano le facce della sua fama, restano le sue proiezioni immortali, che studierò. Inizio dalla più diffusa in questa repubblica.

Chesterton, padre della chiesa. Intendo che per molti argentini quello autentico é questo Chesterton. Di sicuro il semplice spettacolo di un cattolico civilizzato, di un uomo che preferisce la persuasione all'intimidazione, e che non minaccia i suoi contendenti con il braccio secolare o con il fuoco postumo dell'Inferno, obbliga la mia gratitudine. Come pure quello di un cattolico liberale, quello di un credente che non prende la sua fede per un metodo sociologico. ( E' il caso di ripetere la buona battuta di Macaulay: "parlare di governi essenzialmente protestanti o fondamentalmente cristiani é come parlare di un modo di coltivare i campi essenzialmente protestante o di una equitazione fondamentalmente cattolica"). Mi si ricorderà che in Inghilterra non c'è il cattolicesimo petulante e autoritario che patisce la nostra repubblica - fatto che annulla o diminuisce i meriti dell'urbanità  polemica dell'Uomo eterno o di Ortodossia. Accetto la correzione ma non smetto di apprezzare  e di essere grato per i modi cortesi della sua dialettica.

Altro evidente diletto: Chesterton ricorre al paradosso e all'umorismo nella sua rivendicazione del cattolicesimo. Questo significa ribaltare una tradizione, avviata da Swift, da Gibbon e da Voltaire. Sempre l'ingegno era stato messo in moto contro la Chiesa. La Chiesa - per usare le parole di Apollinaire- rappresentava l'ordine; l'Incredulità, l'Avventura. Più tardi, per dirlo con le parole di Browining o, se si vuole, di quel ciarlatano del dopocena di Sylvester Blougram - "Abbiamo scambiato, a forza di negazioni, una vita pia con soprassalti di incredulità con una vita incredula con soprassalti di fede. Prima dicevamo che il tavolo era bianco, ora che è nero …" La opera apologetica di Chesterton corrisponde precisamente a questo scambio. Dal punto di vista della controversia corrisponde fin troppo precisamente. La certezza che nessuna delle attrazioni del cristianesimo possa realmente competere con la sua sconfinata inverosimiglianza è talmente noto per Chesterton che le sue apologie più edificanti mi ricordano sempre l'Elogio della pazzia o L'omicidio considerato come una delle belle arti. Tuttavia queste difese paradossali di cause che non sono difendibili richiedono ascoltatori convinti dell'assurdità di queste cause. A un assassino logico e operoso,  L'omicidio considerato come una delle belle artinon piacerebbe. Se io mettessi in scena una Rivendicazione del cannibalismo e dimostrassi che è innocente consumare carne umana, dal momento che tutti gli alimenti sono, in potenza, carne umana, nessun cannibale mi concederebbe un sorriso, per quanto ridicolo fossi. Temo che ai cattolici sinceri succeda qualcosa di simile con i grandi giochi di Chesterton. Temo che dia loro fastidio il suo modo di acuto difensore di cause perse. Il suo tono scherzoso il cui onore è in ragione inversa rispetto alla verità dei fatti che afferma.


La spiegazione è facile: il cristianesimo di Chesterton è organico; Chesterton non ripete una formula con l'evidente timore di sbagliarsi, Chesterton  è a suo agio. Da lì il suo impiego quasi nullo della dialettica scolastica. E' inoltre, uno dei pochi cristiani che non solo credono nel cielo, ma che sono anche interessati ad esso e che abbondano, su di esso, di inquiete congetture e previsioni. Il fatto non è usuale… Non dimenticherò il disagio di certi gruppi di cattolici, una sera che Xul-Solar parlò di angeli e delle loro abitudini e forme.


Chesterton -  chi lo ignora? - fu un incomparabile inventore di racconti fantastici. Disgraziatamente, cercava di trarne fuori una morale, abbassandoli in questo modo a semplici parabole. Fortunatamente, non ci riuscì mai del tutto.


Chesterton narratore polizesco. Edgar Allan Poe scrisse racconti di puro orrore fantastico o di pura bizzarria; Edgar Allan Poe fu l'inventore del racconto poliziesco. Questo non è meno indubitabile del fatto che non combinò mai i due generi. Mai invocò il soccorso del sedentario gentiluomo francese August Dupin (della Rue Dunot) per determinare il crimine preciso dell'Uomo della Folla o per illustrare il modus operandi del simulacro che fulminò i cortigiani di Prospero, e per giunta, questo stesso dignitario, durante la famosa epidemia della Morte Rossa. Chesterton, nelle diverse narrazioni che integrano la Saga quintupla di Padre Brown, o quelle del poeta Gabriel Gale, o quelle dell'Uomo che sapeva troppo, compie, sempre, questo tour de force. Presenta un mistero, propone la sua spiegazione soprannaturale e quindi la sostituisce con un'altra di questo mondo. I suoi dialoghi, il suo modo narrativo, la sua definizione dei personaggi e dei luoghi, sono eccellenti. Questo, naturalmente, è stato sufficiente perchè lo accusassero di "letteratura". Infelice accusa per un letterato! Sento da molte bocche la leggenda che Chesterton, se si vuole, scrive con più eleganza di Wallace, ma quest'ultimo costruiva meglio le sue intollerabili trame. Giuro ai miei lettori che stanno mentendo quelli che parlano in questo modo e che l'ottavo circolo dell'inferno sarà il loro domicilio finale. Nei racconti polizieschi di Chesterton, tutto si giustifica: gli episodi più fugaci e brevi hanno proiezioni ulteriori. In uno dei racconti, uno sconosciuto aggredisce uno sconosciuto perchè non lo investa un camion, e questa violenza necessaria ma allarmante, prefigura il suo atto finale di dichiararlo matto perchè non lo possano condannare per il crimine. In un altro una pericolosa e vasta cospirazione (messa in piedi da un solo uomo con l'aiuto di barbe, maschere e pseudonimi) è annunciata con tenebrosa esattezza nel distico 
As all stars shrivel in the single sun,

The words are many, but The Word is one


che viene successivamente decifrata, con permutazione di maiuscole, in:


The words are many, but the word is One

In un terzo, la maquette iniziale - la citazione iniziale di un indio che lancia il coltello a un altro e lo uccide - è l'esatto opposto dell'argomento: un uomo pugnalato da un suo amico con una freccia, dall'alto di una torre. Pugnale volante, freccia che si lascia impugnare… In un altro ancora all'inizio si trova una leggenda: un re blasfemo innalza con l'aiuto satanico, una torre senza fine. Dio fulmina la torre e fa di essa un pozzo senza fondo, nel quale si immerge per sempre l'anima del re. Questa inversione divina prefigura in qualche modo la silenziosa rotazione di una biblioteca, con due tazzine, una di caffè avvelanato, che uccide un uomo che l'aveva destinata al suo ospite (nel numero 10 di Sur ho tentato lo studio delle innovazioni e del rigore che Chesterto impone alla tecnica dei racconti polizieschi).


Chesterton scrittore. Mi consta che non sia legittimo sospettare o ammettere meriti di ordine letterario in un uomo di lettere. I critici realmente informati non cessano mai di avvertire che la cosa più prescindibile di un letterato è la sua letteratura, e che questo può interessarli solo come valore umano -l'arte, come conseguenza, è inumana?- come esempio di tale paese, di tal periodo o di tali malattie. E' troppo per me, non posso condividere questi interessi. Penso che Chesterton sia uno dei principali scrittori del nostro tempo e questo non solo per la fortunata invenzione, per la sua immaginazione visiva e per la felicià puerile o divina che traspare in tutte le sue pagine, ma per le sue virtù retoriche, per i suoi puri meriti di destrezza. Quelli che hanno sfogliato l'opera di Chesterton non avranno bisogno della mia dimostrazione; quelli che lo ignorano, possono scorrere i titoli seguenti e percepire la sua buona economia verbale: L'assassino moderatoL'oracolo del caneL'insalata del colonnello CrayLa maledizione del libroLa vendetta della statua, Il dio dei gongL'uomo con due barbeL'uomo che fu GiovedìIl giardino di fumo. In quella famosa Degenerazione che tanti buoni servizi prestò come antologia degli scrittori che denigrava, il dottor Max Nordau esamina i titoli dei simbolisti francesi: Quando i violini sono partitiI palazzi nomadiLe illuminazioni. Va bene, però sono poco o niente eccitanti. Poche persone giudicano necessario o gradevole conoscere i palazzi nomadi; molte, l'Oracolo del cane. E' chiaro che nello stimolo peculiare dei nomi di Chesterton opera la nostra coscienza che tali nomi non sono stati evocati invano. Sappiamo che nei Palazzi nomadi non c'è un palazzo nomade. Sappiamo che L'oracolo del cane non mancherà di una cane nè di un oracolo, o di un cane reale e oracolare. Così, allo stesso modo, Lo Specchio dei magistratiche si divulgò in Inghilterra verso il 1560 non era nient'altro che uno specchio allegorico; lo Specchio del magistrato di Chesterton si riferisce a uno specchio reale… Quanto detto non intende insinuare che alcuni titoli più o meno paradossali diano la misura dello stile di Chesterton. Intende dire che questo stile è onnipresente.


In un certo tempo (e in Spagna) c'era il distratto costume di equiparare i titoli e le opere di Gomez de la Serna e di Chesterton. Questa aprossimazione è del tutto inutile, i due percepiscono (o registrano) con intensità la sfumatura peculiare di una casa, di una luce, di un'ora del giorno, ma Gomez de la Serna è caotico. Al contrario, la limpidezza e l'ordine sono una costante nelle pubblicazioni di Chesterton. Io mi azzardo a sentire (secondo la formula geografica di M. Taine) peso e disordine di nebbia britannica in Gomez de la Serna e chiarezza latina in G.K..


Chesterton poeta. C'è qualcosa di più terribile e meraviglioso che essere divorato da un drago: essere un drago. C'è qualcosa di più strano che essere un drago: essere un uomo. Questa intuizione elementare, questo rapimento durevole della meraviglia (e della gratitudine) pervade tutti i poemi di Chesterton. Il loro errore (se c'è) è di essere stati pensati ciascuno come una sorta di giustificazione o parabola. Sono stati realizzati con splendore ma in essi si nota troppo l'argomentazione. Si nota troppo la distribuzione, la costruzione. Qualche volta, qualche rara volta, c'è una eco di Kipling

You have weighed the stars in a balance, and grasped the skies

[in a span: Take, if you must have answer, the word of a common man.


Credo, tuttavia, che Lepanto sia una delle pagine attuali che le generazioni del futuro non lasceranno morire. Una parte di vanità è solita mettere a disagio nelle odi eroiche; questa celebrazione inglese di una vittoria dei terzi di Spagna e dell'artiglieria Italiana non corre questo rischio. La sua musica, la sua felicità, la sua mitologia, sono ammirevoli. È una pagina che commuove fisicamente, come la vicinanza del mare.

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