martedì 13 marzo 2012

Un aforisma al giorno

"La serietà non è una virtù. Sarebbe un'eresia, ma un'eresia molto più assennata, dire che la serietà è un vizio. È una tendenza o un errore davvero naturale prendersi con gravità, perché è la cosa più facile da fare. È molto più facile scrivere un articolo di fondo sul Times che una bella battuta sul Punch. Perché la solennità sgorga spontaneamente dagli uomini, invece la risata richiede uno sforzo. È facile essere pesanti: difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

Rassegna stampa (nuovi candidati al trofeo "Uomini e tristezza")


   
04 Marzo 2012 - VeronaFedele
Divorzio Breve
SI PARLA DI NOI :: La famiglia sempre più sola 384 KB

13 Marzo 2012 - Giornale di Reggio
Omosessuali
Rissa interna al Pd sulla Bindi omofoba 198 KB

13 Marzo 2012 - Repubblica
Fecondazione Artificiale
Quei bambini nati in provetta grazie alla Corte 492 KB

lunedì 12 marzo 2012

Adesso tirano per la sottana Chesterton per difendere i matrimoni tra omosessuali. Ma per piacere...

Qui The Telegraph sbraca a sua volta e chiama in aiuto a spoposito e illegittimamente Chesterton per difendere i matrimoni tra omosessuali.

La cosa ci è stata segnalata, ovviamente in maniera sanamente polemica, da un tweet di Second Spring, il sito guidato da Stratford Caldecott, chestertoniano di ferro inglese, uno di quelli che non ha sbracato.

Rassegna stampa

Cari amici,

quando mettiamo queste notizie, questi articoli, li mettiamo sempre per far vedere l'aria che tira, oppure qualcosa di interessante, di bello o di particolarmente brutto.

In questa rassegna stampa dobbiamo prendere atto per l'ennesima volta che l'unico (o almeno uno dei pochi) che non sbraca (scusate l'eufemismo) è come sempre il Santo Padre. Gli altri si meritano una nomination formato mammuth nella classifica annuale del nostro trofeo "Uomini e tristezza": giornalisti, "tecnici" (virgolette obbligatorie), politici, ecclesiastici, inglesi, italiani, tutti quanti...



11 Marzo 2012 - Messaggero

Omosessuali

12 Marzo 2012 - Unita'
Omosessuali

11 Marzo 2012 - Repubblica
Omosessuali

11 Marzo 2012 - Giornale di Reggio
Omosessuali

11 Marzo 2012 - Unita'
Omosessuali

12 Marzo 2012 - CorrieredellaSera
Omosessuali

12 Marzo 2012 - Repubblica
Omosessuali

11 Marzo 2012 - CorriereMezzogiorno
Separazione

10 Marzo 2012 - Avvenire
Matrimonio

10 Marzo 2012 - Sole24ore

10 Marzo 2012 - Avvenire
Fecondazione Artificiale

Da Il Sussidiario - In un “orologio” il segreto della parità tra uomo e donna (una lucidissima Costanza Miriano! e l'intervistatrice tira in ballo Chesterton...!)

Non riesco a immaginare uno scenario più eloquente per un'intervista in tema lavoro-famiglia: da un capo del telefono l'intervistatrice patteggia con i tre denti e mezzo della secondogenita un block notes sbocconcellato; dall'altro l'intervistata, tra una risposta e l'altra, dirime controversie sull'utilizzo della play station da parte di eredi più grandicelli. Costanza Miriano è un'autorità in materia di madri lavoratrici, visto che di figli ne ha quattro, e di lavori quasi altrettanti, dopo che il successo del suo primo libro, Sposati e sii sottomessa, ha aggiunto un carico di impegni notevole a quello di casa e tg3.

 

In un recente incontro pubblico, lei ha affermato che sul lavoro "la vera discriminazione non è contro le donne, ma contro le mamme… quando chiedono tempo e spazio per stare a fianco dei bambini". Qual è secondo lei una possibilità praticabile per la conciliazione?

 

Ormai abbiamo visto che le donne sono in grado di scalare qualsiasi vertice: possono arrivare sulla luna, dirigere aziende, scoprire malattie. Il problema è quanto ci costano queste conquiste sul piano che ci è più caro: quello degli affetti, per quanto le donne cerchino di negarlo. Una donna che ha successo in campo professionale deve comunque mettere tra parentesi la famiglia. Occorre una forte battaglia culturale sui tempi di lavoro, che sono il vero problema: una battaglia culturale sulla flessibilità, sulla possibilità di lavorare a distanza, entro vincoli non di orario, ma di risultato. Una donna cui questa possibilità viene data offre in cambio una grande lealtà. Ho colleghe che a fronte dell'ottenuta flessibilità di orario lavorano anche malate: è una flessibilità in due sensi. Mi piacerebbe che le battaglie per le pari opportunità vertessero su questo punto: non per il successo e la carriera, ma per rendere materno il mondo del lavoro.

 

Cosa pensa delle proposte di "quote rosa" nei vertici aziendali o nei cda delle società quotate in borsa?

 

Sono contrarissima! Se capitasse a me, sarebbe una vera iattura, prima di tutto per un motivo pratico: i tempi delle aziende non sono a misura di donna, o meglio, di mamma. Non è semplice conciliare con i tempi dei figli riunioni serali, pranzi e occasioni per tenere le relazioni… Alle donne dovrebbe essere permesso di lavorare per obiettivi, accorciando i tempi. Ma sono contraria anche per un motivo più serio: il potere è profondamente maschile perché in qualche modo è sempre un po' violento; caratteristica femminile è quella di saper mediare, accogliere, tenere insieme, ammorbidire i contrasti, valorizzare i talenti, far funzionare quello che c'è con le persone che ci sono, tirandone fuori il meglio. Queste logiche del tutto femminili al momento non sono quelle che servono nelle aziende, e probabilmente non lo saranno mai, perché il "principe di questo mondo" vuole così.

 

Una mamma contenta del lavoro che fa non è una presenza migliore per la sua famiglia, piuttosto che una che sta a casa mordendo il freno?


Una mamma può essere contenta anche stando a casa: una buona presenza per i figli è una mamma contenta, che lavori o no, poco o tanto che sia. Io personalmente se stessi a casa non morderei il freno, sarei felice, ma purtroppo non posso. Certo, nella scrittura ho modo di prendermi tante gratificazioni anche al di fuori del lavoro; ma quando sono stata a casa un anno stavo benissimo!

 

Il tema del rapporto lavoro-famiglia è sempre osservato dalla prospettiva delle donne; e i papà?

 

Per i padri non sussiste il problema del tempo di lavoro sottratto a quello in famiglia. Il lavoro della mamma è l'accudimento, e quello deve essere continuo. Il lavoro del padre è la regola; è proprio un codice diverso e richiede molto meno tempo: basta enunciarla chiaramente - magari fornendo l'esempio -, però non è necessario essere presenti sempre. Certo, anche un uomo impara qualcosa nel fare famiglia. Mi viene in mente un nostro amico che aveva un pesce rosso e diceva sempre di essere stanchissimo perché gli doveva cambiare l'acqua; poi ha preso un gatto e rimpiangeva i tempi del pesce rosso; poi sono arrivati i figli… Chiaramente anche i padri fanno un percorso: imparano ad avere meno tempo per sé, a essere più disponibili; però la capacità organizzativa nel saper fare più cose insieme, è prettamente femminile e materna.

 

Anche fuori dall'arena lavorativa la strada della famiglia non è una passeggiata; Chesterton diceva: "Il matrimonio è un duello all'ultimo sangue, che nessun uomo d'onore dovrebbe declinare".

 

Non mi viene da pensare tanto a un duello tra moglie e marito, quanto a un duello con se stessi, con le proprie debolezze. Il matrimonio è anche un cammino di ascesi; la spontaneità è solo una parte, ma c'è anche tanto lavoro. In questo senso è un duello dei più appassionanti, e che sicuramente vale la pena di combattere.

 

Nel sostenere questo cammino, questa "pratica estrema" che nel suo libro lei propone alle donne, che parte ha la fede?

 

Senza la Grazia è un cammino impossibile. Molti sostengono che il matrimonio sia una strada naturale; in effetti, quello che è divino è anche naturale, e profondamente ragionevole: il Vangelo è un "libro di istruzioni" che spiega come funziona l'uomo, e l'uomo funziona così anche se non ci crede. Però in questo momento storico, in cui avere rapporti al di fuori del matrimonio è molto facile e comune, in cui non c'è più una pressione sociale che aiuti la coesione, le cose sono più difficili: senza la Grazia è impossibile intraprendere l'avventura. C'è poi un aspetto su cui rifletto spesso.

 

Quale?


Uomo e donna non bastano a compiere le proprie reciproche attese. Soprattutto la donna, voragine di desiderio di essere amata, è spesso delusa dal marito; non perché questi sia deludente, ma perché la sete va oltre l'umano. Anche davanti alle piccole tensioni, ai momenti in cui si ha bisogno di essere rassicurati e il marito non ci riesce (tutte dinamiche normali), le donne tendono a pretendere moltissimo. Ma alla fine è solo Dio che le colma e le compie. In questo senso si ridimensionano anche tutti i calcoli di chi ha dato di più e di meno, i patteggiamenti di un pomeriggio in palestra in cambio di una serata al calcetto. Occorre uscire da questa dinamica giustizialista, e riconoscere nell'altro la propria via per la santificazione, servendo il quale si serve Dio. Santa Caterina da Siena, prodigandosi sorridente per i suoi familiari che la trattavano da serva, diceva di non vedere in loro i genitori e i fratelli vessatori, ma la Sacra Famiglia. Questa dovrebbe essere la dinamica di una donna nel matrimonio: noi siamo più chiamate al servizio.

 

(Elisabetta Crema)

domenica 11 marzo 2012

Un aforisma al giorno (sempre caro! mai ripetuto abbastanza!)

"Non ci sono parole per esprimere l'abisso che corre fra l'essere soli e l'avere un alleato. Si può concedere ai matematici che quattro è due volte due; ma due non è due volte uno: due è duemila volte uno".

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo che fu Giovedì 

Chesterton in altre parole - Ancora Stanley Jaki

"Un ardente desiderio per l'automiglioramento e un profondo rispetto per l'universo andarono mano nella mano per gran parte della storia della filosofia. Che il discorso filosofico non sia più intento a quel nobile desiderio, almeno non senza un po' di vergogna, va in parallelo alla rapida scomparsa dell'universo dalla filosofia. Effettivamente, invece di parallelo bisognerebbe parlare di correlazione. Una diagnosi straordinaria di questa correlazione è quel detto di Chesterton, molto caro a William James, che nel valutare un eventuale inquilino la padrona di casa dovrebbe informarsi per prima cosa non del suo reddito ma della sua visione dell'universo. C'è più profondità in questo singolo detto che nel mezzo migliaio di pagine di Processo e realtà di Whitehead, spesso citato come l'ultima cosmologia filosofica, un libro pubblicato nel 1929".

Stanley L. Jaki, Il Messaggio e il suo mezzo - Un Trattato sulla verità.

Chesterton in altre parole - Stanley Jaki

«La frase "Eccolo là" fa forza sull'esistenza del "lo" o della cosa o oggetto. Heidegger, questo maestro nello spremere sfumature inosservate di significato dalle parole, non si avvicinò mai al grande tour de force filosofico e linguistico di Chesterton: "C'è un è!". Il Saggio di Beaconsfield non intendeva così appoggiare l'ontologismo nel quale "lo" o la cosa è primario. Egli semplicemente asserì in modo inimitabile che gli oggetti o cose sono prima di fare qualunque altra cosa. Davvero, la frase "Eccolo là!" può servire come il fulcro che sostiene e muove tutto il peso della filosofia, scartando tutto il suo peso morto largamente accumulato».

Stanley L. Jaki, Il Messaggio e il suo mezzo - Un Trattato sula Verità.

P.S.: la citazione di Chesterton è tratta dal San Tommaso d'Aquino e la Società Chestertoniana Italiana possiede, grazie e Francis Manion, esecutore testamentario di padre Jaki, anche il volume appartenutogli da cui la citazione è tratta.

sabato 10 marzo 2012

Una singolarissima squadra di cricket.

Abbiamo fatto una scoperta abbastanza divertente.
Un giorno James Barrie, creatore del personaggio di Peter Pan ed amico personale di Chesterton (di loro e Shaw abbiamo raccontato la storia del film western: ecco un'altra strana performance di Barrie...), decise di riunire una notevolissima squadra di cricket, sport inglese ai massimi livelli.
Anzitutto scelse un nome singolarissimo, gli "Allahakbarries" (un misto tra il suo cognome e l'invocazione islamica), e non è poco.

Convocò tra gli altri i seguenti giocatori:

1) il Nostro (ebbene sì, amava il cricket!);
2) H. G. Wells, amico - nemico di GKC;
3) sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes;
4) Jerome K. Jerome, autore di Tre uomini in barca;
5) A. A. Milne, il creatore di Winnie The Pooh;
6) P. Wodehouse, il creatore di Jeeves e Wooster.

Ne riparleremo, ma già la cosa è interessante così com'è.

giovedì 8 marzo 2012

Rassegna stampa

1.LUCIA ANNUNZIATA USA I FUNERALI DI LUCIO DALLA PER ATTACCARE LA CHIESA E INGRAZIARSI LA COMUNITA' GAY
Ecco perché sarebbe stato decisamente più saggio e prudente evitare interventi extra-liturgici in chiesa
Autore: Riccardo Cascioli - Fonte: La Bussola Quotidiana
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2.IL GOVERNO ''MARI E MONTI'' VUOLE ABOLIRE DIO: I MINISTRI (PSEUDO) CATTOLICI APPROVANO
Decreto ''Salva Italia''? Caro Supermario, Dio esiste, ma non sei tu: rilassati! Abolendo la domenica come giorno festivo sei responsabile di una deriva culturale che promette libertà, ma in realtà la restringe
Autore: Antonio Socci - Fonte: Libero
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3.LA LEGO PRODUCE ANCHE BAMBOLINE FEMMINILI: IN INGHILTERRA SCATTA LA PROTESTA
Le femministe vorrebbero abolire la differenza maschio-femmina e imporre l'unisex come legge universale... dimenticando la legge naturale
Autore: Costanza Miriano - Fonte: La Bussola Quotidiana
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4.IN AUSTRALIA SI FA STRADA L'INFANTICIDIO: SE SI PUO' ABORTIRE, PERCHE' NON UCCIDERE I BAMBINI?
Chi si straccia le vesti per questa proposta choc farebbe bene a ragionare e a rendersi conto che uccidere un bambino prima o dopo la nascita è la stessa crudeltà
Autore: Mario Palmaro - Fonte: La Bussola Quotidiana
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Torna padre Brown - Attualità del prete investigatore creato da Chesterton

Dall'Agenzia SIR - Marco Testi

"E dicendo 'Buona sera', spalancò le pesanti porte di quel palazzo di piacere. Le porte dorate gli si chiusero dietro, ed egli andò con passo rapido per le strade oscure e umide, in cerca di un omnibus da dieci centesimi".

In questo breve brano è concentrata la vera dimensione di Padre Brown, la creatura di Gilbert Keith Chesterton, sacerdote e investigatore a tempo perso (che poi è la maggior parte del suo tempo), ma soprattutto conoscitore di uomini, non loro giudice.
Dopo lunghi anni di dimenticanza, Padre Brown è ritornato grazie anche al recupero da parte di alcuni studiosi della figura del suo creatore, ad una massiccia riedizione dell'editore Lindau della sua opera e alla rinnovata attenzione per un personaggio nel quale, come afferma il suo stesso creatore, "tutto appariva privo di distinzione, persino il cognome".
Cogliamo allora l'occasione di due uscite editoriali per approfondire la conoscenza di questo piccolo, umile prete girovago alle prese con le miserie umane: la San Paolo ci presenta un ponderoso "I racconti di Padre Brown", di ben 910 pagine, difficile da portare in metropolitana per spendere utilmente i minuti vuoti, ma di grande utilità se si vuole avere uno sguardo d'assieme sulla complessità del prete e soprattutto del suo autore; Lindau, da parte sua, continua la diffusione delle opere chestertoniane con "Lo scandalo di Padre Brown" di taglio più asciutto: sole, se paragonate al precedente, 245 pagine.
Ne esce fuori l'immagine di una creatura strana, esattamente l'opposto dei superuomini estetici, politici e individualisti che andavano di moda nell'Europa così raffinata da consegnarsi corpo e anima alle dittature di massa. Prima che la guerra spazzasse via tutto, Nietzsche, Wilde, D'Annunzio e i loro imitatori periferici avevano prospettato l'uomo nuovo, quello che avendo una cultura raffinatissima e un'etica assolutamente amorale, non è una contraddizione, poteva pensare di essere automaticamente superiore agli altri miseri m ortali.
Questo anti-eroe è piccolino, goffo, trasandato, parla poco e viaggia con i mezzi pubblici: D'Annunzio sarebbe svenuto e Wilde, che Chesterton citava tra i "nemici" da combattere culturalmente, non avrebbe resistito un secondo. Ma è per questo che egli riesce a entrare nei tortuosi meandri del cuore umano, perché si pone allo stesso livello. Perché non vuole nulla, perché non desidera, come avrebbe detto Schopenhauer, e non è un caso che uno dei personaggi che il prete capisce subito è il santone indù, falsamente sospettato di omicidio, di "La forma errata": "Io sapevo ch'egli voleva dire letteralmente ciò che le parole significavano: che non aveva alcun desiderio, che nessuna casa era la sua; che non era stanco per nulla, come non era stanco di vino, che è l'annientamento, la semplice distruzione di tutto e di qualsiasi cosa".
Insomma un prete senza grilli per la testa, del popolo, proletario, come si sarebbe detto una volta, con neanche tanto velate simpatie per i socialisti, ma quelli umorali e generosi, non i profeti del marxismo scientifico, e però colto, capace di citazioni impensabili e di comprensione di religioni e filosofie lontane in ogni senso. Ma quella di Padre Brown non è solo comprensione della tesi dell'annientamento delle apparenze in un suo "collega" d'altra fede; è nel contempo affermazione di un valore del cristianesimo che in quell'Occidente stava tramontando, occultato da superuomini o, al contrario, da debolissimi inetti (quelli di Svevo, Pirandello, Tozzi, Musil, Kafka e tanti altri) che si chiedevano se valeva la pena scendere dal letto per cominciare la giornata: il valore dell'umiltà, che capisce la vanità dell'eccessivo amore per le forme, ma che nel contempo lavora per alleviare le pene del sofferente, con misericordia e partecipazione.
Padre Brown è l'uomo comune, non solo e non tanto un prete cattolico, tra l'altro ispirato alla figura reale di monsignor John O'Connor, fautore dell'ingresso nel cattolicesimo di Ch esterton: è un uomo che in un'età disgraziata, in cui si continuava a danzare sul ciglio dell'abisso, a girare in macchine di lusso, vagheggiare l'amore in alcove dorate, mangiare cibi raffinati in attesa del nulla che sarebbe giunto di lì a poco, dopo aver risolto un intricato caso, si dirige verso una fermata pubblica, "in cerca di un omnibus da dieci centesimi". Il che non è solo una felice trovata, ma una indicazione reale da non far cadere, ancora una volta, nel dimenticatoio. 


Oggi 8 Marzo pensiamo agli aborti selettivi e non alle feste politicamente corrette

Lo diciamo a tutte le signore che questa sera usciranno a festeggiare non si sa che, alle paladine delle libertà e a tutti.

Perché non pensate al fatto che nel mondo milioni di bambine non nascono a causa dell'aborto (che già di per sé è un omicidio e fa schifo) selettivo (che rende lo schifo ancora maggiore, se possibile)?

C'è qualcuno che oggi spenderà una parola per questo? Oppure si continuerà ad inneggiare all'aborto come conquista di libertà, pur con tutti i mal di pancia possibili?

Bambine mai nate

Per tacere poi della politica del figlio unico che è legge in Cina...

L'esordio della nostra cara Annalisa Teggi (Il Cavallo Bianco, nome di battaglia...) su Tempi - Una splendida rubrica chestertoniana dal titolo Tremende Bazzeccole- Diffondetela! E' dei nostri!

Evviva Chesterton onnipresente, evviva i chestertoniani ovunque siano, evviva!

Evviva la nostra Annalisa Teggi!

E poi, tra l'altro, c'è un link al nostro piccolo blog...!

Grazie...!

http://www.tempi.it/festa-della-donna-storia-chestertoniana-di-mamme-pidocchi-e-dio



Festa della donna. Storia chestertoniana di mamme, pidocchi e Dio

Auguri a tutte le donne che sanno esprimere il genio di un amore incondizionato. Capace di tener conto di tutto, anche della bellezza effimera di un ricciolo. Perché non si può amare un figlio se non si è disposti a sacrificarsi per il più frivolo dei suoi dettagli. Infatti «anche i capelli del vostro capo sono contati».
in Tremende bazzecole
08 Mar 2012







Alla fine è stato un fatto banale a convincermi che il signor Gilbert Chesterton aveva ragione: la donna è un'irresponsabile. E tale affermazione è da considerarsi un complimento; forse il più sinceramente devoto che sia mai stato fatto alla donna.

Anch'io inizialmente credevo a una mia svista di lettura o di traduzione. Si tratta, invece, di uno di quegli scherzi linguistici di cui solo il signor Chesterton è capace; quegli scherzi per cui una parola apparentemente brutta, improvvisamente diventa la definizione perfetta di quelle semplici occasioni in cui gli esseri umani si lasciano sfuggire un gesto di impensabile grandezza.

Capita di rado a noi mamme - ma capita - di trovarsi ad arrivare con 5 minuti di anticipo di fronte all'aula di musica (o alla porta della palestra) a prendere i propri figli. Invece di arrivare col respiro corto, c'è quella volta in cui sei in orario, anzi c'è anche il tempo di scambiare due parole con gli altri genitori. E così una sera ho avuto il privilegio di ascoltare una mamma lasciarsi andare a uno sfogo dirompente, motivato dal fatto che nella scuola materna di sua figlia si era verificata un'epidemia di pidocchi. Il suo tono preoccupato non riguardava minimamente questioni di igiene scolastica. No. Il terrore era interamente legato ai capelli della bambina. L'ho ascoltata raccontare con quale dedizione adorasse quei lunghi boccoli biondi, cha aveva acconciato, intrecciato e pettinato fin dalla nascita; e il solo pensiero di doverli in qualche modo tormentare (… essendo l'eventualità del taglio da non considerarsi neppure tra le cose pronunciabili), lasciava presagire che avrebbe fatto cose inconsulte. Le aveva già fatte, in effetti: senza tener conto dell'opinione di marito, suoceri, genitori, zii e vicine di casa, da quasi un mese non mandava a scuola la bambina e, anche se il pericolo di contagio era ampiamente rientrato, lei era ancora intenzionata a prolungare questo tipo di sciopero. Aveva persino risposto per le rime al suo capo che si lamentava delle troppe assenze sul lavoro per motivi familiari; cosa assai pericolosa di questi tempi.

Per saperne di più
Io sarei stata spontaneamente portata a giudicare un comportamento del genere come esagerato e frivolo. Forse perché ho figli maschi o forse perché lo è davvero. Infatti, proprio riguardo a questa sfacciata e spontanea frivolezza affettiva è entrato in gioco il signor Chesterton e mi sono ricordata che lui stesso (a inizio Novecento) si oppose alla legge che, in caso di pidocchi, imponeva nelle scuole inglesi il taglio a zero dei capelli a tutti i bambini. Laddove tutti noi vedremmo in questo provvedimento un gesto ragionevole e civile (considerata l'epoca), Chesterton ci vide una clamorosa inciviltà: a quel salutare, asettico e democratico provvedimento lui contrappose la banale evidenza che ogni brava mamma, piuttosto che vedere la sua bimba senza più un capello, si sarebbe messa a toglierle i pidocchi ad uno ad uno. Ogni genitore farebbe di tutto per i propri figli, ma è più tipico della donna mostrare il suo affetto incondizionato con un puntiglio che si fa addirittura più caparbio nelle frivolezze. Ecco: la donna è un'irresponsabile; perché per lei i figli non sono tutto, ma «ciascuna-singola-piccola-parte» di quel tutto; e allora (etimologicamente) lei non risponde più a niente e nessuno se una qualsiasi-piccola-parte dei figli è in pericolo … anche in leggero pericolo.

E fu proprio in questo tratto dell'istintivo affetto femminile che Chesterton vide un riflesso commovente dell'amore di colui che è stato il più irresponsabile della storia - il nostro Creatore. Da assoluto irresponsabile diede la vita di suo Figlio. E si può dire che lo ha fatto stando a guardare il capello; perché se c'è qualcosa di eroico in chi dà la vita «per tutti», c'è, invece, qualcosa di davvero irresponsabile nel gesto di chi lo ha fatto non tanto in nome della grandezza dell'Uomo, ma per un amore infinito che non è indefinito: una tenerezza che adora commossa anche le frivolezze, i dettagli magari balzani - ma così meravigliosi - di ciascuna delle sue creature.

E così, mentre nel guazzabuglio del pensiero dominante le grandi bandiere della democrazia e dell'uguaglianza continuano a sventolare, spinte da quel ragionevole venticello che sussurra cose del tipo «la legge è uguale per tutti - mal comune mezzo gaudio», c'è ancora nascosta tra di noi una testarda paladina, che difende e proclama la democrazia divina.



Quell'irresponsabile della madre di famiglia ci ricorda che dire «siamo tutti uguali di fronte a Dio» dovrebbe stimolare la nostra fantasia a spaziare in uno sfolgorante tripudio universale di boccoli biondi, trecce nere, ciuffi castani, rotonde pelate - anziché in quella desolata distesa di teste identiche coi capelli rasati a zero che è la più comune e deprimente visione democratica a cui siamo abituati. Insomma, alla donna scappa, in qualche momento di bizzarra follia quotidiana, di mostrare indizi clamorosi dell'idea di uguaglianza che ha chi ha detto di noi che ogni nostro capello è stato contato.

Probabilmente anche il signor Chesterton indugiò in pensieri di questo tipo vedendo dalla finestra di casa sua una bimbetta che giocherellava per strada, e poi mise per iscritto in poche righe un capolavoro di politica internazionale ed economica (per nulla utopico, bensìdistributista): "Io sostengo che dobbiamo immediatamente cominciare tutto da capo, e cominciare dalla parte opposta. Comincio con i capelli della bimba. Che sono in ogni caso una cosa bella. Qualsiasi altra cosa può essere cattiva, ma l’orgoglio di una brava madre per la bellezza della propria figlia è una cosa buona. Questa è una di quelle tenerezze purissime che sono le pietre angolari di ogni epoca e razza. Se ci sono altre cose che si oppongono a ciò, queste altre cose devono sparire. Se i grandi padroni, le leggi e le scienze si oppongono a ciò, i grandi padroni, le leggi e le scienze devono sparire. Con i capelli rossi di una monella dei sobborghi io darei fuoco a tutta la civilizzazione moderna. Lei è la sacra immagine dell'uomo; attorno a lei la fabbrica sociale vacillerà, si spaccherà e crollerà; le colonne della società tremeranno e le volte della storia si sgretoleranno, e non uno dei suoi capelli sarà toccato" (daCosa c'è di sbagliato nel mondo).

http://annalisateggi.blogspot.com/

Da Il Foglio dell'8 Marzo 2012 - Francesco Agnoli su infanticidio e sugli studi del nostro amico prof. Carlo Bellieni

Abortiti da nati.


Le nuove “idee” sull’infanticidio e la scienza di Carlo Bellieni per alleviare il dolore dei feti.

Il Foglio, pag 2, 8 marzo 2012

di Francesco Agnoli

Alcuni giorni orsono due soggetti  italiani, momentaneamente all’estero (quando la fuga dei cervelli  coincide con la fuga del cervello), Alberto Giubilini e Francesca Minerva, hanno proposto, su un giornale scientifico di rilievo, il  Journal of Medical Ethics, un articolo a sostegno dell’infanticidio, intitolato: “Aborto dopo la nascita, perché il bambino dovrebbe vivere?”. Giusto! Perché? Minerva e Giubilini, dall’alto della loro “filosofia” e delle loro prestigiose collaborazioni, Oxford compresa, se lo chiedono. E poi danno senza imbarazzo , risposte chiare, precise: c’è chi può (vivere) e chi non può. E’ il miracolo del relativismo: in nome dell’assenza di ogni Verità, due soggetti che un  signore tedesco, non bello, con i baffi, anni Trenta, avrebbe forse  corteggiato per uno dei suoi progettini di miglioramento della specie comminano pene di morte ai loro simili rei soltanto di esistere. Detto questo, per accennare al fatto che tutto si tiene, vorrei notare che i due soggetti sopra indicati, a cui non posso togliere lo status di “persone” che invece loro negano ai feti e ai neonati (i quali non avrebbero “lo status morale di una reale persona umana”), fanno parte di un comitato di bioetica presieduto da quel Maurizio Mori che è stato il grande consigliere di Beppino Englaro e che viene spesso omaggiato sulla grande stampa italiana. La stessa che sbeffeggia, o meglio ignora, quei poveri retrogradi dei bioeticisti cattolici.

Ma perché farci il sangue amaro con questi attardati fans della rupe Tarpea e del monte Taigeto? Meglio soffermarsi su un vero cervello, nostrano, che continua ad abitare in Italia, ma viene consultato di continuo all’estero, nei paesi più svariati del mondo, dal Giappone all’Arabia Saudita, non per le sue biocretinerie filosofiche senza fondamento, ma per la sua serietà, per i suoi lavori scientifici sui bambini, dentro e fuori l’utero materno. Sto parlando di Carlo Bellieni, noto neonatologo, membro della Pontifica Accademia per la vita, collaboratore di prestigiose riviste scientifiche di tutto il mondo (oltre che di vari quotidiani italiani, dall’Osservatore Romano ad Avvenire). Il lavoro di Bellieni incomincia nel 2000 dall’osservazione di quanto i piccoli feti nati precocemente (anch’essi “non persone”, per Minerva e soci), vanno incontro ad interventi dolorosi e, all’epoca, con scarsa attenzione al loro dolore, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Bellieni inizia così a fare studi su come certe manovre senza l’uso di farmaci possano vincere questo  dolore; e vede come prima cosa che se gli si danno una serie di  stimoli, assieme alla somministrazione di una soluzione di zucchero, il dolore sparisce: chiama tutto ciò “saturazione sensoriale”, espressione  che oggi è entrata nelle linee-guida in diversi Paesi. Togliere il dolore a questi piccoli feti prematuri è il primo passo; il secondo è misurarlo, con l’aiuto di alcune esperte di ingegneria e di fisica, analizzando lo spettro vocale del pianto del feto prematuro e del neonato a termine, per creare delle scale di misurazione (e degli apparecchi appositi).

Lavorando con feti fuori dal pancione, Bellieni comincia a chiedersi: cosa proverebbero se fossero ancora dentro? La risposta diventa possibile iniziando a misurare le risposte che i bambini già nati danno a certi stimoli, e vedendo se differenti risposte sono legate a differenti esperienze prenatali. Bellieni inizia studiando un gruppo di bambini nati dopo che le loro mamme sono state tenute ferme a letto in gravidanza per motivi clinici; poi studia i figli di mamme ballerine, che hanno continuato a praticare danza durante la gestazione: i loro figli richiedono di essere cullati più energicamente degli altri per addormentarsi, segno evidente della continuità tra la vita uterina e quella post uterina. Un ulteriore studio di Bellieni è poi verificare come il feto nel pancione reagisca agli stimoli e soprattutto se si abitua ad essi, come succede ai bambini già nati, che, dopo un brusco stimolo, alla terza o quarta volta che gli si propone, non trasaliscono più. Con l’osservazione ecografica di una ventina di feti di circa 30 settimane di gestazione, nota che dando uno stimolo rumoroso attraverso il pancione, il feto strizza gli occhi e gira la testa dall’altra parte, proprio come un bambino più grande, e proprio come questo smette di farlo dopo un certo numero di stimoli. Di qui e da altri esperimenti nascerà il testo “Sento, dunque sono” (Cantagalli), che raccoglie quello che al mondo si sa sulle sensazioni fetali. Tra i sensi fetali c’è proprio il dolore. C’è nel neonato e c’è già nel feto! Per raccontarlo Bellieni, insieme al professor Giuseppe Buonocore, ha raccolto in un altro testo, in inglese, quanto anche in questo campo i maggiori studiosi mostrano nella loro pratica clinica: “Neonatal pain: pain, suffering and risk of brain damage in the fetus and newborn” (Springer Ed). Ai predicatori dell’infanticidio manca, non solo il cuore, ma anche la scienza…due cose che vanno, spesso, insieme.

martedì 6 marzo 2012

Un aforisma al giorno

«Per una rivoluzione morale servono un più pungente dispiacere e un più pungente piacere: il primo per vedere il mondo come il castello dell’orco da smantellare e il secondo per ricostruirlo dalle macerie come una casa dove tornare la sera».

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia