giovedì 18 novembre 2010

La lettera - testimonianza redatta da due Piccole Sorelle sul martirio dei nostri fratelli cattolici a Baghdad - Diffondetela, cari amici, è un documento di fede straordinaria!

Vogliamo cominciare questa lettera ringraziandovi tutti per tutti i messaggi di comunione e di solidarietà che abbiamo ricevuto. Ci sono molte catastrofi naturali in questo momento nel mondo che fanno molte più vittime che da noi, ma la causa non è l'odio, e questo fa tutta la differenza. La nostra chiesa è abituata ai colpi duri, ma è la prima volta che ne riceve di così violenti e selvaggi e soprattutto è la prima volta che questo accade all'interno della chiesa, di norma fanno esplodere delle bombe nei cortili delle chiese. La chiesa di Nostra Signora dell Perpetuo Soccorso è una delle tre chiese siro-cattoliche di Baghdad; la maggior parte di quelli che la frequentano sono dei cristiani di rito siriaco originari di Mossul o di tre villaggi cristiano-siriaci vicini a Mossul: Qaragosh, di cui sono originari le nostre sorelle Virgin Hanan e Rajah Nour; Bartolla e Bashiqa di cui è originaria Mariam Farah. Grazie a Dio nessuna di loro ha avuto parenti prossimi uccisi o feriti gravemente.

La chiesa è stata presa d'assalto domenica 31 ottobre dopo mezzogiorno, proprio dopo l'omelia di padre Tha'er ch celebrava la messa. Padre Wasim, che è il figlio di una cugina di sorella Lamia, confessava al fondo della chiesa; padre Raphael era nel coro. Gli attaccanti erano persone molto giovani (14-15 anni) non mascherati, armati di mitra e di granate e portavano una cintura esplosiva. Hanno aperto subito il fuoco, uccidendo padre Wasim che cercava di chiudere la porta della chiesa, poi hanno sparato alla cieca, dopo aver ordinato alle persone di gettarsi a terra, di non muoversi e di non gridare. Qualcuno è riuscito a mandare messaggi con il cellulare, ma dopo gli attaccanti sparavano su chiunque vedevano usare il telefonino. Il padre Tha'er che continuava a celebrare è stato ucciso all'altare nei suoi paramenti liturgici, suo fratello e sua madre sono stati uccisi anch'essi. Dopo è stato il massacro, non possiamo raccontare tutto ciò che le persone ci hanno detto, anche i bambini che piangevano sono stati uccisi. Alcune persone si erano rifugiate nella sacrestia e hanno barricato la porta, ma gli attaccanti sono saliti sulla terrazza della chiesa e hanno gettato delle bombe a mano attraverso le finestre della sacrestia che sono in alto.

Tutto ciò fa pensare che si trattasse di un attacco ben preparato, e che hanno avuto dell'aiuto dall'esterno; come hanno potuto forzare lo sbarramento della polizia (nella strada che va alla chiesa) e conoscere la via per arrivare alla terrazza, ecc.? Hanno mitragliato anche gli apparecchi dell'aria condizionate in modo che il gas, uscendo, asfissiasse quelli che erano vicini. Hanno mitragliato la croce, ridendo e dicendo alle persone: "Ditegli di salvarvi". Poi hanno lanciato l'appello alla preghiera: "Allau akbar, la ilah illa allahu…", e alla fine, quando l'esercito era sul punto di entrare si sono fatti esplodere. L'esercito e gli aiuti ci hanno messo circa due ore ad arrivare, così come gli americani che sorvolavano in elicottero, ma l'esercito non è addestrato a gestire queste situazioni, e non sapevano bene che cosa fare. Perché ci hanno messo tanto tempo ad arrivare? Tutto è finito verso le 10h30 – 11h di sera, è durato molto e pensiamo che molte persone siano morte in seguito alla perdita di sangue e alle ferite. Dopo i feriti sono stati condotti nei diversi ospedali e i morti in obitorio.

Le persone hanno cominciato ad arrivare per sapere che cosa era successo e avere notizie dei parenti, ma l'accesso alla chiesa era proibito e le persone hanno cominciato a peregrinare di ospedale in ospedale alla ricerca dei loro cari. Abbiamo visto persone che hanno cercato qualcuno fino alle 4h del mattino per scoprirlo infine all'obitorio. All'indomani ci sono state le esequie nella chiesa caldea vicina, la chiesa era piena, era impressionante, c'erano quindici bare allineate nel coro, le altre vittime sono state sepolte nei loro villaggi o separatamente, secondo i casi. C'erano rappresentanti di tutte le comunità cristiane come del governo, il nostro patriarca ha parlato così come il portavoce del governo e un religioso, capo di un partito islamico, Moammar el Hakim. La preghiera ha avuto luogo con grande dignità e senza manifestazioni rumorose. Padre Saad, responsabile di questa chiesa ha aiutato le persone a pregare man mano che arrivavano, prima che cominciasse la cerimonia. I due giovani sacerdoti sono stati sepolti nella loro chiesa devastata. C'è un cimitero sotto la chiesa, e prima di seppellirli hanno fatto passare le bare nella chiesa in modo che potessimo dire loro addio.

All'inizio non sapevamo niente delle vittime, non conoscevamo nessuno direttamente, salvo padre Raphael, un sacerdote molto anziano; siamo andate all'ospedale per visitarlo e visitare i feriti che erano là. Erano le famiglie che ci accompagnavano di stanza in stanza, così come la gente dell'ospedale ci indicava i feriti. Per caso erano tutte donne o ragazze, ferite da proiettili, non era come un'esplosione in cui può accadere di perdere un braccio o una gamba. Siamo rimaste al loro fianco senza parlare molto, erano loro che parlavano o le loro famiglie, ciascuno riviveva la sua storia e la raccontava. Dal momento che l'attacco ha avuto luogo di domenica alla messa, membri di una stessa famiglia sono stati feriti o uccisi, alcuni proteggendo i loro bambini. Siamo stati colpiti dalla loro calma e dalla loro fede quando raccontavano, sentivamo che erano persone venute da un altro mondo e che in quel momento là nulla contava più se non l'incontro vicino con il Signore non pensavano più a nulla e pregavano solo, e questo è durato cinque ore.

Il venerdì dopo pranzo i giovani di molte parrocchie sono venuti ad aiutare a spazzare i detriti e a pulire un po', e la domenica seguente, 7 novembre, tutti i preti siriaci e caldei di Baghdad che erano liberi hanno celebrato la messa nella chiesa vuota e devastata su un altare di fortuna; c'erano poche persone perché questa messa non era stata annunciata. Non ci siamo andate perché non l'abbiamo saputo. Era molto commovente. C'è stato un soprassalto di fede e di determinazione soprattutto nei preti che restano a Baghdad che dicono: vogliono cacciarci e sterminarci ma noi siamo qui e ci resteremo, dopo 14 secoli non potrete finirla con noi. La storia dei cristiani d'Iraq è una lunga storia di persecuzione, di martiri, di cristiani cacciati e mandati via. Pensiamo alla frase del salmo 69: "Più numerosi dei capello della testa coloro che mi odiano senza causa" e noi pensiamo soprattutto a Gesù, odiato senza ragione, mentre passava e faceva del bene. Terminiamo questa lettera con il grido di un bambino di tre anni che ha visto uccidere suo padre e che gridava "basta, basta" prima di essere ucciso anche lui. Sì, veramente con il nostro popolo gridiamo anche noi: basta.

Le vostre piccole sorelle di Baghdad, Alice e Martina.

Fonte: AsiaNews

Foto dei funerali dei Santi Martiri di Baghdad:
I parenti degli uccisi al funerale

L'interno della Chiesa in cui si è perpetrata la carneficina dei 55 cristiani: una donna accende candele votive:

Un diacono incensa i nomi dei martiri e le candele in loro onore poste sul pavimento della Chiesa di Nostra Signora del Soccorso:

Dal sito Cantuale Antonianum - grazie della segnalazione del maestro Andrea Carradori.

Intervista a padre Bernardo Cervellera

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2010/11/18/ASIA-BIBI-Cervellera-legge-sulla-blasfemia-arma-dei-talebani-contro-i-cristiani/127680/


Firme da tutto il mondo per salvare Asia Bibi


In due giorni oltre 1300 persone hanno aderito alla campagna di AsiaNews per salvare la vita alla donna pakistana condannata a morte per una falsa accusa di blasfemia. Centinaia i messaggi provenienti da Spagna e America Latina, ma anche da Vietnam, Cina e Malaysia. In Pakistan centinaia di donne hanno manifestato ieri per Asia Bibi e per abolire la legge sulla blasfemia. 

Lahore (AsiaNews) – "Asia Bibi è innocente. Salvarla non deve essere un atto politico, ma un obbligo morale verso tutti i cristiani perseguitati"; "la legge sulla blasfemia distrugge la convivenza e lo sviluppo del Pakistan". È quanto affermano alcuni dei lettori che in questi giorni hanno aderito  alla campagna lanciata da AsiaNews lo scorso 15 novembre in favore di Asia Bibi (nella foto durante il processo) la donna cristiana condannata a morte in Punjab per una falsa accusa di blasfemia.

A tutt'oggi in 1500 hanno firmato l'appello, rilanciato in Malaysia dal quotidiano cattolico Herald e diffuso da privati e agenzie di stampa in tutto il mondo. Centinaia i messaggi provenienti da Spagna e America Latina, ma anche da Vietnam e Cina.    

In Pakistan, nonostante gli evidenti rischi, diverse organizzazioni tra cui Giustizia e Pace hanno organizzato manifestazioni e iniziative per chiedere la liberazione della donna. Ieri a Nankana (Punjab) centinaia di donne, cristiane e musulmane hanno manifestato davanti agli uffici governativi chiedendo il suo rilascio immediato.

Saman Wazdani, musulmana e attivista per i diritti umani, ha dichiarato: "Le donne del Pakistan si stanno muovendo. Il Caso di 'Asia Bibi ha fatto pressione sulle nostre coscienze per chiedere l'abrogazione della legge sulla blasfemia". La donna sottolinea che il problema riguarda per tutto il sistema di giustizia pakistano. "I giudici – afferma - sono abbandonati a se stessi, sottostanno a vecchie strutture che non sono trasparenti e spesso interpretano la legge in modo errato. Il Paese ha urgente bisogno di una riforma giudiziaria".

La Conferenza degli Ulema del Pakistan (Conference of the Jamiat Ulema Pakistan – Jup), che rappresenta circa il 30% dei partiti religiosi, ha affermato la sua totale opposizione alla cancellazione della legge sulla blasfemia. Gli ulema considerano la legge "intoccabile" e  minacciano proteste anche violente in caso di eventuali modifiche o correzioni.   

Su Il Foglio di oggi Gnocchi e Palmaro

Sul numero di oggi 18 Novembre 2010 de Il Foglio Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, due nostri amici chestertoniani, parlano di mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro.

Leggere.

Da Avvenire - La trasmissione proprio per nulla faziosa di Fazio & Saviano dell'altra sera


PROMEMORIA SULL'EUTANASIA

«Vieni via con me» trasmissione senza contraddittorio? Ecco i «cataloghi» di chi su vita, malattia e disabilità la pensa in modo diverso. E infatti non viene invitato in tv.
LA TV TRIBUNIZIA
2) Una lenta scia di tenace tristezza di Mirella Poggialini 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.


Gli amici di Rubbettino Editore ci segnalano quest'iniziativa.

Noi vi segnaliamo in particolare la conferenza che verrà tenuta dal nostro caro amico e socio Maurizio Serio!

La Cucina dell'Osteria Volante a Monza!


Partecipate!

Ci sono Paolo Gulisano (nostro vicepresidente e prefatore del volume assieme al nostro presidente) e l'autrice Luisa Vassallo, oltre al grande Walter Muto (quest'estate ha fatto una fantastica performance al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli 2010 assieme a Carlo Pastori e a Paolo Gulisano).


TRA SCIENZA E FEDE NON C'E' INCOMPATIBILITA': LO SCIENZIATO SCOPRE NELLE LEGGI DELLA NATURA, L'IMPRONTA DEL CREATORE



A proposito di un recente discorso del Papa

di Giacomo Samek Lodovici

Tra scienza e fede c’è incompatibilità? La scienza conduce all’ateismo? Non sono pochi coloro che lo pensano, e su questa posizione sembra, per esempio, arrivato il noto astrofisico Stephen Hawking, in un libro – a cui recentemente i giornali hanno dato molto spazio – che afferma che non c’è posto per Dio nella creazione dell'Universo, perché la forza di gravità sarebbe la causa di un’autoposizione del mondo dal nulla.
Di tutt’altro tenore le parole rivolte recentemente da Benedetto XVI alla Pontificia Accademia delle Scienze. Infatti, per il Papa, l’esperienza dello scienziato che investiga la natura è «quella di percepire una costante, una legge, un logos [cioè una razionalità nella natura] che egli non ha creato, ma che ha invece osservato» e questa constatazione può portare a svolgere un ragionamento (filosofico o prefilosofico) che arriva ad affermare l’esistenza di Dio, cioè «porta ad ammettere l’esistenza di una Ragione onnipotente, che è altra da quella dell’uomo e che sostiene il mondo». 
È un argomento su cui l’attuale pontefice ha insistito varie volte, fin da quando era professore universitario, per esempio in quel capolavoro che è la sua Introduzione al cristianesimo (1968), e poi da Papa, per esempio nel discorso di Ratisbona (2006). Con questo discorso, egli si ricollega ad una grande tradizione filosofica, quella che ha elaborato una prova filosofica dell’esistenza di Dio a partire dall’ordine e dal finalismo del mondo (le catastrofi sono un fenomeno parassitario dell’ordine, una sua perturbazione, ma non lo negano). Le basi di questo discorso si trovano già nel VI secolo avanti Cristo nelle speculazioni dei pitagorici, in quanto già questa scuola rilevava che il mondo è kosmos, cioè è un’entità in cui c’è ordine: «la struttura matematica dell’essere – scriveva Joseph Ratzinger nella citata Introduzione riconnettendosi a questi pensatori – porta a concepirlo come un pensato, come strutturato in maniera logico ideale», tanto è vero che «nemmeno la materia è semplicemente un non-senso che si sottrae alla comprensione, ma anch’essa reca in sé verità e comprensibilità che ne rendono possibile la comprensione intellettiva». In altri termini, la natura manifesta delle leggi e queste (compresa la legge di gravità su cui fa leva Hawking) reclamano un Legislatore come condizione di possibilità, perché, per vari motivi, il caso non le può spiegare. La natura manifesta una razionalità che rinvia ad una Ragione creatrice, cioè ad un Logos che la crea comprensibile alla nostra ragione e perciò la ragione scientifica può cimentarsi ad indagarla. Così, chi riflette a fondo sulla materia può comprendere che «essa è un pensato, un pensiero oggettivato. Non può quindi essere la realtà ultima. Prima di essa sta il pensiero», precisamente il Pensiero. E Dio, che è diverso dal mondo, nello stesso tempo si esprime in esso come un pittore si esprime nel quadro, perciò il mondo rimanda a Dio: dunque la ragione che investiga il creato può risalire al Creatore. È anche per questo motivo che la maggior parte degli scienziati di tutti i tempi è composta da credenti (assai spesso cristiani), tra cui molti ecclesiastici. Per limitarci solo a pochi nomi, basti citare Galileo, Newton, Galvani, Volta, Heisenberg, Einstein, Maxwell, Fermi, Eccles e Carrel, e gli ecclesiastici Mendel, Stenone, Spallanzani, Mercalli e Florenskij. Almeno riguardo a loro aveva ragione un grande scienziato come Pasteur che diceva che «poca scienza allontana da Dio, molta scienza riconduce a  Lui».
Giacomo Samek Lodovici
da Avvenire, 11 novembre 2010

LE TERRE ISLAMICHE GRONDANO DI SANGUE CRISTIANO, MA IL MONDO SE NE FREGA



Obama va in Indonesia a esaltare questo Paese come esempio di Islam buono: figuriamoci com’è quello cattivo
di Antonio Socci
Le terre islamiche grondano di sangue cristiano. Ma il mondo se ne frega. Altri sei cristiani ammazzati in Iraq, con 33 feriti, dopo la carneficina del 31 ottobre nella chiesa di Bagdad, dove le vittime sono state cinquanta.
Ma non solo. Domenica sera in Pakistan una madre di due figli, Asia Bibi, operaia agricola di 37 anni, è stata condannata a morte da un tribunale del Punjab, semplicemente perché cristiana: la famigerata “legge sulla blasfemia” infatti in quel Paese manda a morte chiunque sia accusato da musulmani di aver offeso Maometto.  
Secondo l’agenzia Asianews, tutto risale a “una discussione molto animata avvenuta nel giugno 2009 a Ittanwali. Alcune delle donne che lavoravano con Asia Bibi cercavano di convincerla a rinunciare al cristianesimo e a convertirsi all’islam. 
Durante la discussione, Bibi ha risposto parlando di come Gesù sia morto sulla croce per i peccati dell’umanità, e ha chiesto alle altre donne che cosa avesse fatto Maometto per loro. 
Le musulmane si sono offese, e dopo aver picchiato Bibi l’hanno chiusa in una stanza. Secondo quanto raccolto da ‘Release International’ una piccola folla si è radunata e ha cominciato a insultare lei e i bambini. 
L’organizzazione caritativa, che sostiene i cristiani perseguitati, ha detto che su pressione dei leader musulmani locali è stata sporta denuncia per blasfemia contro la donna”. 
La condanna a morte per “blasfemia” era purtroppo già stata comminata a dei cristiani maschi. Per una donna invece è la prima volta.
Tuttavia nessuno si solleverà per salvare una donna cristiana. I cristiani sono carne da macello. Come ai tempi di san Paolo sono “la spazzatura del mondo”.
Il mondo intero si è indignato e si è sollevato per salvare Sakineh, la donna condannata a morte in Iran per presunta complicità nell’omicidio del marito e per adulterio.
Bernard Henri Lévy ha (meritoriamente) scatenato la protesta dell’intero Occidente: si sono uniti a lui giornali, tv, governi, ministri, Unione europea, sindaci, intellettuali, montagne di premi Nobel, di Saviani e di Carlebruni. Perfino noi. E poi migliaia di firme, di foto esposte.
Bene. Niente di simile sarà fatto per la povera Bibi, che ha la sola colpa di essere cristiana. Il mondo non fa una piega quando si tratta di cristiani.
Anche altre recenti notizie di stupri e uccisioni di ragazze cristiane in Pakistan sono scivolate allegramente via dai mass media occidentali. Senza drammi.
Ma l’esempio supremo dell’indifferenza dell’Occidente per i massacri dei cristiani lo ha dato ieri il presidente americano Obama.
L’ineffabile Obama ha appena visitato l’Indonesia dove aveva vissuto qualche anno da bambino. E se n’è uscito con queste mirabolanti dichiarazioni riportate dai media del mondo intero: “L’Indonesia è un modello”.
Ecco qualche perla di Obama: “Una figura paterna mi insegnò qui da bambino che l’Islam è tolleranza, non l’ho dimenticato”. Poi il presidente americano “esalta l’Indonesia ‘laica, pluralista, tollerante, la più grande democrazia in una nazione a maggioranza islamica’ ”. Ed ecco un’altra perla: “Lo spirito della tolleranza, sancito nella vostra Costituzione, è uno dei caratteri fondanti e affascinanti di questa nazione”.
Ma davvero? L’Indonesia, con i suoi 212 milioni di abitanti, è il paese musulmano più popoloso del mondo ed è una potenza economica. Il 75 per cento della popolazione è musulmano, i cristiani sono il 13,1 per cento, cioè 27 milioni e 800 mila persone.
E’ vero che la Costituzione, sulla carta, riconosce il pluralismo religioso e una buona percentuale di musulmani effettivamente è favorevole a una convivenza pacifica con i cristiani.
Ma concretamente cosa è accaduto? Sia sotto il regime di Suharto che sotto il successivo i cristiani hanno subito massacri e persecuzioni inenarrabili.
A Timor Est – un’isola abitata da cristiani – il regime indonesiano, che la occupò contro la deliberazione dell’Onu, ha perpetrato un vero e proprio genocidio.
Secondo monsignor Carlos Belo, premio Nobel per la pace, sono state 200 mila le vittime e 250 mila i profughi su una popolazione totale di 800 mila abitanti.
Dal 1995 al 2000 sono state distrutte 150 chiese. I massacri sono continuati anche dopo che la comunità internazionale, nel 1999, ha imposto l’indipendenza di Timor Est.
In quello stesso anno stragi di cristiani sono stati perpetrate anche in un’altra zona cristiana dell’Indonesia: l’arcipelago delle Molucche.
In tre anni di scontri si sono avute circa 13.500 vittime e 500 mila profughi. Più di 6 mila cristiani delle Molucche sono stati costretti a convertirsi all’Islam (con il solito corredo di stupri e infibulazioni forzate). Altri 93 cristiani dell’isola di Keswi sono morti perché si rifiutavano di convertirsi.
Le cronache parlano di episodi orrendi come quello in cui sei bambini cristiani sono stati uccisi ad Ambon, in un campo di catechismo: “inseguiti, sventrati, evirati e decapitati dagli islamisti che fendevano le bibbie con la spada”.
In altri casi gli attacchi degli islamisti avevano “l’ausilio di truppe militari regolari… come nell’isola di Haruku il 23 gennaio 2000, quando sono rimasti uccisi 18 cristiani” (dal Rapporto 2001 sulla libertà religiosa nel mondo).
A Natale del 2000 i fondamentalisti hanno fatto una serie di attentati colpendo la cattedrale di Giakarta e altre dieci città, con 17 morti e circa 100 feriti.
Nel 2001 l’agenzia Fides dava notizia di nuovi attacchi di guerriglieri islamici contro i cristiani nell’isola di Sulawesi e anche a Makassar con scene di caccia all’uomo. Poi altre chiese bruciate e molte vittime.
Un gruppo di cristiani indonesiani firmarono un appello drammatico: “Preghiamo per i cristiani di Indonesia. Preghiamo per la loro fede durante gli attacchi e per quanti subiscono la tentazione di nascondere la loro identità di fedeli a Cristo. Preghiamo per il mondo perché prenda provvedimenti contro la persecuzione, dovunque essa si verifichi”.
Invece il mondo se ne frega delle stragi di cristiani e Obama va in Indonesia a esaltare questo Paese come esempio di Islam buono. Figuriamoci com’è quello cattivo.
Nel paese indicato da Obama come modello di tolleranza, il 19 ottobre 2005, tre studentesse cristiane, Yusriani di 15 anni, Theresia di 16 anni e Alvita di 19 anni, furono assalite mentre si recavano a scuola (in un liceo cattolico di Poso) da un gruppo di fondamentalisti islamici.
I fanatici le immobilizzarono e poi, con un machete, le sgozzarono. Quindi tagliarono loro la testa a causa della loro fede in Gesù. La testa di una di loro è stata poi lasciata davanti alla chiesa cristiana di Kasiguncu.
Più di recente si è avuto il triste episodio della condanna a morte di tre contadini cattolici, Fabianus Tibo, Domingus da Silva e Marinus Riwu, colpevoli di essersi difesi nel 2000 dagli attacchi degli islamisti a Poso.
Monsignor Joseph Suwatan, vescovo di Manado, andò a confortarli in prigione a Palu in veste di “inviato speciale del Vaticano”, perché – spiegò – Benedetto XVI vuole condividere il dolore ed esprimere la sua solidarietà per l’ingiustizia legale subita dai tre cattolici durante il loro processo.
Un’ultima notizia dal “paese modello” di Obama. Nel settembre 2009 il parlamento di Aceh ha approvato all’unanimità l’introduzione della legge islamica. Ecco il titolo del Corriere della sera del 15 settembre: “Sharia in Indonesia, lapidazione per gli adulteri”.
Con buona pace delle Sakineh che ne faranno le spese. Di cui in realtà non frega niente a nessuno in Occidente. In particolare però non frega niente della tragedia dei cristiani, veri agnelli sacrificali.
Non frega niente all’Onu, alla Ue, ai premi Nobel, ai giornali progressisti, alle carlebruni e ai saviani (che non hanno lanciato appelli né fatto monologhi televisivi su questo genocidio censurato). E tanto meno frega a Obama.
Antonio Socci
da Libero, 11 novembre 2010

mercoledì 17 novembre 2010

Chesterton su Il Foglio...

Su Il Foglio di oggi e su un altro numero di qualche giorno fa c'erano articoli su Chesterton, segnalatici da soci ed amici che ringraziamo.

Sono a firma di Edoardo Rialti.

Se qualcuno riesce a reperirli, li mettiamo a disposizione di tutti.

Grazie!

Cresce la tensione fra musulmani e copti. Case bruciate, battaglia per una chiesa

EGITTO

Musulmani hanno dato fuoco a dieci case e un negozio nel sud dell’Egitto. A Talbya, vicino alla zona delle Piramidi, centinaia di cristiani copti presidiano il terreno dove sta sorgendo una chiesa la cui costruzione è osteggiata dai fondamentalisti. 


Cairo (AsiaNews/Agenzie) – Una storia d’amore fra un ragazzo cristiano e una ragazza musulmana ha scatenato la violenza in un piccolo centro 465 km a sud del Cairo, Le forze di sicurezza sono intervenute per prendere il controllo della situazione, e impedire che le violenze dilagassero nei centri vicini. Numerose persone sono state arrestate. Gli attacchi sono stati lanciati dopo che un ragazzo copto e una ragazza musulmana sono stati visti insieme di notte nel cimitero del villaggio. Entrambi sono adesso sotto custodia della polizia. Dopo l’intervento delle forze dell’ordine, e dopo che i leader religiosi locali hanno fatto appello ai fedeli delle due comunità, è tornata la pace. Scontri fra cristiani e musulmani non sono infrequenti nell’Egitto meridionale; spesso per questioni di terre, o a causa della costruzione di chiese. Negli ultimi mesi però gli scontri hanno cominciato a diffondersi anche nella capitale.
L’esempio più recente è di questi giorni. Migliaia di copti stanno presidiando dall’11 novembre il sito della chiesa di Santa Maria a Talbiya, nell’area delle Piramidi, per protestare contro l’irruzione fatta da dozzine di agenti per fermare i lavori di costruzione e demolire una scala e alcune toilettes costruite all’interno della chiesa, nonostante i permessi necessari dati ai responsabili. Quando si è saputo dell’arrivo degli agenti, centinaia di copti si sono radunati sul luogo, per evitare che le forze dell’ordine lo sigillassero. Hanno detto che non rinunceranno alla loro chiesa, e nessuno impedirà loro di pregare là. “Anche se il presidente Mubarak in persona viene qui, la costruzione continuerà ad andare avanti. Stanno solo cercando dei pretesti per infilarsi dentro e incominciare a demolire la chiesa” ha detto uno dei leader, Mansour el-Sharkawy.
Più di un milione di copti vivono nell’area di Talbiya, senza neanche una chiesa, e devono percorre parecchi km ogni domenica per assistere al servizio religioso. L’area è piena di moschee senza permesso, dicono i copti, ma quando si tratta di cristiani, ci vogliono anni per ottenere i permessi necessari, e poi le autorità trovano qualche scusa per bloccare tutto. “Nel momento in cui hanno visto la cupola della chiesa, i musulmani sono diventati matti” ha detto uno dei responsabili cristiani. E quando hanno saputo della costruzione della chiesa, hanno cominciato a gettare immondizie. Un forum jihadista “Atahadi” (Sfida) di cui si dice che abbia collegamento con Al Qaeda, ha pubblicato sul suo sito una notizia, intitolata: “Immagini della chiesa in costruzione alle Piramidi, e come demolirla”. E diceva: “Un modo facile ed efficace non necessita di armi o esplosivo: basta versare dello zucchero negli stampi delle colonne, perché lo zucchero reagisce chimicamente con cemento e sabbia”.

Cristiano afghano in tribunale per la sua fede: il processo il 21 novembre



Said Musa è stato arrestato il 31 maggio scorso, e ancora non si conoscono le accuse di cui dovrà rispondere al giudice, senza assistenza legale. Si teme che il suo caso venga usato come un esempio per dimostrare che la Sha’ria è ancora in vigore in Afghanistan. 

Kabul (AsiaNews/Agenzie) – Un cittadino afghano, che è in prigione sin dal maggio scorso per la sua fede, sarà giudicato domenica prossima, 21 novembre ma non potrà godere dell’assistenza legale. Fonti locali dicono che non si conosce nemmeno quale sia l’accusa per cui si troverà di fronte al giudice. Le autorità hanno arrestato Said Musa, un uomo di 45 anni, il 31 maggio scorso, qualche giorno dopo che televisione locale “Noorin” aveva trasmesso immagini di cristiani in preghiera dopo essere stati battezzati. In quel periodo ci sono stati altri arresti di cristiani, in quella che le fonti locali descrivono come una caccia all’uomo che ha fatto seguito alla trasmissione televisiva. Ma Said Musa sembra l’unico cristiano che si trovi a fronteggiare un processo.
Passare dall’islam a un’altra religione è un delitto passibile di pena capitale secondo la legge islamica ancora in vigore in Afghanistan, nonostante che nel 2001 la guida del Paese sia stata tolta ai fondamentalisti Talebani. In giugno le autorità obbligarono Musa ad abiurare pubblicamente la sua fede cristiana in televisione, ma hanno continuato a tenerlo in prigione, senza rivelare quali accuse ci fossero contro di lui. Fonti locali affermano che durante la detenzione Musa ha detto apertamente di essere un seguace di Gesù.
Il mese scorso Musa è riuscito a far giungere una sua lettere indirizzata alle Chiese in tutto il mondo, al presidente Barack Obama e ai capi delle forze Nato in Afghanistan. Nel messaggio diceva di essere stato “maltrattato fisicamente e verbalmente” dagli agenti e dagli altri detenuti nella prigione di Ouliat. Inoltre parlava della mancanza di giustizia nei suoi confronti, e di come i suoi accusatori oltre a inviare al giudice un rapporto falso su di lui avevano cercato di estorcergli del denaro. I cristiani locali, e gli osservatori dei diritti umani e religiosi temono che Musa possa essere utilizzato come un esempio: dimostrare che non sono gli accordi internazionali in vigore in Afghanistan, ma la Sha’ria.

Arcivescovo di Mossul: cambia la strategia di attacco contro i cristiani

IRAQ

Le Nazioni Unite devono “fare pressioni sul governo iracheno”, perché indaghi su attentati e omicidi “fino in fondo”, dice mons. Basile George Casmoussa, arcivescovo siro-cattolico di Mossul. Con l’assassinio di due cristiani, avvenuto nelle loro case, stiamo assistendo a un aggravarsi degli attacchi contro la minoranza cristiana in Iraq. Le famiglie stanno abbandonando il Paese.


Mossul (AsiaNews) – Dopo l’attentato alla chiesa di Baghdad costato la vita di 55 persone, e la dichiarazione di Al Qaeda secondo cui i cristiani sono “obiettivi legittimi”, non si fermano le violenze contro la minoranza cristiana in Iraq. Lo scorso 15 novembre, a Mossul, altri due uomini sono stati uccisi nelle loro case. Secondo le dichiarazioni della polizia, alcuni sconosciuti hanno fatto irruzione nelle abitazioni e li hanno freddati con armi automatiche prime di fuggire. Le vittime si chiamavano Nabil Ghanem e Nashwan Khoder, entrambi 36 anni. Il primo, siro-cattolico, era dipendente delle unità provinciali delle organizzazioni di lotta contro la corruzione; il secondo, un falegname d’origine armena.
Quest’ultimo attacco – una vera e propria esecuzione – sembra essere indice di una diversa modalità negli attacchi contro i cristiani, e un cambiamento di strategia. Ne è convinto mons. Basile George Casmoussa, arcivescovo siro-cattolico di Mossul, intervistato da AsiaNews sulla drammatica situazione in cui versa la comunità cristiana in Iraq:
Secondo lei, stiamo assistendo a una crescita degli attacchi contro la minoranza cristiana in Iraq?
Sì. È un’inedita, pericolosa crescita: la novità è che i terroristi ora attaccano direttamente nelle case. C’è un cambio di strategia.
Sapete se questi ultimi attacchi – compreso quello del 31 ottobre scorso contro la chiesa di Baghdad, rivendicato da Al Qaeda – stanno spingendo la comunità cristiana a fuggire dall’Iraq? E in quel caso, dove?
Molte famiglie cristiane lasciano o vorrebbero lasciare le grandi città, Baghdad e Mossul in particolare. Il primo passo è stato quello di lasciare le loro case. Ma alcuni di loro cercheranno di andare all’estero.
Vuole lanciare un appello attraverso AsiaNews per i cristiani in Iraq?
Chiediamo alle Nazioni Unite di discutere seriamente il problema dei cristiani iracheni. Di mandare una vera commissione d’inchiesta. Di fare pressioni sul governo iracheno, affinché garantisca un’attenzione e una sicurezza più alte alle chiese e ai villaggi cristiani. E di perseguire gli omicidi, fino in fondo.

Papa: “sia restituita piena libertà ad Asia Bibi”

VATICANO


Appello di Benedetto XVI per la giovane che vive in un Paese nel quale i cristiani sono “spesso vittime di violenza o discriminazione”. Rispetto per la dignità umana. Nel discorso per l’udienza, il Papa ha illustrato la figura di santa Giuliana di Liegi. Nella Chiesa c’è una “nuova primavera eucaristica”. 

Città del Vaticano (AsiaNews) - Sia restituita la “piena libertà” ad Asia Bibi. E’ l’appello lanciato oggi da Benedetto XVI che, al termine dell’udienza generale ha detto che “la comunità internazionale segue con grande preoccupazione la dfficile situazione dei cristiani in Pakistan, spesso vittime di violenza o discriminazione”. Il Papa ha quindi espresso “vicinanza spirituale” ad Asia Bibi e ai suoi familiari e chiesto la liberazione della donna. “Prego - ha concluso - per quanti sono in situazioni analoghe e perchè la loro dignità umana e i loro diritti fondamentali siano pienamente rispettati”.
 
Prima dell’appello, nel discorso rivolto alle 40mila persone presenti in piazza san Pietro, Benedetto XVI ha detto che la Chiesa sta vivendo una “primavera eucaristica”, con tante persone, anche giovani che “sostano silenziosi davanti al tabernacolo per intrattenersi con Gesù”. E’ il “meraviglioso sviluppo” del culto eucaristico del quale la Chiesa è particolarmente debitrice a Santa Giuliana di Cornillon o di Liegi, la suora vissuta tra il 1191e il 1258 ala quale Benedetto XVI ha dedicato la sua riflesson per l’udienza generale.
 
Il Papa, continuando a illustrare le grandi figure femminili della Chiesa medioevale ha ricordato che Giuliana nacque in un ambiente, quello di Liegi, che era “un vero cenacolo eucaristico, insigni teologi vi avevano illustrato il valore supremo del Sacramento dell’Eucaristia e c’erano gruppi femminili generosamente dediti al culto eucaristico e alla comunione fervente”.
 
Rimasta orfana a 5 anni, Giuliana, con la sorella Agnese, fu affidata alle suore agostiniane, tra le quali entrà a 18 anni. Era una donna di “notevole cultura, al punto che cita le opere dei Padri in latino, in particolare Agostino e Bernardo”. Aveva “vivace intelligenza” e “propensione per la contemplazione”. A 16 anni ebbe la sua prima visione che si ripetè più volte. La visione rappresentava “la luna nel suo pieno splendore con una striscia scura diametralmente. Il Signore le fece comprendere che la Luna era la vita della Chiesa sulla terra e la linea scura rappresentava l’assenza di una festa liturgica” nella quale “i credenti avrebbero potuto adorare l’Eucaristia per aumentare la fede, avanzare nella pratica delle virtù e riparare le offese al Santissimo Sacramento”.  
Divenne lo scopo della sua vita. Insieme ad altre due donne, “la beata Eva, che conduceva una vita eremitica, e Isabella, che l’aveva raggiunta nel monastero di Mont-Cornillon”, crearono una specie di “alleanza spirituale”. Vollero anche interpellare “teologi ed ecclesiastici su quanto stava loro a cuore. Le risposte furono positive e incoraggianti”. Questo “si ripete frequentemente nella vita dei santi: per avere la conferma che un’ispirazione viene da Dio, occorre sempre immergersi nella preghiera, saper attendere con pazienza, cercare l’amicizia e il confronto con altre anime buone, e sottomettere tutto al giudizio dei pastori della Chiesa”. E fu proprio il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte, che accolse la proposta di Giuliana e delle sue compagne, e istituì, per la prima volta, la solennità del Corpus Domini nella sua diocesi. Più tardi, altri Vescovi lo imitarono.
  ”Ai santi, tuttavia, il Signore chiede spesso di superare delle prove, perché la loro fede venga incrementata. Accadde anche a Giuliana, che dovette subire la dura opposizione di alcuni membri del clero e dello stesso superiore da cui dipendeva il suo monastero”. Giuliana, allora, “di sua volontà” lasciò il convento e per dieci anni, dal 1248 al 1258, fu ospite di vari monasteri di suore cistercensi. Si spense nel 1258 a Fosses-La-Ville, in Belgio. “Nella cella dove giaceva fu esposto il Santissimo Sacramento e, secondo le parole del biografo, Giuliana morì contemplando con un ultimo slancio d’amore Gesù Eucaristia, che aveva sempre amato, onorato e adorato”.   Alla “buona causa della festa del Corpus Domini” aderì anche Giacomo Pantaléon di Troyes, che aveva conosciuto la Santa durante il suo ministero di arcidiacono a Liegi e che, divenuto papa Urbano IV, nel 1264, volle istituire la solennità del Corpus Domini come festa di precetto per la Chiesa universale. Fu ancora lui che volle dare l’esempio, celebrando la solennità del Corpus Domini a Orvieto, città in cui allora dimorava e che volle conservato nel duomo della città, ove è ancora, “il celebre corporale con le tracce del miracolo eucaristico avvenuto l’anno prima, nel 1263, a Bolsena. Un sacerdote, mentre consacrava il pane e il vino, era stato preso da forti dubbi sulla presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel sacramento dell’Eucaristia. Miracolosamente alcune gocce di sangue cominciarono a sgorgare dall’ostia consacrata, confermando in quel modo ciò che la nostra fede professa”.
 
Urbano IV chiese anche a uno dei più grandi teologi della storia, san Tommaso d’Aquino di comporre i testi dell’ufficio liturgico di questa grande festa. “Essi, ancor oggi in uso nella Chiesa, sono dei capolavori, in cui si fondono teologia e poesia. Sono testi che fanno vibrare le corde del cuore per esprimere lode e gratitudine al Santissimo Sacramento, mentre l’intelligenza, addentrandosi con stupore nel mistero, riconosce nell’Eucaristia la presenza viva e vera di Gesù, del suo Sacrificio di amore che ci riconcilia con il Padre, e ci dona la salvezza”.  
Ricordando santa Giuliana di Cornillon, ha concluso il Papa, “rinnoviamo anche noi la fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia”. “Gesù Cristo è presente nell'Eucaristia in modo unico e incomparabile. È presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo corpo e il suo sangue, con la sua anima e la sua divinità. In essa è quindi presente in modo sacramentale, e cioè sotto le specie eucaristiche del pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo” . 

Oggi su Avvenire una pagina di antidoto contro la bruttissima trasmissione di Fazio e Saviano

Sul numero di oggi 17 novembre 2010 di Avvenire c'è una pagina intera sull'ultima puntata di Vieni via con te, la trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano andata in onda su Rai 3 sull'eutanasia.

Siamo alle solite, la Chiesa è sempre la causa di tutti i mali secondo quei signori e i loro notissimi e non prevenuti ospiti.

martedì 16 novembre 2010

La Società Chestertoniana Italiana aderisce alla campagna a favore di Asia Bibi ed invita tutti i lettori del blog a farlo - Leggere attentamente sotto ed agire.



nella foto sopra, Asia Bibi, la donna per la quale ci stiamo mobilitando

In questi giorni, dopo la sentenza contro Asia Bibi, molte organizzazioni non governative in Pakistan stanno raccogliendo firme per lo stesso motivo. In pochi giorni più di 40 mila firme hanno invaso gli uffici governativi chiedendo la liberazione della donna.
 
Aiuto alla Chiesa che Soffre (quella di Padre Lardo, per capirci) ha lanciato anch’essa una raccolta di firme in Francia e in Italia. Altre associazioni hanno varato campagne contro la legge sulla blasfemia in India e negli Stati Uniti.

La campagna che AsiaNews ed il nostro amico Padre Bernardo Cervellera hanno lanciato ieri, sollecitata dai suoi lettori “a fare qualcosa”, ha raccolto in poche ore più di 500 firme da Italia, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, Giappone, India, Gran Bretagna,…
 
Fra i primi a firmare vi sono p. Samir Khalil Samir, il famoso islamologo egiziano di cui questo sito ha spesso ospitato gli scritti; Phil Lawler, editore cattolico statunitense; Kenneth Lewis, presidente dell’International Christian News; Davide Cantagalli, editore. Vi sono anche diversi messaggi da monasteri di clausura, che pregano per Asia Bibi e per il Pakistan.
 
Come già riferito ieri, la campagna chiede di salvare Asia Bibi e il Pakistan, con l’invio di un messaggio e-mail a salviamoasiabibi@asianews.it, o direttamente al presidente pakistano Asif Zardari a questo indirizzo: publicmail@president.gov.pk.
 
Alcuni lettori chiedono che venga loro dato un testo-base da inviare come messaggio al presidente Zardari. Eccolo:
 
 
To Mr Asif Ali Zardari,
The President of Pakistan
 
November 15, 2010
 
Mr. President,
Asia Bibi’s death sentence is not just a sentence, it is a State crime.
Therefore I hope you will not  permit that, not only because of your sense of Justice
but also because it is badly affecting the reputation of your country.
Please intervene as soon as possible to reduce the pains Asia Bibi and her family are suffering.
 
Moreover the constant deliberate persecution of Pakistani Christians through the law on
blasphemy is offending the Almighty God more than any human being.
 
Sincerely
 (firma)
 
Traduzione:
 
Al Sig. Asif Ali Zardari,
Presidente del Pakistan
 
Sig. Presidente,
la condanna a morte per Asia Bibi non è solo una sentenza, essa è un crimine di Stato.
Per questo io spero che lei non la permetterà, non solo per il vostro senso di giustizia, ma anche perché essa mette in cattiva luce la reputazione del suo Paese.
La prego di intervenire quanto prima per ridurre le sofferenze che Asia Bibi e la sua famiglia stanno sopportando.
 
Inoltre, la costante e deliberata persecuzione dei cristiani pakistani attraverso la legge sulla blasfemia, è un’offesa a Dio, oltre che agli uomini.
 
Sinceramente
(firma)

La Società Chestertoniana Italiana aderisce sin da ora e invita tutti i propri soci a fare altrettanto e così pure i lettori del nostro blog!

Grazie!

Da AsiaNews - La campagna a favore della liberazione di Asia Bibi


16/11/2010
PAKISTAN
Vescovo di Islamabad: “Una vergogna” il caso di Asia Bibi. Continua la campagna di AsiaNews
di Jibran Khan
Per mons. Rufin Anthony occorre cancellare la legge sulla blasfemia, “per nulla adatta al mondo del 21mo secolo”. Continua la raccolta di firme per salvare Asia Bibi e cancellare la legge sulla blasfemia in Pakistan, Italia, Stati Uniti, India, Francia. In poche ore il sito di AsiaNews ha ricevuto oltre 500 adesioni. Anche monasteri di clausura pregano per Asia Bibi. Un testo da inviare al presidente Asif Zardari.

16/11/2010
PAKISTAN
Sacerdote pakistano: La legge sulla blasfemia è una spada che pende sulla nostra testa
di Anonimo*
Il caso di Asia Bibi è l’ultimo di una lunga serie di tragedie provocate dalla famigerata legge che semina terrore. La Chiesa del Pakistan è una Chiesa in sofferenza, ma ha un ruolo profetico da giocare: "portare speranza al popolo intero.

lunedì 15 novembre 2010

Un aforisma al giorno

"L'arte, come la moralità, consiste nel tracciare la linea da qualche parte".

G.K. CHESTERTON,ILLUSTRATED LONDON NEWS, 5 maggio 1928

Dal nostro amico Alessandro Canelli, tratto dal sito www.landino.it




Recentemente ha fatto scalpore la frase del professore che voleva il ritorno alla rupe tarpea per eliminare i disabili.
Ma mentre imperversava il tormentone mediatico ho vissuto una somma di piccole vicende che mi hanno toccato un po’ più da vicino.
Alla mattina per radio ascoltavo una intervista sulle cardiopatie congenite e l’intervistatore ad un certo punto chiedeva al luminare se era vero che i casi erano recentemente calati. Al che il luminare rispondeva che effettivamente erano calati per via della diagnosi prenatale e conseguente interruzione di gravidanza.
Ora, nella mia attività lavorativa, io ho avuto alle dipendenze una persona che, nata con questo tipo di patologia, era stata curata, era cresciuta e lavorava, si era sposato, fatta una famiglia, amici, relazioni a cui un incidente stradale lo aveva strappato di recente. Possibile che quella fosse una vita da gettare nella spazzatura?
Infine ad una riunione di “nostalgici” cattolico-democratici, un convenuto, non vedente e professore a sua volta, dopo avere fatto le pulci storiche alla dichiarazione del collega tifoso della rupe tarpea, confessava che sentiva crescere l’ostilità sociale e l’insofferenza nei confronti dei disabili.
Corretta o meno la collocazione storica, non possiamo nasconderci che la rupe tarpea è tra noi e ci si trova benissimo.
Vi segnalo un vecchio articolo del New York Times che affronta asetticamente il problema seguendo la vita delle famiglie con figli down a New York e come queste lottino per affermare la dignità dei propri figli in un contesto oggettivamente ostile.
http://channelman.wordpress.com/2009/03/30/nyt-genetic-testing-abortion/
PS: il titolo ovviamente si ispira a un opera di GK Chesterton di circa un secolo fa.

domenica 14 novembre 2010

Dal prof. Carlo Bellieni

12 Novembre 2010 

Continuano ad essere pubblicati sulle riviste scientifiche articoli che denunciano l'uso dell'aborto selettivo per far fuori i "feti-femmine". L'ultimo e recente è sulla rivista "Issues in Law and Medicine" e si intitola "Feticidio femminile in India", scritto da N. Ahmad dell'Università del Brunei. L'aborto dei feti femmina è una pratica più recente dell'infanticidio femminile, spiega l'autore, perché solo da pochi anni si sa determinare il sesso del feto, ma è in netta ascesa; e per questo motivo non solo è fuori legge, ma anche è proibito rivelare ai genitori il sesso del nascituro.

Certo, è orribile abortire un feto o eliminare un embrione perché femmina. Ma esistono fior di bioeticisti occidentali (ovviamente lodati come progressisti) che approvano anche questa pratica. Come non citare il filosofo Julian Savulescu dell'Università di Oxford, che spiega come debba essere permessa la selezione dell'embrione in base al sesso? E anche le femministe occidentali, a differenza di quelle indiane, non vedono nessun problema in questa pratica, se non altro perché non si è sentita neanche una di loro dire una parola in opposizione, anzi ribadiscono che l'aborto debba essere un diritto inalienabile sempre e comunque. Come se non bastasse, è recentemente stato messo in commercio un kit per conoscere il sesso dell'embrione di 6settimane, esaminando poche gocce di sangue della mamma: secondo voi a cosa potrà servire? In molti casi ad evitare di dover comprare un corredino rosa? Ma è davvero moralmente accettabile? E non intendo per chi è antiabortista, ma proprio per le femministe: una pratica che si riversa contro le donne, perpetrando il preconcetto di una loro indesiderabilità se non di una loro inferiorità, ma che accettano per "amor di bandiera". Su cui taccionoper amor di bandiera.

E d'altronde come non capirle? Se avessero il coraggio di denunciare la strage di feti femmine dicendo che la motivazione è discriminatoria e futile, avrebbero ammesso che ci possono essere (eresia!) motivi futili per cui certe donne abortiscono. Ma nessuno infrange i tabù, tantomeno le femministe: il tabù che esistano motivi pretestuosi e superabili per cui le donne talora abortiscono; o meglio, per cui gli uomini spingono le donne ad abortire; o le mamme delle donne impongono alle figlie di abortire. Invece è così: escludete che vi siano aborti fatti per andare in vacanza, per comprare una macchina e quant'altro? Certo, ci sono anche motivi gravi e talora tragici, ma qui si apre un altro dilemma: qualcuno aiuta davvero le donne a superare le cause per cui chiedono di abortire? Lo sapete che in Inghilterra la dottoressa Tammie Downes che semplicemente chiedeva alle sue pazienti se poteva aiutarle a non abortire è stata denunciata? E che le donne afroamericane USA denunciano l'aborto – e i pochi sussidi- come strumento di eliminazione della minoranza di colore, che non avrebbe alternative per mantenere il figlio (New York Times, 28 febbraio 2010)?

Le donne non cercano nuovi metodi per abortire (sinceramente non ne mancano certo), ma mille mezzi economici e sociali per abbracciare il figlio. Suvvia, amiche femministe, riconoscetelo: l'aborto non sempre è una libera scelta. E talvolta, come nel caso dell'eliminazione dei feti femmine, o dei feti disabili, è chiaramente e vergognosamente discriminatorio. Ma l'India non è lontana, e chi può vietare anche qui da noi un aborto per la "colpa di essere femmina?", se il criterio è la "libera scelta"? E avete sentito qualcuno degli strenui difensori dei diritti delle donne (solo di quelle già nate), sempre pronti a reclamare i diritti civili (a senso unico), osar alzare un dito (coraggiosi!) per abbozzare una minima protesta?