martedì 20 ottobre 2009

«Una Costituzione apostolica per accogliere gli anglicani»

Questa è una vera notizia (così finalmente tanti cattolici "progressisti" capiranno cosa pensano veramente tanti anglicani di donne prete, donne prete omosessuali, vescovi omosessuali, preti omosessuali, matrimoni tra gay...).

Chissà cosa dirà Gilbert, lassù...

Da Avvenire del 20 Ottobre 2009

Per porre fine ad un periodo di incertezza, verrà presto pubblicata una “Costituzione Apostolica” che rende possibile a gruppi di chierici e fedeli anglicani di entrare nella “piena e visibile comunione” con la Chiesa cattolica. L’iniziativa è stata presentata questa mattina ai giornalisti in Vaticano dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. William Levada, in contemporanea ad una conferenza stampa che si è svolta a Londra e dove sono intervenuti l’arcivescovo Vincent Gerard Nichols, primate della Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles e l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, primate della Comunione anglicana.

Cosa cambia concretamente con la Costituzione. Con la Costituzione apostolica almeno una parte dello scisma che divide la Chiesa anglicana da quella di Roma, si chiuderà. Una parte dei sacerdoti, vescovi e fedeli appartenenti alla Chiesa d'Inghilterra, che è diffusa in tutti i continenti, entrerà in comunione con il Papa e la Chiesa cattolica. Queste le modalità finora rese note: anche i sacerdoti anglicani sposati potranno diventare cattolici; non i vescovi sposati che potranno accedere al livello del sacerdozio; e per quel che riguarda i seminaristi anglicani sposati, si valuterà caso per caso.

La Costituzione apostolica prevede un modello canonico in cui è possibile l’ordinazione a sacerdoti cattolici di chierici sposati provenienti dalla comunione anglicana. Ma ragioni storiche ed ecumeniche non permettono l’ordinazione di uomini sposati a vescovi sia nella Chiesa cattolica come in quelle ortodosse. La forma canonica entro la quale verranno incardinate le comunità anglicane è allora quella dell'Ordinariato personale, sull'esempio degli ordinariati militari che nei singoli Paesi curano i fedeli delle forze armate nazionali. In sintesi, spiega una nota della Congregazione per la dottrina della fede, "la Costituzione Apostolica cerca di creare un equilibrio tra l'interesse di conservare il prezioso patrimonio anglicano liturgico e spirituale da una parte, e la preoccupazione che questi gruppi e il loro clero siano incorporati nella Chiesa cattolica".

Perché la Costituzione apostolica. A muovere gruppi di anglicani verso la Chiesa cattolica, sono state alcune decisioni prese negli ultimi anni nella Comunione anglicana come l’ordinazione delle donne al sacerdozio e all’episcopato, l’ordinazione di vescovi dichiaratamente omosessuali nonché la possibilità di unire in matrimonio coppie gay. Quella fra la Chiesa cattolica e la Chiesa d'Inghilterra del resto è una storia antica. Sin dal secolo XVI infatti, quando il Re Enrico VIII dichiarò l' indipendenza della Chiesa d'Inghilterra dall'autorità del Papa, la Chiesa d'Inghilterra creò le proprie confessioni dottrinali, usanze liturgiche e pratiche pastorali, incorporando spesso idee della Riforma avvenuta sul continente europeo. Quindi l'espansione del Regno britannico, congiunta all'apostolato missionario anglicano, comportò poi la nascita di una Comunione Anglicana a livello mondiale.

lunedì 19 ottobre 2009

McIntyre su Newman (grazie, Angelo!).


Qui trovate (l'ho visto nel blog del grande amico e socio Angelo Bottone) un interessante resoconto di un incontro con Alasdair McIntyre (nel Sud Italia si direbbe: 'na capa tanto...) dal titolo:

Alasdair MacIntyre on Newman: Education, Conscience and Faith today.

Chesterton in altre parole

"Chesterton ha condiviso con Newman il dono di saper guardare a un seme e di riconoscere immediatamente che tipo di albero ne sarebbe nato, e nel suo modo retorico, egli ne parlava come se fosse già un albero. Ai suoi tempi era perciò accusato di esagerare. Ma le sue profezie esagerate hanno mostrato una certa considerevole tendenza ad avverarsi, facendolo diventare uno scrittore estremamente rilevante per gli anni 90".

C. Derrick, “Gilbert e il duello”, Avvenire - 28 agosto 1990

dal prof. Carlo Bellieni

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di bioetica riportiamo la risposta alla domanda (...)

"Non si può combattere aborto ed eutanasia se non si affronta la mentalità che sta alla base, e la mentalità è quella della cultura che getta via quello che non sa gestire (fino a gettare via noi stessi, quando non sappiamo gestire la nostra tristezza). Aborto ed eutanasia nascono dalla voglia di far sparire quello che non si può o non si sa gestire. Far sparire quello che non si sa gestire è alla base del concetto di ”rifiuto”. E’ alla base del piatto di carne ottima buttato via, come è alla base del matrimonio buttato via. Alla base sta l’idea, ecco il vero nocciolo, che al mondo “qualcosa non serva”, che qualcosa (qualcuno!) sia inutile; e –ancor più paradossale e più chiaro – diventi inutile quando noi non sappiamo cosa farne. Ma, come faceva dire Federico Fellini (...leggi tutto)

Affaire Justel : la justice refuse l'insémination post-mortem

Il tribunale francese rifiuta il permesso a far inseminare la moglie col seme del marito morto. Il seme congelato è proprietà del soggetto donatore e deve essere usato "per il paziente presente e cosensiente". E' un paletto, che in Italia già c'è.

LETTERATURA/ Tolkien nichilista? Ecco l’ultima invenzione dei giornali

Da Il Sussidiario leggete questo interessante articolo dell'amico chestertoniano Andrea Monda su Tolkien. E' successo per Tolkien quello che quest'estate è successo per Chesterton: qualcuno (nel caso di Tolkien Modeo, nel caso di Chesterton Citati) travisa e interpreta a suo modo ed in maniera totalmente inaccettabile i nostri autori preferiti.

Bravo, Andrea.

lunedì 19 ottobre 2009


L’articolo di Sandro Modeo sul Corriere della Sera del 15 ottobre scorso, dedicato al poema di Tolkien La leggenda di Sigurd e Gudrun si conclude in modo sorprendente, mi riferisco alla due frasi finali in cui si realizza un ardito paragone tra Frodo, il piccolo hobbit protagonista del capolavoro tolkieniano e Sigurd, l’eroe cupo e nordico della leggenda norrena ri-raccontata dal giovane scrittore inglese in questo poema fino a qualche giorno fa inedito in Italia. Nel chiudere il suo articolo Modeo afferma che sia in Sigurd che ne “Il Signore degli Anelli” “gli dei sono assenti, e il cattolico Tolkien lascia alla tenacia degli umili hobbit il compito di resistere all’anello e di distruggerlo. L’eroe Sigurd e l’antieroe Frodo viaggiano verso lo stesso luogo: quello della solitudine dell’uomo davanti ai propri fini e alle proprie azioni”.
L’affermazione merita un approfondimento. Essa è divisa in due parti: quella relativa all’assenza degli dei e quella sulla solitudine degli hobbit e di Frodo. Partiamo dalla seconda parte che suona non convincente sin dal titolo del primo libro della celebre trilogia: la compagnia dell’anello.
Sigurd, così come molti eroi de Il Silmarillion, basta pensare a Turin, viaggiano davvero verso la solitudine, non così però gli hobbit e i protagonisti del Signore degli Anelli. Il viaggio del Signore degli Anelli è un viaggio essenzialmente cristiano e cattolico, un viaggio che in quanto tale è condiviso. Di fatto Frodo non è mai solo. Qui va chiarito un punto: se con “solitudine” Modeo aveva intenzione di parlare di “responsabilità” allora si può anche essere d’accordo, il romanzo di Tolkien è un grande poema che ha al centro anche questo aspetto della libertà e quindi della responsabilità delle azioni umane. L’irruzione dell’Anello nei tranquilli confini della Contea (che sono i confini della vita quotidiana del lettore) è un fatto che interpella il senso di responsabilità di tutti e tutti rispondono, in modi spesso molto diversi, a questa singolare “chiamata”. Da questo punto di vista è vero che la dottrina del libero arbitrio del cattolico Tolkien è rispettata (mentre nelle saghe nordiche e germaniche si sente forte il peso di un Fato cieco e ineluttabile). Ma se invece si vuole parlare della mera solitudine di Frodo c’è soltanto da ripetere che Frodo non è mai solo, viene spontaneo citare Benedetto XVI: «chi crede non è mai solo».
Frodo non è come Ulisse e nemmeno come Enea, tantomeno come Sigurd, ma è come Abramo: un uomo della fede. Egli compie il salto vertiginoso della fede, parte per un viaggio di cui ignora o semplicemente intuisce la direzione e l’esito, in quanto si affida alla parola di qualcun altro. Già la genesi dell’avventura di Frodo ci dice che non è un eroe (e nemmeno un antieroe) solitario. Più che un eroe Frodo è una figura di santo e i santi, si sa, sono coloro che vivono nella Comunione (appunto dei Santi).
Frodo riceve l’anello da Bilbo (ecco, ad esempio Bilbo lui sì che è un personaggio – abbastanza – solitario), ascolta Gandalf, sta sempre con Sam e con una nidiata di cugini e amici e parte per un viaggio insieme ad una intera “compagnia” dove la parola stessa è lì a distruggere ogni idea di romantica e disperata solitudine. Compagnia: cum-panis, mangiare il pane insieme, questa cosa qui così concreta quotidiana e reale è la protagonista della fantastica saga tolkieniana, non l’eroismo o l’antieroismo di un singolo. E’ vero che alla fine Frodo lascerà Sam e verrà ricompensato con il viaggio nel Reame Beato di Valinor ma anche lì non sarà un viaggio solitario ma insieme a Bilbo, Gandalf e tanti altri Elfi che essendo “passati per la grande tribolazione” possono approdare ai lidi del “paradiso” (peraltro questo finale, così apparentemente spiazzante per il lettore, è una conferma della cattolicità profonda dell’opera: nessun ritorno al passato perché la storia procede sempre in avanti, come la strada di cui parla Bilbo nelle sue canzoncine).
La chiusura del romanzo, mentre si apre il sipario sulla descrizione del Reame di Valinor, permette di rispondere alla prima parte dell’affermazione, sul fatto cioè che mancano gli dei nel romanzo di Tolkien. Da una parte questo è vero però è utile ricordare che è Tolkien stesso che ha volutamente cancellato ogni presenza esplicita di divinità o religiosità perché, scrive, il romanzo è talmente intriso di cattolicesimo nel messaggio e nel simbolismo da risultare superfluo ogni altro elemento più evidente; quindi bisogna ammettere che questa presenza divina c’è e rimane per tutto il romanzo ad un livello implicito, più profondo e misterioso (al punto che si può dire che la protagonista del romanzo sia la Provvidenza).

domenica 18 ottobre 2009

Un aforisma al giorno - 141

"Gli errori non cessano di essere errori perché diventano mode".

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News del 19.04.1930

Un aforisma al giorno - 140

"L'atto di difendere una delle virtù cardinali ha oggi tutta l'ebbrezza di un vizio".

Gilbert Keith Chesterton, The Defendant (Il Bello del Brutto)

Un aforisma al giorno - 139

"Gli avari si alzano presto la mattina, e i ladri, mi sono informato, si alzano la notte precedente".

Gilbert Keith Chesterton, Tremendous Trifles

Un aforisma al giorno - 138

«Perché Shakespeare pensò che gli inglesi fossero gloriosi? Perché erano andati alle Crociate. Perché avevano cavalcato con l’italiano Tancredi e col franco Goffredo per difendere la comune civiltà cristiana. Abbiamo preso il nostro posto nel campo della civiltà e non dimenticheremo più, nemmeno per un’ora, ciò che fu fondato da Cesare e rifondato da Agostino».

Gilbert Keith Chesterton, La letteratura inglese e la tradizione latina

Chesterton su Avvenire di oggi 18 Ottobre 2009

Avvenire di oggi pubblica un'intera pagina dedicata a Chesterton, la prima dell'inserto Agorà.

E' riferita alla recente pubblicazione a cura di Raffaelli Editore della conferenza che egli tenne nel 1935 durante il Maggio Fiorentino. E' una conferenza sull'influenza della cultura latina sulla letterature inglese, interessantissima. Il volumetto, di pochi centimetri di dimensioni, è la conferma dell'interesse che Chesterton ha sempre avuto per l'Italia.

C'è anche un editoriale dal titolo "NON SOLO PADRE BROWN: UN GRANDE SAGGISTA CHE L’ITALIA HA OSCURATO" di Fulvio Panzeri, che parla dello stato attuale della diffusione delle opere di Chesterton in Italia. Peccato che non ci nomini tra gli artefici di questa "nuova primavera chestertoniana", perché riteniamo di esserne quanto meno coprotagonisti. Esiste questo piccolo blog che in una ventina di mesi ha ricevuto oltre sessantaduemila visite, con forza diffusiva da samizdat; c'è il Chesterton Day, giunto alla settima edizione...

Ma questo forse non è importante. L'importante è che oggi la cultura italiana sta timidamente tornando a guardare al nostro Gilbert, in primis nel mondo cattolico. Avremmo davvero piacere che se ne tornasse a parlare anche nel mondo laico. Chesterton è in fondo un laico divenuto cattolico nella ricerca della Speranza. Potrebbe essere il "santo patrono" di quelli che cercano Dio con cuore sincero.

Comunque tanto di cappello ad Avvenire che si ricorda di Chesterton.

Intanto, se può essere utile e gradito, il 5 Novembre 2009, con orario e luogo ancora da definire, il nostro presidente Marco Sermarini sarà a Macerata a parlare di Chesterton agli universitari.

Papa distributista alla Fao


Il tema scelto quest’anno dalla Fao per la Giornata mondiale dell’alimentazione è «Raggiungere la sicurezza alimentare in tempi di crisi». Esso invita a considerare il lavoro agricolo come elemento fondamentale della sicurezza alimentare e, quindi, come una componente integrale dell’attività economica.
Per tale motivo, l’agricoltura deve poter disporre di un sufficiente livello di investimenti e di risorse. Questo tema richiama il fatto e fa comprendere che i beni della creazione sono limitati per loro natura: essi richiedono, pertanto, atteggiamenti responsabili e capaci di favorire la sicurezza alimentare, pensando anche a quella delle generazioni future.
Una profonda solidarietà e una lungimirante fraternità sono dunque necessari.
Il conseguimento di questi obiettivi richiede una necessaria modificazione degli stili di vita e dei modi di pensare. Obbliga la comunità internazionale e le sue istituzioni a intervenire in maniera più adeguata e più determinata. Auspico che tale intervento possa favorire una cooperazione che protegga i metodi di coltivazione propri di ogni area ed eviti un uso sconsiderato delle risorse naturali. Auspico, inoltre, che tale cooperazione salvaguardi i valori propri del mondo rurale e i fondamentali diritti dei lavoratori della terra.
Mettendo da parte privilegi, profitti e comodità, questi obiettivi potranno essere realizzati a vantaggio di uomini, donne, bambini, famiglie e comunità, che vivono nelle aree più povere del pianeta e sono, dunque, più vulnerabili.
L’esperienza dimostra che le soluzioni tecniche, pur avanzate, mancano di efficacia se non si riferiscono alla persona, principale protagonista che, nella sua dimensione spirituale e materiale, è origine e fine di ogni attività.
L’ accesso al cibo, più che un bisogno elementare, è un diritto fondamentale delle persone e dei popoli.
Potrà diventare una realtà, e quindi una sicurezza, se sarà garantito un adeguato sviluppo in tutte le diverse regioni. In particolare, il dramma della fame potrà essere sconfitto solo «eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio­economiche maggiormente accessibili a livello locale» (Caritas in veritate, n. 27). La Chiesa cattolica, fedele alla sua vocazione ad essere vicina agli ultimi, promuove, sostiene e partecipa agli sforzi realizzati per consentire ad ogni popolo e comunità di disporre dei mezzi necessari a garantire un adeguato livello di sicurezza alimentare. Con questi auspici, le rinnovo, signor direttore generale, le espressioni della mia alta considerazione, ed invoco sulla Fao, i suoi Stati membri e il personale tutto abbondanti benedizioni celesti.

Benedetto XVI

Lewis, Narnia e i piccoli fans

Ricordiamo a tutti che C. S. Lewis deve la sua conversione al cristianesimo a Chesterton e alla lettura del suo L'Uomo Eterno.

da Avvenire del 17 Ottobre 2009

DI FULVIO PANZERI

«Sono appena tornato da un fine settimana a Malvern e ho trovato una terribile pila di lettere ad attendermi, perciò sto scribacchiando in fretta». Così agli inizi di gennaio del 1950 annotava C. S. Lewis, in una delle tante lettere di risposta ai bambini che gli scrivevano per chiedere informazioni, curiosità, ma anche per accompagnare i regali che inviavano al loro scrittore preferito dopo aver letto i primi libri della serie delle Cronache di Narnia che avevano improvvisamente trasformato un originale e profondo saggista della letteratura inglese, già molto apprez zato da parte dei lettori, in una autore di grandissimo successo. Aveva una vita molto intensa e impegnata Lewis: come conferenziere riempiva ogni sa la dove teneva un incontro anche nel più sperduto paesino dell’Inghilterra, continua va a scri vere i suoi saggi e i suoi romanzi, ma aveva trovato anche il tempo di dar retta ai suoi piccoli lettori e alle loro curiosità. Quella era diventata una sorta di sfida, per lui che riteneva «di non essere un gran che con i bambi ni » e che invece dimostra di essere un interlocutore e un amico straordina rio dei suoi lettori. Lo dimostrano le tante lettere di risposta che ha inviato e che ora, per la prima volta, vengono tradotte in italiano, in un’edizione di cui si segnala l’ottima curatela di Car lo M. Bajetta, con l’apparato di note al testo, l’accurata bi bliografia e la postfa zione di Antonio Monda. Sono un do cumento unico per conoscere Lewis nella sua quotidianità che racconta con brevi, ma incisivi particola ri, riguardanti le abitudini, i malanni che arrivano con l’età, ma soprattutto i cambiamenti di stagione che inqua drano l’ordinarietà di una vita che poi sviluppa in ideali alti dal punto di vi sta letterario e cristiano e che Lewis sa raccontare, con la chiarezza neces saria (e non è facile raggiungerla, per ché si tratta di questione di natura lità) ai suoi giovani lettori.
Del resto lui stesso sente in sé, vivo e presente, una parte che lo riporta continuamente alla giovinezza, co me mette in rilievo anche in un’altra lettera, quando scrive: «Vedi, io non credo che l’età sia poi così impor tante come pensa la gente. C’è una parte di me che ha ancora 12 anni e credo che una parte di me avesse già cinquant’anni quand’ero dodicenne: è per questo che io non ritengo poi così strano che i personaggi invecchino a Narnia, mentre rimangono dei bambini in Inghilterra». I ragazzi che gli scrivono (nell’epistolario vengono riportate solo le risposte dello scrittore) spaziano molto rispetto alle loro curiosità: si va dalle richieste di consigli sui libri, su come affron­tare questioni legate alla condotta di vita, fino alle classiche domande che fanno i più piccoli ad uno scrittore, che riguardano le modalità di scrittura, dalle fonti utilizzate a come vengono scritti i libri. Scopriamo così un curioso autoritratto in cui si definisce «alto, grosso, piuttosto stempiato, faccia rossastra, doppio mento, capelli neri, voce profonda, e metto gli occhiali per leggere», che viene completato in un’altra lettera quando informa che un tempo utilizzava «la penna stilografica, ma adesso non so perché - non mi piace più» e continua a scrivere con un vecchio pennino in tinto nell’inchiostro.
Lewis nelle lettere conversa amabilmente con i bambini, dà loro utili consigli sullo studio, sui comportamenti di vita, si confronta sulle loro letture, ma soprattutto dialoga con loro sui significati più profondi e metaforici dei suoi libri. Rivela ai suoi giovani lettori come intende organizzare l’intero ciclo dei sette libri delle Cronache di Narnia, ma soprattutto 'corregge' la natura delle interpretazioni cristologiche presenti nel suo testo e soprattutto che valore può avere il riferimento all’interno del suo libro.
È questo un aspetto che sottolinea più volte, a partire dalla precisazione che «la creazione di Narnia è la creazione di un mondo (e non specificatamente del 'nostro' mondo) da parte del Figlio di Dio». Così vuole chiarire che attraverso il suo immaginario non intende rappresentare «il vero mondo (cristiano) in modo simbolico », ma mettere in luce come il Figlio di Dio possa presentarsi, per redimerlo, se un mondo come quello di Narnia si trovasse nella condizione di essere redento. È un punto nodale che rappresenta anche l’importanza di questa raccolta di lettere e la pone come un compendio, una sorta di lunga postilla costruita a frammenti, che accompagna l’elaborazione del ciclo.
Scrive Lewis: «Non mi sono detto: 'Rappresentiamo Gesù come egli realmente è nel nostro mondo come un Leone a Narnia, bensì: 'Supponiamo che ci sia una terra come Narnia e che il figlio di Dio, così come si fece uomo nel nostro mondo, lì sia diventato un leone, e poi proviamo a immaginare che cosa succederebbe».

C.S. Lewis
LETTERE AI BAMBINI
San Paolo. Pagine 224. Euro 16,00

«Io non credo che l’età sia tanto importante», scriveva. «Una parte di me ha ancora 12 anni»

GUARDATE CHE SPETTACOLO LA COPERTINA DE LA SFERA E LA CROCE...


Amici Chestertoniani,

guardate che spettacolo la copertina de La Sfera e la Croce!

Bravissimi gli amici di Morganti che continuano ad ammannirci ricchezze chestertoniane a piene mani!

Siamo loro grati non solo perché ci permettono di rileggere Chesterton dopo decenni di astinenza e di ricerche spasmodiche sul web e in bancarelle di libri vecchi esauriti ed usati, ma anche perché le traduzioni di Paolo Morganti sono molto belle ed appetibili.

Poi dovremmo far loro un monumento equestre per averci ridato Uomovivo!

Qui trovate la descrizione del libro, nel bel sito rinnovato di Morganti Editori.

Quest'opera è bellissima, e farà il paio con L'Incredulità di Padre Brown sempre in uscita per Gennaio 2010.

RICORDIAMO A TUTTI CHE I SOCI IN REGOLA COL PAGAMENTO DELLA QUOTA ANNUALE (RIDICOLISSIMI DIECI EURO, RIDICOLI RISPETTO ALL'IMMENSO PRIVILEGIO DI CHIAMARSI AMICI PERSONALI DI GILBERT) HANNO DIRITTO ALLO SCONTO DEL 15% E LE SPESE DI SPEDIZIONE A CARICO DELL'EDITORE ACQUISTANDO DUE TITOLI DELLA COLLANA "CHESTERTONIANA" DI MORGANTI EDITORI.
NON E' POCO E LE EDIZIONI NUOVE (ANCHE SE A CASA SI HANNO QUELLE VECCHIE) VALGONO LA PENA, PAROLA DI UOMO VIVO (ANCHE SOLO PER LE SPLENDIDE COPERTINE, ANCHE SOLO PER VEDERE VOLARE INNOCENT SMITH, ANCHE SOLO PER VEDERE FISICAMENTE IL LITIGIO "AEREO" DEI PROTAGONISTI DE LA SFERA E LA CROCE...!) CHE LE HA TUTTE!

CUPO TRAMONTO DI ZAPATERO AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE LA SPAGNA È STANCA


da Avveniredel 17 Ottobre 2009

LUIGI GENINAZZI

L’ultima radicale riforma di José Luis Zapatero, il premier socialista spagnolo deciso ad abbattere in un sol colpo principi etici e senso comune, potrebbe avere come titolo quello dei famosi aforismi di Nietzsche. Nella sua dissennata corsa a trasformare la Spagna nella società più permissiva d’Europa è ormai giunto «al di là del Bene e del Male ». Il disegno di legge sull’interruzione volontaria della gravidanza che l’esecutivo di Madrid intende sottoporre al Parlamento non solo introduce la depenalizzazione totale dell’aborto nei primi tre mesi di gravidanza ma ne estende «il diritto » anche alle minorenni di 16 e 17 anni, senza il consenso dei genitori. «Un’autentica barbarie». Così l’ha definita non un reazionario di destra, ma una femminista storica come la scrittrice catalana Angela Vallvey che denuncia un’operazione ideologica a danno delle ragazze, sospinte a fare da sé invece che a trovare sostegno nella realtà familiare.
Con Zapatero siamo ben oltre l’idea, istillata nella mentalità comune, secondo cui l’aborto sarebbe « un male necessario » o « un male minore » ( idea ambigua che però evita di defi­nire buona una pratica che si vuole comunque giustificare). Il suo progetto di legge, a ben vedere, più che alla depenalizzazione mira alla banalizzazione dell’aborto. Non solo non è un crimine, ma non è neppure un dramma, una scelta difficile e dolorosa. No, è un’azione neutra, senza alcun connotato etico, che, in quanto tale, può e dev’essere fruibile da parte di tutti. Anche delle minorenni
Non bastavano il matrimonio omosessuale, il divorzio-express, l’autorizzazione alla ricerca sulle staminali embrionali e alla clonazione terapeutica, infine la legge organica sull’educazione che impone l’insegnamento nelle scuole del relativismo etico e della teoria del 'genere', tutti provvedimenti varati in questi sei anni dal premier spagnolo in nome di «un progresso irrefrenabile» (sono parole sue). Ci voleva anche l’aborto facile. Così Zapatero compie un altro passo verso il baratro del nichilismo eretto a programma di governo. Eppure, alle elezioni del marzo 2008, aveva solennemente promesso che non avrebbe cambiato la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Ma la sua incoerenza è pari all’arroganza con cui affronta il netto calo di popolarità. La luna di miele fra Zapatero ed i suoi connazionali è finita già da parecchio tempo. Ma negli ultimi mesi il premier è in caduta libera nei sondaggi, due spagnoli su tre dichiarano di nutrire 'poca o nessuna fiducia' nella sua capacità di sollevare il Paese dalla grave crisi economica e perfino il quotidiano un tempo fiancheggiatore El País non gli ri­sparmia le critiche più aspre. E lui, in mezzo a tanti problemi, non sa far altro che sventolare la bandiera del laicismo e del permissivismo.
Oggi saranno in tanti a gridare il loro no. A Madrid sono attese centinaia di migliaia di persone che scenderanno in piazza per una grande manifestazione contro i progetti abortisti del governo. L’ha organizzata una galassia di associazioni della società civile, di credenti e di non credenti, anche se qualcuno insiste nel vederci soprattutto un tentativo di ri­scossa dei cattolici. Ma qui c’è in gioco ben di più di un contrasto fra Stato e Chiesa. Un Paese dove una sedicenne potrà tranquillamente abortire senza neppure farlo sapere ai genitori è un in cubo per tutti. Perfino per qualche de putato socialista che alla prossima se duta delle Cortes potrebbe votare contro l’ultra-abortista Zapatero.

venerdì 16 ottobre 2009

Un aforisma al giorno - 138

“... Anche la sola esistenza, ridotta nei suoi limiti più semplici, è tanto straordinaria da essere stimolante”.

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia

Un aforisma al giorno - 137

"Non si può eludere il problema di Dio; se si parla di suini o della teoria binomiale, si sta ancora parlando di Lui... Le cose possono essere irrilevanti di fronte alla proposizione che il cristianesimo è falso, ma nulla può essere irrilevante di fronte alla proposizione che il cristianesimo è vero. Gli Zulu, il giardinaggio, le macellerie, i manicomi, le cameriere e la Rivoluzione francese - tutte queste cose, non solo possono avere qualcosa a che fare con il Dio cristiano, ma devono avere qualcosa a che fare con Lui se davvero e vive e regna".

Gilbert Keith Chesterton, da un articolo del Dicembre 1903 durante la Blatchford Controversy

giovedì 15 ottobre 2009

Un aforisma al giorno - 137

"L'oggetto è un oggetto; può esistere ed esiste infatti al di fuori dalla mente, o in assenza della mente. E perciò allarga la mente di cui diviene parte. La mente conquista una nuova provincia, come un imperatore; ma solo perché ha risposto al suono di un campanello, come un servitore. La mente [...] è se stessa per questo nutrirsi di fatti, [...] questo cibarsi della strana, dura carne della realtà".

Gilbert Keith Chesterton, San Tommaso d'Aquino

Un aforisma al giorno - 136

"Strano, vero? -disse egli (p.Brown, ndr)- che un ladro e vagabondo si penta, mentre tanti che sono ricchi e sicuri di sé rimangono duri e frivoli e senza alcun frutto per Dio e per l'uomo!".

Gilbert Keith Chesterton, I Racconti di padre Brown, Gli strani passi

«La Ru486 ha ucciso mia figlia»




Holly Patterson aveva appena compiuto 18 anni quando entrò in un consultorio californiano dell’associazione «Planned parenthood» chiedendo una pillola per abortire. In realtà non sappiamo cosa chiese. Sappiamo solo che era spaventata. Era incinta. I suoi genitori non lo sapevano. Voleva che qualcuno l’aiutasse. Holly ricevette una pastiglia da 200 mg di mifepristone che prese al consultorio e un’altra da 800 mg di misoprostol, con l’istruzione di inserirla vaginalmente 24 ore più tardi. Le fu dato un appuntamento una settimana dopo, il 17 settembre 2003, alle due del pomeriggio, per verificare che il feto fosse stato espulso e che «fosse andato tutto bene». Nulla andò bene. Holly morì un’ora prima dell’appuntamento, nel pronto soccorso dell’ospedale di Pleasanton. Suo padre, chiamato d’urgenza, non aveva mai sentito parlare della Ru486 prima che un medico lo informasse che, in seguito a un aborto chimico, sua figlia «non ce l’avrebbe fatta».

Ma Monty Patterson continuava a non capire cosa potesse aver trasformato la sua sana, energica ragazza nella creatura pallida e incapace di parlare che lo guardava terrorizzata, poco prima di spirare. Nei mesi successivi Patterson avrebbe imparato molto: a uccidere sua figlia era stata la sepsi provocata da un’infezione dal batterio «clostridium sordellii», indotta dall’assunzione della Ru486. E che la morte poteva essere evitata. Oggi gira gli Usa per spiegare che la Ru486 è un autentico veleno: Patterson ha discusso dei rischi della pillola alla Casa Bianca, in frequenti testimonianze in Congresso, con la Fda, con associazioni di pazienti. In seguito al suo attivismo 70 deputati hanno redatto la “legge di Holly” che chiede la sospensione della Ru486 e la revisione dell’iter che ha portato alla sua approvazione. Ma la legge non è mai stata approvata dal Congresso.
Signor Patterson, qual è il suo giudizio sulla pillola abortiva?
«La mia preoccupazione è la sua sicurezza per le donne. Per me è un problema di salute. Io volevo solo salvare mia figlia, ma non l’ho potuto fare. Tutto quello che mi resta è cercare di informare altre Holly di quello che può succedere loro».
Che informazioni dovrebbero avere?
«Al momento una 18enne come Holly non riceve abbastanza informazioni per prendere una decisione consapevole quando sceglie di terminare chimicamente la sua gravidanza. Nessuno ha interesse a spiegarle cosa le potrebbe succedere. Ma non solo a una 18ennne. Prenda Oriane Shevin. Era avvocato. Sposata, madre di due figli. Ha avuto una terza gravidanza e ha fatto come Holly. È andata in un consultorio, ha preso una pillola. È morta. Aveva ricevuto abbastanza informazioni? No. Quello che si trova su Internet, presso i medici che praticano aborti, sono i dati messi in circolazione dalla società che distribuisce la Ru486 negli Usa, la Danco Laboratories, o da organizzazioni abortiste. Sostengono che il rischio è minimo, che le infezioni sono rare e curabili. Non è vero! Queste donne sono lasciate sole e senza mezzi per difendersi».
È una delle caratteristiche della pillola abortiva quella di consentire l’aborto "fai da te"...
«I fatti mostrano che questa idea dell’aborto nella "privacy della tua casa" pone un fardello enorme sulle spalle delle donne. Le costringe a capire da sole quando qualcosa non va. Holly ha fatto tutto quello che le avevano detto. Dopo tre giorni ha chiamato il consultorio lamentandosi di forti crampi addominali, e le hanno detto di prendere una dose maggiore di antidolorifico. Il giorno dopo è andata al pronto soccorso. Le hanno dato un antidolorifico ancora più forte e l’hanno mandata a casa. Tre giorni più tardi è tornata all’ospedale e nel giro di poche ore è morta. Non aveva febbre, solo dolori. Altre tre donne hanno avuto gli stessi sintomi. E si sono sentite dire che era tutto normale».

Di chi è la colpa?
«I reparti di pronto soccorso non sono preparati a riconoscere i sintomi di infezioni come questa. Spesso le donne che vi si rivolgono non dicono nemmeno di aver assunto la pillola abortiva. Holly lo fece, ma non le fu di nessun aiuto».

L’ente americano che vigila sui farmaci – la Fda – ha ammesso che l’azienda distributrice della pillola abortiva non ha comunicato tutti i casi di "effetti avversi"...
«Sì, perché negli Stati Uniti queste comunicazioni sono volontarie. Sappiamo però che ci sono molte altre donne che hanno rischiato di morire o sono morte per colpa della Ru486, e di cui non è stato detto nulla. L’aborto è una procedura circondata dal segreto, specialmente nel caso di giovani come Holly: a 17 anni è rimasta incinta di un 24enne che non voleva farlo sapere ai genitori. Non possiamo scaricare sulle spalle di queste ragazze la responsabilità di dubitare delle informazioni che ricevono nei consultori o su Internet. Io stesso ho faticato a raccogliere dati affidabili».

Lei a chi si è rivolto?
«A Didier Sicard, professore di medicina all’Università Descartes di Parigi, ex presidente del Comitato bioetico francese che ha dato il via libera alla Ru486. Sua figlia, Oriane Shevin, è morta dopo aver assunto la pillola abortiva. Ora anche lui sostiene che i rischi legati alla Ru486 sono molto più alti di quanto si ammette, e che le informazioni circolanti non sono oggettive. I dati parlano di un rischio di "fallimento" del protocollo del 5-7%. Da dove vengono quei numeri? Dal distributore della pillola. È come chiedere alla volpe di fare la guardia al pollaio. Da quando mia figlia è morta sono stato contattato da decine di donne che mi hanno detto di dover la vita a Holly. Avevano preso la pillola, non stavano bene. Sono andate su Internet, hanno letto la mia storia, e sono corse all’ospedale dicendo che forse avevano un’infezione in atto. In alcuni casi era vero, e hanno ricevuto antibiotici in tempo».

È una consolazione?
«L’unica. Se Holly fosse sopravvissuta, sarebbe la prima a voler raccontare la sua storia per aiutare altre come lei. Non ho potuto proteggere mia figlia, forse posso proteggere le figlie di altri».

Elena Molinari

mercoledì 14 ottobre 2009

Uomini e tristezza - Oggi una folla!

Oggi ci limitiamo a collazionare i nomi, leggendo i quali comprenderete la motivazione della loro nomination odierna.

Chi non capisse, può raspollare nella rassegna stampa di oggi, qui sotto.

Ad ogni buon conto:

l'ONU che ha da pensare anche alla legge sull'omofobia italiana;
Navi Pillay, alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, come sopra;
Dario Franceschini, che scomunica chi non la pensa come lui e dice che "questi non sono temi su cui ci possa essere libertà di coscienza";
Antonello Soro, come sopra;
Paola Concia, autrice della proposta sull’omofobia bocciata dalla Camera, che si vergogna di fare parte di questo parlamento e che dice che "non può esserci libertà di coscienza sul rispetto dei diritti e della dignità umana";
Alessandro Cecchi Paone, che ne ha dette tante oggi sul Corriere della Sera;
Italo Bocchino;
Carmelo Briguglio;
Giuseppe Calderisi;
Benedetto Della Vedova;
Chiara Moroni;
Flavia Perina;
Mario Pepe;
Roberto Tortoli;
Adolfo Urso;
Elio Vito;
Gianfranco Rotondi;
Giulia Bongiorno;
Federico Palomba;
Franco Grillini.