mercoledì 15 novembre 2006

L'INTUITO DI UNA SUORA, IL GENIO DI UN RAGAZZINO - La storia del jazzista Lionel Hampton



Proponiamo un bell'articolo di Avvenire del 14 Novembre 2006 che parla di Lionel Hampton, famoso jazzista afroamericano morto qualche anno fa a 94 anni.
"Madre Katharine mi pagò le lezioni di pianoforte"! Potrebbe essere l'inizio di un trattato sull'educazione e sul genio cattolico.
Io da ragazzo, nelle mie peregrinazioni musicali nelle quali cercavo luce e aria per la mia anima, mi sono soffermato numerose volte ad ascoltare questo uomo estremamente vivace e simpatico, ma non sapevo di questa bella storia raccontata recentemente dal card. Egan, arcivescovo di New York.
Leggetela, non potrete rimanere indifferenti, cari amici, se siete ancora uomini.
L'educazione è il presupposto per cui la ragione funziona, quella ragione tanto cara al cattolico Gilbert e a Papa Benedetto XVI.




La storia del jazzista Lionel Hampton
L'intuito di una suora Il genio di un ragazzino
di Marina Corradi


Una mattina di quattro anni fa l'arcivescovo di New York Edward Egan andò in visita nella scuola elementare della parrocchia di Saint Mark a Harlem, in una zona del quartiere abitata da afroamericani e molto povera.

In un salone gremito all'inverosimile da genitori e parenti, finita la recita dei bambini, Egan cerca di guadagnare faticosamente l'uscita. Tra la folla che si accalca per salutarlo c'è un vecchio negro dall'aria sofferente, in carrozzella, che gli allunga la mano, e quando riesce a stringere quella del cardinale lo attira a sé - come uno che debba confidare a bassa voce un segreto.
Infatti all'orecchio dell'arcivescovo il vecchio sussurra con la poca voce che ha in corpo: «Madre Katharine mi pagò le lezioni di pianoforte!» Egan, capendo a stento nella calca ciò che l'uomo gli sta dicendo, non trova di meglio che esclamare: «Come è stata gentile, madre Katharine!». E poi: «E lei, signore, come si chiama?» «Mi chiamo Lionel Hampton», risponde l'anziano invalido.Il cardinale sussulta.

Lionel Hampton, è una leggenda del jazz, uno fra i cinque o sei più grandi nomi del jazz di tutti i tempi. Ed era quell'uomo in carrozzella che gli stava davanti nella scuola di una parrocchia di Harlem in una mattina di primavera del 2002, all'età di novantaquattro anni. Pochi mesi dopo Hampton sarebbe morto, ma da molti è ricordato, oltre che per la sua straordinaria musica, per le centinaia di case costruite per le famiglie povere a New York.
Parrocchiano della chiesa di Saint Mark, a novantaquattro anni, malato, non aveva voluto mancare alla festa dei ragazzini della scuola. Il cardinale Egan ha raccontato l'episodio al convegno sull'educazione svoltosi due giorni fa all'Unesco a Parigi.
Ma, si è chiesto davanti all'auditorio, e quella madre Katharine, che pagò le prime lezioni di pianoforte a un bambino nero, chi era? Era, spiega, madre Katharine Drexel, nata nel 1858, una ricca ereditiera fattasi suora che fondò scuole cattoliche in tutti gli Stati Uniti per educ are i figli dei più poveri, e fu proclamata santa da Giovanni Paolo II.

«Madre Katharine mi pagò le lezioni di pianoforte», racconta a novant'anni un grande artista, e sembra una fiaba. La santa e il genio, lei che lo incontra e lo riconosce quando è solo un bambino orfano di padre, su cui nessuno scommetterebbe una lira.
Ma non è una fiaba, come spiega con serena certezza il cardinale di New York. Semplicemente, la suora che comprese che quel bambino "doveva" prendere lezioni di pianoforte era una vera educatrice.
Una che non aveva solo in mente come dare a quel ragazzo le "competenze" necessarie a dargli un mestiere, ma, avendo intravisto in lui il bagliore di un singolare talento - come la luce ancora offuscata di un diamante grezzo - sapeva di doverlo coltivare.
Chissà, forse qualche saggio avrà detto che quella suora era matta, e che quel bambino aveva più urgente bisogno di imparare un mestiere sicuro. Ma lei, era certa. Forse perché aveva osservato come quel ragazzino guardava le dita di un pianista, durante una festa a scuola.
Forse perché aveva visto come istintivamente quelle mani di bambino si muovevano sulla tastiera - come se Dio, le avesse messe al mondo apposta. Educare, è anche riconoscere, nel seme, la pianta; nel segno, la vocazione.
La santa che riconobbe in un bambino un genio del jazz, è anche la storia dell'antico talento educativo cristiano.

lunedì 13 novembre 2006

THANK YOU MR. MONDA!

A seguire due articoli apparsi sul quotidiano IL FOGLIO che l'autore, il nostro amico Andrea Monda, "true chestertonian" (http://www.asterione.org/pagina.php?pag=monda), ci ha gentilmente concesso di pubblicare...

Grazie infinite Andrea!

La SOCIETA' CHESTERTONIANA ITALIANA

Una risata ci salverà, parola di Benedetto XVI.

dal FOGLIO del 19/08/2006

Tra Chesterton e Huizinga qualche breve nota sull’intervista televisiva di Benedetto XVI

Non c’è argomento più stucchevolmente new age di quello del volo degli angeli e non c’è persona più radicalmente contrapposta a tutte le pseudo-culture che vengono generalmente etichettate con quella sigla di papa Ratzinger, eppure nel chiudere l’intervista televisiva, la seconda dall’inizio del suo pontificato, concessa a un pool di network tedeschi e trasmessa domenica scorsa, il pontefice ha fatto riferimento proprio agli angeli invitando anche gli uomini mortali a librarsi in volo. Alla singolare domanda: “quale ruolo hanno nella vita di un Papa lo humour e la leggerezza dell’essere?”, Benedetto XVI ha infatti risposto: “io non sono un uomo a cui vengano in mente continuamente barzellette. Ma saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo tanta importanza”.
E’ una battuta che merita più di una battuta. Innanzitutto il Papa ha ben presente il fatto che l’umorismo è una cosa molto seria, non è “dire barzellette”. Si tratta invece di “saper vedere”. Nella sua enciclica Deus Caritas est ha affermato che ciò che conta, ciò di cui l’uomo ha sempre bisogno, è “un cuore che vede”. L’umorismo, questa capacità di visione, di rovesciare la prospettiva e cogliere la gioia (e anche il divertimento, dice il Papa) insita nell’esistenza umana, si rivela quindi un metodo, una strada, una saggezza che risulta vitale e “molto importante”, per ogni uomo, anche per il Papa e “il suo ministero”. L’umorismo del resto è, anche etimologicamente, fratello dell’umiltà e tutti e due provengono dall’humus, dalla terra. Solo chi ha i piedi ben piantati per terra, chi riconosce la sua “adamiticità” (Adamo, cioè il “terroso”, secondo la Genesi), può volare alto, fino al cielo. E’ questo il miracolo paradossale dell’umorismo, come spiega Benedetto XVI con la citazione finale (un vero “colpo d’ala” verrebbe da dire) sul volo degli angeli.
Lo scrittore citato è Gilbert Keith Chesterton, geniale scrittore inglese scomparso settanta anni fa e che, quasi a contrastare il diffuso oblio che lo circonda, il Papa di continuo “cita” senza nominare con parole e gesti, allusioni e battute. Più che di citazioni dirette, come quest’ultima sugli angeli e la condanna della seriosità, si tratta di una vera e propria simbiosi, un’identità di vedute, una condivisione di prospettive che rendono superflui i richiami espliciti. Leggerezza e candore sono per esempio due caratteristiche comuni a entrambi, una leggerezza che fa rima con sottigliezza, profondità e acume, e un candore “spudorato”, che spinge per esempio il pontefice a confessare quanto sia faticoso il suo ministero (“ma in ogni caso cerco di trovare anche in questo la gioia”) e, al contrario, quanto lui sia debole di fronte a tale impegno: “Devo dire che io non mi sento molto forte tanto da mettere in agenda ancora molti grandi viaggi...vorrei andare con il “dosaggio” che mi è possibile”. Sia lo scrittore-umorista che il papa-teologo hanno poi ben presente che il mondo moderno non vive una crisi morale quanto piuttosto ha subito un tracollo mentale. E’ la ragione non l’etica ad uscire sconfitta dal XX secolo e proprio per questo motivo, come ha ripetuto davanti alle telecamere tedesche, “credere è diventato più difficile, poiché il mondo in cui ci troviamo è fatto completamente da noi stessi e in esso Dio, per così dire, non compare più direttamente.”. Entrambi concordano sul fatto che un mondo senza Dio non è un mondo di atei illuminati ma di bui creduloni. Lo scriveva Chesterton nel suo saggio Eretici del 1905, lo ripete un secolo dopo il Papa, estendendo il discorso alla questione islamica: “Dall’altra parte l’Occidente viene toccato fortemente da altre culture in cui l’elemento religioso originario è molto forte, e che sono inorridite per la freddezza che riscontrano in Occidente nei confronti di Dio. E questa presenza del sacro in altre culture, anche se velata in molte maniere, tocca nuovamente il mondo occidentale, tocca noi, che ci troviamo al crocevia di tante culture. E anche nel profondo dell’uomo in Occidente e in Germania sale sempre nuovamente la domanda di qualcosa “di più grande””.
Insomma, per comprendere questo pontificato, accanto all’assolutista Agostino (secondo il neo-teologo Bersani), occorre rileggersi qualche saggio dell’umorista Chesterton, oppure, se proprio si vuole mantenere un’aria di serietà, si potrebbe riprendere in mano un piccolo saggio di Huizinga del 1935, La crisi della civiltà, scritto dal geniale storico olandese in quell’ora drammatica per l’Europa, avendo di fronte l’addensarsi le nubi dell’orrore nazista (Ha questo mondo le sue notti, e non sono poche, questa la citazione di Sam Bernardo posta in epigrafe), orrore che già dieci anni prima del conflitto mondiale rivela la sua natura scientifico-tecnologica e spinge l’autore ad affermare che “La barbarie può associarsi ad un’alta perfezione tecnica […] La divinità supreme dell’epoca nostra, meccanizzazione e organizzazione, ha portato vita e morte. Hanno reso tutto il mondo solidale, hanno stabilito dei contatti dappertutto, creato dappertutto la possibilità della collaborazione, della concentrazione di forze, della comprensione reciproca. In pari tempo hanno portato con sé inceppamento, ristagno, irrigidimento dello spirito preso fra i congegni che ci donavano.” Sono parole di Huizinga ma potrebbero essere del teologo e cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI che alle televisioni tedesche ha ribadito: “Il progresso può essere progresso vero solo se serve alla persona umana e se la persona umana stessa cresce; se non cresce solo il suo potere tecnico, ma anche la sua capacità morale. E penso che il vero problema della nostra situazione storica sia lo squilibrio fra la crescita incredibilmente rapida del nostro potere tecnico e quello della nostra capacità morale, che non è cresciuto in modo proporzionale”.
Settant’anni fa lo storico olandese si chiedeva: “La natura materiale è schiava delle catene che l’uomo ha foggiato. Che ne è però della vittoria sulla natura spirituale?” e osservava, cupamente, che “Il sintomo più grave è “l’indifferenza alla verità”, riscontrabile dappertutto”. E’ un’indagine lucida e coerente quella di Huizinga che lo conduce alle medesime conclusioni del Papa tedesco: : “Nelle antiche civiltà troviamo un comune ideale: l’onor di Dio – sia pure in diversi modi concepito – la giustizia, la virtù, la sapienza. Lo spirito dell’epoca nostra può darsi dica che questi sono concetti metafisici invecchiati e non bastevolmente definiti. Rinunciando a tali concetti l’unità della cultura è posta in dubbio. Ciò che rimane al suo posto è invero solo una somma di desideri tra loro contrastanti. […] il concetto di cultura si attua solo allorché l’ideale che ne determina l’indirizzo è più elevato degli interessi rivendicati dalla comunità stessa. La cultura deve avere un indirizzo metafisico; altrimenti non esiste”. Ci vuole una formazione del cuore, dice Benedetto XVI, un cuore che sia anche capace di ridere; non a caso il capolavoro di Huizinga è senza dubbio il suo saggio sull’Homo Ludens.
Andrea Monda

IN RICORDO DI CHESTERTON

dal FOGLIO DEL 14/06/2006:

In ricordo di Chesterton a 70 anni dalla morte – (sul Foglio 14/06/2006)
Settant’anni fa, il 14 giugno 1936, moriva Gilbert Keith Chesterton, giornalista, scrittore, umorista, critico d’arte inglese convertitosi al cristianesimo in età adulta per – si può dirlo tranquillamente senza timore di offenderne la memoria – sfuggire alla noia. Tutta la riflessione di questo geniale pensatore inglese si è sviluppata infatti attorno al rapporto noia-gioia, come ha sottolineato uno dei suoi lettori più acuti, l’argentino Jorge Luis Borges: “Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson […] Avrebbe potuto essere Kafka e Poe, ma coraggiosamente optò per la felicità”. Trovatosi sul baratro della vita, Chesterton ormai adulto (la conversione ufficiale avviene nel 1922) si rende conto di quello che dopo di lui e sulle sue tracce sperimentò un altro grande convertito inglese, Clive Staples Lewis e cioè che, innanzitutto, “i cristiani hanno torto ma gli altri sono così noiosi!”.
Questo è il primo passo verso la conversione: scoprire l’avventurosa bellezza della fede religiosa, il tremendo brivido dell’Essere rispetto a quello disperante del Nulla. Pieno di entusiasmo per la scoperta, Chesterton si tuffa, con la golosità di un bambino, nella fede cattolica che, continua Borges, “secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegalmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta”.
Questo grande poeta è oggi, anche in Italia quasi del tutto sconosciuto. E’ appena uscito, ripubblicato dalla Morcelliana ottanta anni dopo la prima edizione, il suo capolavoro “Ortodossia”, che si chiude con una memorabile pagina sulla gioia, definito “il gigantesco segreto del cristiano”; ma, viene spontaneo chiedersi, quale frequentatore di librerie scoprirà l’esistenza di questo piccolo gioiello?
Un lettore che ha scoperto e fatto tesoro della riflessione chestertoniana è stato Joseph Ratzinger. Anche questo primo anno di pontificato di Benedetto XVI può essere facilmente letto e agevolmente compreso alla luce della dicotomia noia-gioia sin dal primo discorso: “Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande […] non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo”.
La monotonia dell’eresia
Benedetto XVI, come Chesterton, ha scoperto la forza benefica del paradosso e di continuo la sua voce si è alzata per provocare, stimolare e incalzare l’uomo contemporaneo distogliendolo dalle sue pigrizie mentali. Per esempio quando ha invitato i non credenti a vivere “come se Dio esistesse”, parole da brivido sulla bocca di un pontefice. Come quando sulle montagne della Val d’Aosta ha affermato la “fallibilità” del Papa. Oppure quando, parlando ai giovani polacchi il 27 maggio scorso, li ha esortati dicendo: “Non abbiate paura di essere saggi, cioè non abbiate paura di costruire sulla roccia!”. Qui è fortissimo l’eco di Chesterton che in Ortodossia afferma: “Taluni hanno preso la stupida abitudine di parlare dell’ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c’è invece niente di così pericoloso e di così eccitante come l’ortodossia: l’ortodossia è la saggezza e l’essere saggi è più drammatico che l’essere pazzi. La chiesa non scelse mai le strade battute, ne accettò i luoghi comuni, non fu mai rispettabile. E’ facile essere pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un’epoca si metta alla testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa; è sempre facile essere modernisti, come è facile essere snob”. In queste battuta in effetti è racchiuso molto del significato del pontificato di Benedetto XVI, un Papa che sa che la chiesa non è mai (né può essere mai) “rispettabile”.
Alle sabbie mobili del relativismo e del nichilismo egli contrappone la chiesa fondata sulla roccia di Pietro. E qui c’è un altro paradosso, quello dell’umiltà, la più controversa delle virtù, che, come ricordava Mario Soldati quando la si ha, si crede di non averla, e come uno pensa di averla, la perde. La roccia su cui è fondata la chiesa di Cristo, Pietro di Galilea, cioè Benedetto XVI, è una roccia molto fragile. E’ proprio Benedetto XVI a dirlo nelle ultime catechesi pubbliche del mercoledì, tutte incentrate sulla figura dell’apostolo Pietro. In particolare in quella del 24 maggio ha osservato: “La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere niente! Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione”. Il Papa è “niente”. Parola di pontefice.
Il filo paradossale su cui si muove il pontefice-pensatore nel compiere la sua missione, è sottile e inquietante. Solo chi vuole stare al caldo delle sue sicurezze può non farsi inquietare, solo chi non vuole vedere e ascoltare, può ancora fantasticare della “chiesa-corazzata”, chiusa nella sua intolleranza non dialogante, che si muoverebbe verso nuove terre di conquista con la forza e sotto la sferza del Papa-panzer. Non c’è, invece, Papa più dialogante di questo piccolo uomo tedesco (come sa bene anche il suo amico Hans Kung, per ventisette anni mai ricevuto da Wojtyla e subito accolto da Ratzinger) che avverte con tremore la profondità del Mysterium Ecclesiae, quel mistero espresso efficacemente dall’ennesimo paradosso dell’inglese Chesterton: “Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la sua chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole”.
Andrea Monda

domenica 12 novembre 2006

Chesterton e Giovannino Guareschi 2 - La democrazia dei morti



"Io sono ancora il democratico d'allora. Senza più cimici e pidocchi e pulci; senza più topi che mi camminano sulla faccia, senza più fame, anzi, senza appetito addirittura, e con tanto tabacco, ma sono ancora il democratico di allora, e sul nostro Lager non direi una parola che non fosse approvata da quelli del Lager. Da quelli vivi e da quelli morti. Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia".

Giovanni Guareschi, Diario Clandestino

"La tradizione può essere definita, come una estensione del diritto politico. Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E' la democrazia dei morti. La tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che per caso si trovano ad andare attorno. I democratici respingono l'idea della squalifica per il fatto accidentale della morte. La democrazia ci insegna di non trascurare l'opinione di un saggio, anche se è il nostro servitore, la tradizione ci chiede di non trascurare l'opinione di un saggio, anche se è nostro padre. Io non posso, comunque, separare, le due idee di tradizione e di democrazia: mi sembra evidente che sono una medesima idea. Avremo i morti nei nostri consigli. I Greci antichi votavano con le pietre, essi voteranno con le pietre tombali. Ciò è perfettamente regolare e ufficiale: la maggior parte delle pietre tombali, come delle schede elettorali, sono segnate da una croce"

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

martedì 7 novembre 2006

Articoli su Chesterton - 2


Da Tracce n° 6 di Giugno 2003 - Tracce è il mensile del Movimento di Comunione e Liberazione

Chesterton
I paradossi di un inguaribile realista

Laura Cotta Ramosino


Uno sguardo straordinariamente acuto sulla crisi dell’uomo contemporaneo, senza essere però un personaggio lugubre: Gilbert Keith Chesterton, autore di romanzi, racconti, gialli, saggi e biografie di santi, nelle sue opere enuncia le verità semplici e sconcertanti del cristianesimo. Perché la realtà non è altro che il campo d’azione di Dio

È imminente la pubblicazione nella collana de “i libri dello spirito cristiano”, di una raccolta (Il pugnale alato e altri racconti) dello scrittore inglese G.K.Chesterton, noto nel mondo anglosassone semplicemente come GKC, e da noi soprattutto come creatore del celeberrimo prete detective Padre Brown. Uno scrittore dal profilo (anche fisico) enorme, che nasconde, sotto la fama forse un po’ riduttiva di grande giallista, uno sguardo straordinariamente attuale e acuto sulla crisi del mondo contemporaneo, di cui aveva colto i semi già all’inizio del secolo scorso. Chesterton, però, non è un lugubre profeta della crisi; anzi, è senza dubbio un inguaribile ottimista. Ben lontano dal “pensiero positivo” di tanti pseudo-intellettuali, GKC è infatti un ottimista della ragione: la gioia nasce per lui innanzitutto dall’inesauribile meraviglia di esserci. Così scriveva in Ortodossia: «Tutto l’ottimismo di quest’epoca è stato falso e scoraggiante, per questa ragione: che ha sempre cercato di provare che noi siamo fatti per il mondo. L’ottimismo cristiano invece è basato sul fatto che noi non siamo fatti per il mondo».

Verità semplici e dimenticate
Se si dovesse definire Chesterton con una sola figura retorica, questa sarebbe certamente il paradosso: è attraverso una serie di paradossi geniali e sconcertanti, infatti, che Chesterton ci mostra la sua visione della realtà e dell’uomo. Non si tratta del puro gusto di stupire; spesso e volentieri le verità enunciate dai suoi protagonisti sono le più semplici e quotidiane e, proprio per questo, le più facilmente dimenticate. Come quando Innocent Smith, il protagonista de Le avventure di un uomo vivo, dice «la verità è che quando gli uomini sono eccezionalmente alacri e inebriati di libertà e d’ispirazione, devono sempre finire, e finiscono sempre col creare istituzioni. Cadono nell’anarchia quando sono stanchi, ma finché sono allegri e pieni di forza, fissano leggi, invariabilmente».
In questo suo gusto del paradosso Chesterton, comunque, si dimostra profondamente cristiano: non sono forse il dogma della Trinità, o quello della natura divina e umana di Cristo, paradossi che sfidano la ragione umana costringendola ad andare oltre se stessa? Oltre se stessa, ma mai contro se stessa. Perché, come dice Padre Brown, ne La croce azzurra, «attaccare la ragione è cattiva teologia». Infatti, il cristianesimo è per Chesterton un fatto eminentemente razionale: «La difficoltà nello spiegare perché sono cattolico consiste nel fatto che vi sono diecimila ragioni, tutte riconducibili a un’unica ragione: che il cattolicesimo è vero».

La felicità, un luogo fisico
Ne L’uomo che fu Giovedì, forse il suo romanzo più noto, Chesterton immagina che in Inghilterra sia in atto una terribile congiura di anarchici, il cui comitato direttivo è formato da sette uomini, identificati con i giorni della settimana e capeggiati dal misterioso quanto terribile Domenica. Chesterton vede nell’anarchia non il nobile tentativo di creare un mondo nuovo, ma l’espressione dell’ideologia distruttiva di un gruppo di intellettuali impazziti, ben lontani da quel popolo che si vantano di rappresentare. Così il giovane poeta Gabriel Syme si arruola in una speciale polizia anti-anarchica e si infiltra nelle fila dell’organizzazione fino a penetrare nel comitato direttivo, con il nome, appunto, di Giovedì. È in uno dei primi scontri con un suo “collega” anarchico che Syme esprime la sua fiducia nel quotidiano e l’essenza della poesia, in opposizione alle sue derive distruttive: «Lei dice con sprezzo che quando si lascia Sloane Square si arriva alla stazione Victoria: io dico che invece potrebbero capitare centinaia di cose, e tutte le volte che ci arrivo per davvero ho l’impressione di essermela scapolata per un capello. E quando odo il controllore gridare “Victoria!” quella non è una parola priva di significato, per me: è il grido di un araldo che annuncia una conquista; è una “vittoria” vera e propria: è la vittoria di Adamo». Alla fine si scoprirà che il comitato supremo degli anarchici è formato tutto da… poliziotti, dei “giovani asini ben intenzionati”, come li definisce Domenica. In un finale rocambolesco e surreale quella che era iniziata come la caccia al capo supremo dell’anarchia si trasforma in uno straordinario incontro con il mistero della vita: «Il male è troppo grande e non possiamo fare a meno di credere che il bene sia un accidente, ma il bene è tanto grande che sentiamo per certo che il male potrà essere spiegato». E forse tutta la storia (scritta prima della conversione ufficiale di Chesterton al cattolicesimo) non è altro che un’allegoria del discorso di san Paolo all’Areopago: tutta la realtà non è altro che il campo d’azione di quel Dio ignoto, che «… ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché gli uomini lo cercassero, se mai arrivino a trovarlo, andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi». Ma il compimento dell’uomo, aggiunge Chesterton, si trova sempre in un luogo, mai in astratte generalizzazioni: «Uno studio più penetrante delle unità di tempo e di luogo, quali furono delineate per la drammaturgia greca, (…) ci avrebbe indicato perché i poeti, pagani o meno, siano tornati continuamente all’idea della felicità come di un luogo fisico per l’umanità in quanto persona. Ci avrebbe indicato perché il mondo è sempre in cerca di assoluti che non siano astrazioni, perché il paese delle fate era pur sempre un paese e perfino il superuomo era quasi un uomo».

La passione per il giallo
Ma la curiosità per il reale si manifesta in Chesterton soprattutto nella passione per il genere narrativo che doveva dargli la celebrità: il giallo. In una semiseria difesa della letteratura popolare in generale e della detective story in particolare, Chesterton dice, scherzosamente, ma non troppo, che «non solo il giallo è una forma d’arte perfettamente legittima, ma presenta altresì certi vantaggi ben definiti e reali in quanto fattore di pubblico benessere. Il primo valore essenziale del giallo risiede nel fatto che è la prima e unica forma di letteratura popolare in cui si esprime in qualche modo la poesia della vita moderna». Alla base del giallo, quindi, c’è soprattutto l’attenzione alla vita e alle cose che, se attentamente osservate, possono rivelare i loro misteri e segreti. Anzi, secondo Chesterton, un buon giallo può addirittura diventare la chiave di lettura dell’esistenza umana: «Il romanzo avventuroso della polizia rappresenta così l’intera avventura umana, ed è basato sul fatto che la moralità è la più oscura e ardita delle cospirazioni».

Il metodo di Padre Brown
Chesterton ha scritto diversi racconti gialli, ma non c’è dubbio che il suo personaggio più famoso resti il mite e apparentemente ingenuo Padre Brown, il prete cattolico che si serve della sua lunga esperienza in confessionale per indagare la psicologia dei criminali e risolvere i crimini più strani e che, per stessa ammissione di Chesterton, è ispirato alla figura di Padre O’Connor, cui si deve in gran parte la conversione dello scrittore.
Ma qual è il metodo investigativo di Padre Brown? Non certo quello “scientifico” di Sherlock Holmes, ma piuttosto quello di una stupefacente immedesimazione. Ne Il segreto di padre Brown, il piccolo prete confessa a un giornalista che lo sta intervistando di essere lui stesso l’assassino in tutti i delitti di cui si è occupato e poi aggiunge: «Io non ho proprio ucciso quegli uomini materialmente. Intendo dire che ho pensato e ripensato come un uomo possa diventare così, finché non mi resi conto che ero simile a lui, in tutto, eccetto che nella volontà di compiere l’azione finale». E ne Il martello di Dio, che è anche uno straordinario studio della posizione cattolica, protestante e laicista sull’uomo e il peccato, Padre Brown aggiunge umilmente: «Sono un uomo e perciò ho il cuore pieno di diavoli». È proprio da questo riconoscimento del male che è dentro ogni uomo, e non solo nei criminali, che nasce anche la capacità di misericordia che non è mai solamente umana, ma è propria solo del cristiano. E la grandezza di Padre Brown, più ancora che nelle sue doti investigative, sta proprio nella sua inesauribile apertura al bene che può trovarsi anche nel fondo del cuore di un assassino; una genialità ecumenica tutta cattolica, che lo porta a lottare, più ancora che per l’affermazione di un’astratta giustizia, per la salvezza di ogni anima che incroci la sua strada.
STORIA
1874
Gilbert Keith Chesterton nasce a Londra, da una famiglia borghese di confessione anglicana. Dopo i primi studi alla St. Paul School, si iscrive alla Slade School of Art per studiare pittura e passa poi allo University College. Comincia a scrivere sullo Speaker e sul Daily News, affermandosi, grazie alla straordinaria verve polemica, come giornalista e saggista pungente.
Alla redazione del Daily News incontra lo scrittore cattolico Hilaire Belloc, con il quale fonda la Lega distribuzionistica: un movimento politico ed economico che si propone di aiutare lo sviluppo della piccola proprietà e della piccola industria contro i latifondi e grandi trust, ispirandosi al modello di società medioevale e alla dottrina sociale della Chiesa.
1900
Esce la sua prima raccolta di versi, The Wild Knight; seguiranno saggi di critica letteraria e sociale, romanzi e opere teatrali.
1901
Sposa Frances Webb, una poetessa di qualche anno più vecchia di lui. In quegli anni, insieme all’amico Belloc, prende posizione contro la guerra condotta dall’Inghilterra in Sud Africa contro i Boeri.
1908
Pubblica una difesa della fede cristiana intitolata Orthodoxy (Ortodossia).
1922
Si converte alla Chiesa cattolica, cui già da tempo si era avvicinato, grazie all’influenza di Belloc, ma anche di padre John O’Connor. Chesterton scriverà diverse opere di “apologetica”, in cui difende la ragionevolezza della posizione cattolica di fronte alla mentalità contemporanea.
1925
In polemica con H.G. Wells, pubblica The Everlasting Man (L’uomo immortale). Polemizza, ma senza asprezza, anche con G.B. Shaw.
1936
Muore il 14 giugno a Beaconsfield; in quell’occasione papa Pio XI manda un telegramma di cordoglio in cui piange «un devoto figlio della Santa Chiesa, difensore ricco di doni della Fede cattolica». Prima di lui il solo inglese che si era meritato il titolo di “difensore della fede” era stato Enrico VIII.

A proposito di libertà...


Ah, io non posso concepire né tollerare alcuna utopia che non mi lasci la libertà che mi è più cara: la libertà di vincolare me stesso.

Gilbert K. Chesterton, Ortodossia

Articoli su Chesterton


Da Tracce n° 8 del settembre 2005 - Mensile del movimento di Comunione e Liberazione

G.K. Chesterton
Il cristianesimo, una continua avventura
Stratford Caldecott

Uno studioso inglese propone la rilettura del pensiero di Chesterton alla luce dell’incontro con don Giussani. Entrambi vissero la fede come dono

Per alcuni anni mia moglie e io siamo stati soliti frequentare una Scuola di comunità di Boston, ed è stato così che abbiamo conosciuto gli scritti e l’influenza di don Giussani. In seguito ci siamo recati in Italia per gli Esercizi spirituali e siamo stati così fortunati da incontrarlo di persona. Per molti versi gli anni trascorsi nel movimento sono stati formativi per noi. Ci hanno dimostrato che la fede, quando è vissuta, dà origine a una cultura. Ci hanno mostrato come l’attuale sete di esperienza spirituale possa essere soddisfatta all’interno della Chiesa cattolica. Ci hanno introdotto alla teologia di Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar, che ha fornito la chiave per un’autentica interpretazione del Concilio Vaticano II. Grazie all’esperienza del movimento abbiamo sentito il bisogno di un giornale che esprimesse la bellezza della fede e le sue possibilità culturali, e lo abbiamo chiamato Second Spring (Seconda Primavera), da un famoso sermone tenuto da John Henry Newman nel 1852 che profetizzava una rinascita della Chiesa cattolica in Inghilterra.
Ci sono molti grandi scrittori citati da monsignor Giussani nei suoi scritti, e in particolare numerose affinità fra il suo pensiero e quello dei grandi apologeti inglesi seguaci di Newman, come G.K. Chesterton e C.S. Lewis nel XX secolo. Voglio qui soffermarmi sulla presenza di Chesterton negli scritti di Giussani, dal momento che il nostro lavoro sembra ruotare sempre più intorno a G.K. Chesterton. Prolifico e straordinario giornalista, romanziere, poeta e drammaturgo morto nel 1936, Chesterton rappresenta tuttora una grande speranza per la rinascita del cristianesimo, una rinascita proprio nello spirito di Comunione e Liberazione.
Primizia di umanità nuova
A mio avviso, il cuore del libro di Giussani Perché la Chiesa è questo brano: «Chi vive il mistero della comunità ecclesiale riceve un cambiamento della sua natura. […] Questa dovrebbe essere la curiosità dell’avventura cristiana, cioè del nascere e dello stabilirsi nel mondo di questa creaturalità nuova, “primizia” di un’umanità nuova. E non siamo chiamati ad annunciare solo a parole questa rigenerazione, siamo anzi invitati a un’esperienza». Abbiamo udito l’espressione biblica “primizia” così spesso, ma Giussani la rinnova prendendola sul serio. Il brano prosegue: «Immaginare che il cristianesimo possa ridursi ad affermazioni verbali - e una simile immaginazione può colpire chiunque, anche chi si reputa cristiano - significa ritrarsi da quel fascino di un’avventura unica, significa ritrarsi dal cristianesimo come vita» (L.Giussani, Perché la Chiesa, Milano 2003, pp. 240-241).
È la parola “avventura”, più di ogni altra, che avvicina Giussani a Chesterton, il quale sperimentò il cristianesimo nello stesso modo - come un’avventura continua. In un celebre brano tratto dal suo libro Ortodossia, Chesterton scrive di quanto sarebbe stato semplice per i cristiani perdersi in qualunque capriccio ed eresia, dallo gnosticismo alla Christian Science. «Taluni hanno preso la stupida abitudine di parlare dell’ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c’è invece, niente di così pericoloso e di così eccitante come l’ortodossia: l’ortodossia è la saggezza, e l’esser saggi è più drammatico che l’esser pazzi; è l’equilibrio di un uomo dietro cavalli che corrono a precipizio, che pare si chini da una parte, si spenzoli da quell’altra, e pure, in ogni atteggiamento, conserva la grazia della statuaria e la precisione dell’aritmetica.

Come un cavallo da guerra
La Chiesa nei primi tempi fu superba e veloce come un cavallo da guerra; ma è assolutamente antistorico dire che essa seguì puramente il dirizzone di un’idea - come un volgare fanatismo. Essa deviò a destra e a sinistra con tanta esattezza da evitare enormi ostacoli; lasciò da un lato la grande mole dell’arianesimo, sostenuta da tutte le forze del mondo che volevano rendere il cristianesimo troppo mondano; un momento dopo doveva scansare l’orientalismo, che l’avrebbe troppo allontanato dal mondo. La Chiesa ortodossa non scelse mai le strade battute, né accettò i luoghi comuni; non fu mai rispettabile. Sarebbe stato facile accettare la potenza terrena degli ariani; sarebbe stato facile, nel calvinistico diciassettesimo secolo, cadere nel pozzo senza fondo della predestinazione. È facile esser pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un’epoca si metta alla testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa; è sempre facile essere modernisti, come è facile essere snob. Cadere in uno dei tanti trabocchetti dell’errore e dell’eccesso, che, da una moda all’altra, da una setta all’altra, sono stati aperti lungo il cammino storico del cristianesimo - questo sarebbe stato semplice. È sempre semplice cadere; c’è una infinità di angoli a cui si cade, ce n’è uno soltanto con cui si sta ritti. Perdersi in qualunque capriccio, dallo Gnosticismo alla Christian Science, sarebbe stato ovvio e banale. Ma averli evitati tutti è l’avventura che conturba; e nella mia visione il carro celeste vola sfolgorante attraverso i secoli, mentre le stolide eresie si contorcono prostrate, e l’augusta verità oscilla ma resta in piedi» (G.K. Chesterton, Ortodossia, Brescia 1966, pp. 138-139).

Sul palcoscenico trinitario
Chesterton, che come Giussani scrisse molto sul cristianesimo, non commise mai l’errore di ridurre la fede a una questione di “affermazioni verbali”. La fede è un dono, e potremmo perderlo in centinaia di modi se non preghiamo con il cuore, se non viviamo l’avventura. Essere in Cristo significa stare su un palcoscenico trinitario, prendere parte a quello che Von Balthasar ha definito un «teodramma». Troppo facilmente ci sediamo in disparte e osserviamo lo spettacolo da un comodo posto, «ritraendoci dal cristianesimo come vita».
Il senso di avventura, di vita e di fede come un dono continuo del quale dobbiamo essere grati, il senso di immensa riconoscenza per ogni respiro, ogni amico, ogni apparente incontro fortuito, permea la vita e le opere di Chesterton. Lo vediamo, per esempio, nella sua breve biografia di san Francesco d’Assisi, il santo che più si avvicinò a Cristo perché riuscì a sconvolgere il mondo. Verso la fine del libro, Chesterton sembra quasi riassumere la propria spiritualità scrivendo a proposito di san Francesco: «Egli fu soprattutto un gran donatore, che attuò il miglior modo di donare, detto “rendimento di grazie”. Se un altro grand’uomo (cardinale Newman) scrisse una grammatica dell’assenso, di Lui può dirsi benissimo che scrisse una grammatica di accettazione: una grammatica di gratitudine. Poiché comprese in tutta la sua profondità la teoria del ringraziare, e quella profondità è un abisso senza fondo. […] E conobbe ancora che noi possiamo meglio misurare il torreggiante miracolo del semplice fatto della nostra esistenza se riusciamo a constatare che se non fosse per una straordinaria grazia non saremmo esistiti» (G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Milano 1977, p. 153).

* Direttore del G.K. Chesterton
Institute for Faith & Culture in Gran Bretagna e dirige il giornale
Second Spring

lunedì 6 novembre 2006

Le opere di Gilbert in rete

Da questo link accederete alla pagina di Martin Ward, contenente i testi delle opere di Chesterton in lingua inglese pubblicati sul web. Il link cliccabile è qui a destra.
Non è male se pensate che il poco pubblicato in italiano è pochissimo ristampato...

http://www.dur.ac.uk/martin.ward/gkc/books/

martedì 31 ottobre 2006

lunedì 30 ottobre 2006

COME IL SEME CHE BISOGNA SALVARE. La gioia dell'incontro, casuale con Giovannino Guareschi


Dal nostro amico Andrea un favoloso contributo (GRAZIE!!!)

«Pochi istanti dopo s'udì partire a motore imballato la giardinetta della ragazza e don Camillo uscì dal confessionale e andò a sfogare col Cristo dell'altar maggiore la tristezza del suo animo:
“Signore, se questi giovani che si prendono gioco delle cose più sacre sono la nuova generazione, che mai sarà della Vostra Chiesa?”
“Don Camillo” rispose con voce pacata il Cristo “Non ti lasciare suggestionare dal cinema e dai giornali. Non è vero che Dio ha bisogno degli uomini: sono gli uomini che hanno bisogno di Dio. La luce esiste anche in un mondo di ciechi. È stato detto 'hanno gli occhi e non vedono'; la luce non si spegne se gli occhi non la vedono.”
“Signore: perché quella ragazza si comporta così? Perché per ottenere una cosa che potrebbe facilmente avere soltanto se chiedesse, deve estorcerla, carpirla, rubarla, rapinarla?”
“Perché, come tanti giovani, è dominata dalla paura d'essere giudicata una ragazza onesta. È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d'essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d'essere considerati disonesti.”
Don Camillo spalancò le braccia:
“Signore, cos'è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”
“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l'autodistruzione di cui parlavo. L'uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L'unica vera ricchezza che, in migliaia di secoli, aveva accumulato. Un giorno non lontano si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell'uomo sarà quello del bruto delle caverne.
“Signore: la gente paventa le armi terrificanti che disintegrano uomini e cose. Ma io credo che soltanto esse potranno ridare all'uomo la sua ricchezza. Perché distruggeranno tutto e l'uomo, liberato dalla schiavitù dei beni terreni cercherà nuovamente Dio. E lo ritroverà e ricostruirà il patrimonio spirituale che oggi sta finendo di distruggere. Signore, se questo è ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”
Il Cristo sorrise.
“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l'asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza.
“Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede.
“Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d'ogni razza, d'ogni estrazione, d'ogni cultura.”
“Signore” domandò don Camillo: “volete forse dire che il demonio è diventato tanto astuto che riesce, talvolta, a travestirsi perfino da prete?”
“Don Camillo!” lo riproverò sorridendo il Cristo. “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”»

GIOVANNINO GUARESCHI “È di moda il ruggito della pecora”, pubblicato su Oggi n. 45 del 10 novembre 1966, ora compreso in “Don Camillo e don Chichì” (già “Don Camillo e i giovani d'oggi”) ed. BUR Rizzoli, 1996, pgg. 134-137.

Questo dialogo tra il Cristo e un don Camillo che ormai (siamo nel 1966) è quasi spaesato rispetto al “mondo nuovo” che sta irrompendo nella sua piccola società di provincia, è quanto di più commovente, profetico, amaro e pieno di speranza abbia letto in quella bellissima ultima raccolta di racconti del Mondo Piccolo, che Giovannino Guareschi ci ha offerto un paio d'anni prima di morire. Quarant'anni fa, proprio in questi giorni Giovannino scriveva questa novella nella il suo pretaccio di campagna, affronta con dolore la sfrontatezza della nipote “sessantottina”, che si confessa senza pentirsi del proprio peccato (aspetto che per un prete nato e cresciuto con il catechismo di Pio X è intollerabile): il dolore di un uomo che riesce a vedere a quarant'anni di distanza il proprio simile che “si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell'uomo sarà quello del bruto delle caverne”; il dolore di un uomo che si accorge che i suoi simili si stanno “autodistruggendo” perdendo tutto quello che può sostenerli; il dolore di un uomo che si accorge che il demonio sta diventando sempre più furbo, mascherandosi anche da prete. È un racconto che ha in sé la potenza del grande grido esistenziale, dipinto con i tratti leggeri, chiari, paterni, di tutti i racconti di Guareschi: il grido di un uomo che si sta avvicinando agli ultimi giorni e cerca di guardare il suo Piccolo Mondo, con lo stesso sguardo incantato e commosso di vent'anni prima e si accorge che quel mondo sta piano piano, inesorabilmente autodistruggendosi. E di fronte a tutto ciò, il cuore ferito di Guareschi, fa ciò che il suo cuore semplice gli suggerisce: domanda, chiede, a quel Cristo appeso alla croce che sempre gli è stato presente e l'ha accompagnato per tutta la vita. (per inciso: in quest'ultima raccolta di Guareschi i dialoghi tra don Camillo e il suo Cristo, sono sempre più rari e la voce del Cristo, appare sempre distante, perché don Camillo è fuori dalla Chiesa o perché è il Crocifisso stesso che viene “sfrattato” dallo zelo del prete post-conciliare e cattocomunista don Chichì; mentre in questo racconto la voce del Cristo è vicina e potente, come la sua presenza... tutto ciò non è un caso. Non può esserlo... Scusami Giovannino se ho travisato!). E alla domanda sincera del cuore, il Cristo si commuove e, in uno dei più alti pezzi di letteratura che abbia letto, il Cristo (coscienza di Guareschi) dà a don Camillo e a tutti i cristiani il proprio compito: “Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede”. Cosa c'è di più bello, per descrivere quello che è una Compagnia Cristiana! Questo è lo scopo e il significato di una amicizia cristiana, come è questa Società Chestertoniana di cui faccio parte. Cos'è l'amicizia cristiana se non un luogo che possa aiutare che possiede ancora la fede a mantenerla intatta di fronte al deserto spirituale che avanza? Il nostro caro Gilbert (di cui tra l'altro c'è tutto l'eco anche nelle immagini che Guareschi usa... cfr il riferimento al mondo di pazzi in cui “il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione”) non ci aiuta forse a mantenere intatto il seme ella nostra nostra fede?
Questa citazione vuole essere il mio piccolo, modesto contributo a questa esperienza che sta continuando a tenere vivo in me quel seme, nato dall'incontro con la compagnia cristiana. Appena letta questa pagina, ho proprio pensato che questo è lo scopo per cui da tutte le parti di Italia, si è riunito questo strano gruppo di uomini. E questo vuole essere un grazie, per l'opportunità che mi date: l'opportunità di far diventare la mia passione per la letteratura, non solo un mero passatempo “borghese”, ma una reale possibilità per la mia conversione.

Andrea Collina

lunedì 23 ottobre 2006

L'oggi e Chesterton

E' tanto lontano dall'oggi questo passaggio di Chesterton?
E' tanto distante l'oggi, fatto di referendum su leggi quaranta, di disquisizioni sulla personalità dell'embrione, di eutanasie, di pacs e robaccia varia?
Chesterton aveva visto tutto. Proprio tutto. Ma lui aveva gli anticorpi. E noi?

La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto".

G. K. Chesterton, Eretici, 1905

Chesterton e Giovannino Guareschi



“Non muoio neanche se mi ammazzano”

Giovannino Guareschi, Diario Clandestino

"Sì: Innocenzo Smith, in quest'ultima, come in cento altre occasioni, s'è condotto secondo un principio semplicissimo, e sul quale non c' è proprio nulla da ridire. Parrà stravagante e strampalato nel contrasto della nostra vita moderna. ma non più d'altri principi che ricevono comunissima applicazione. Questo principio, brevemente, può formularsi così: Innocenzo rifiuta di morire finché è vivo".

Gilbert Keith Chesterton, Le avventure d'un uomo vivo.

"Questo fu il mio primo problema, quello di indurre gli uomini a capire la meraviglia e lo splendore dell'essere vivi".

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia

"La misura di ogni felicità è la riconoscenza. Tutte le mie convinzioni sono rappresentate da un indovinello che mi colpì fin da bambino. L'indovinello dice: che disse il primo ranocchio? La risposta è questa: "Signore come mi fai saltare bene". In succinto c'è tutto quello che sto dicendo io. Dio fa saltare il ranocchio e il ranocchio è contento di saltellare".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

giovedì 19 ottobre 2006

Chesterton e Benedetto XVI


Chi fa entrare Cristo non perde nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande (...) non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla e dona tutto. Chi si dona a Lui, riceve il centuplo.

Non abbiate paura di essere saggi, cioè non abbiate paura di costruire sulla roccia!

Benedetto XVI

Taluni hanno preso la stupida abitudine di parlare dell'ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c'è invece niente di così pericoloso e di così eccitante come l'ortodossia: l'ortodossia è la saggezza e l'essere saggi è più drammatico che l'essere pazzi. La Chiesa non scelse mai le strade battute, né accettò i luoghi comuni, non fu mai rispettabile. E' facile essere pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un'epoca si metta alla testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa; è sempre facile essere modernisti, come è facile essere snob.

Gilbert Keith Chesterton

La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l'amarezza e l'umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l'umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere niente! Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore-credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.

Benedetto XVI

Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la sua Chiesa, e le porte dell'Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole.

Gilbert Keith Chesterton

mercoledì 18 ottobre 2006


Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.


Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936), scrittore britannico.

* A mio avviso il golf è un modo costoso di giocare alle biglie.
* Ai giorni nostri, la parte peggiore del lavoro è ciò che capita alla gente quando smette di lavorare.
* C'è un grande uomo che fa sentire ogni uomo piccolo. Ma il vero grande uomo è colui che fa sentire tutti grandi.
* C'è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l'intelletto.
* Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perchè comincia a credere a tutto.
* E Noè diceva spesso a sua moglie, quando si sedeva a tavola: "Non m'importa dove va l'acqua, purché non vada nel vino". (da Wine and water).
* Gli uomini coraggiosi sono tutti dei vertebrati: sono morbidi in superficie e duri nel mezzo.
* I bambini sono grati alla Befana che mette nelle loro calze doni di giocattoli e dolci. Posso io non essere grato a Dio che mi ha messo nelle calze il dono di due meravigliose gambe?
* I bambini sono innocenti e amano la giustizia, mentre la maggior parte degli adulti è malvagia e preferisce la misericordia.
* I fatti non hanno mai creato lo spirito della realtà, perché la realtà stessa è uno spirito.
* I ricchi sono la feccia della terra in ogni paese.
* Il buddismo non è un credo, è un dubbio.
* Il compromesso era solito significare che mezza pagnotta era meglio di niente. Tra i moderni statisti sembra realmente che mezza pagnotta sia meglio di una pagnotta intera.
* Il mondo non morirà mai di fame per la mancanza di meraviglie, quanto per la mancanza di meraviglia.
* Il poeta cerca solo di mettere la testa in cielo. È il logico che cerca di mettere il cielo dentro la propria testa. Ed è la sua testa che si spacca.
* Il povero onesto può a volte dimenticare la sua condizione, ma l'uomo ricco e onesto non lo può fare.
* Il semplice e crudo piacere di leggere può essere paragonato al piacere che una mucca prova mentre bruca.
* Il vero modo per amare qualsiasi cosa consiste nel renderci conto che la potremmo perdere.
* L'"ideale cristiano", ha detto qualcuno,"non è stato messo alla prova e trovato manchevole: è stato giudicato difficile, e non ci si è mai provati ad applicarlo". (da What's wrong with the world).
* L'istruzione è un periodo durante il quale si viene istruiti da qualcuno che non si conosce su qualcosa che non si vuole conoscere.
* L'uomo che lancia una bomba è un'artista perché preferisce un grande momento a tutto.
* L'uomo che non dà importanza al suo cambiamento non è un vero poeta.
* L'uomo non vive di solo sapone. (da All I survey)
* La Bibbia ci dice di amare i nostri vicini di casa, ed anche di amare i nostri nemici. Probabilmente perché spesso sono la stessa cosa.
* La crudeltà è, forse, il tipo peggiore di peccato. La crudeltà intellettuale è certamente il tipo peggiore di crudeltà.
* La dignità dell'artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo. (da Generally Speaking).
* La donna media è a capo di qualcosa di cui può fare ciò che vuole; l'uomo medio deve obbedire agli ordini e nient'altro. (da All thing considered).
* La famiglia è il test della libertà, perché è l'unica cosa che l'uomo libero fa da sé e per sé. (da Fancies versus fads).
* La felicità é uno strano personaggio: la si riconosce soltanto dalla sua fotografia al negativo.
* La gente litiga perché non può discutere.
* La musica a cena è un insulto sia per il cuoco che per il violinista.
* La primavera non è primavera se non arriva troppo presto. (da A Miscellany of Men)
* La psicanalisi è una confessione senza assoluzione.
* La serietà non è una virtù. Sarebbe un'eresia, ma un'eresia molto più giudiziosa, dire che la serietà è un vizio. (da Ortodossia).
* La tradizione non significa che i vivi sono morti, ma che i morti sono vivi.
* La vera contentezza è una cosa attiva come l'agricoltura. E' la capacità di tirar fuori da una situazione tutto quello che contiene. E' difficile ed è rara. (da A Miscellany of Men)
* Le circostanze spezzano le ossa di un uomo; ma non è mai stato dimostrato che esse spezzino l'ottimismo di un uomo.
* Le grandi opere letterarie sono sempre allegoriche: allegoriche di una qualche visione totale del mondo. (da The Ballad of the White Horse).
* Non abbattere mai una palizzata prima di conoscere la ragione per cui fu costruita.
* Non c’è una scienza nazionale esattamente come non c’è una tavola moltiplicativa nazionale; ciò che è nazionale non è più scienza.
* Non credo che il fato colpisca gli uomini qualunque cosa facciano, ma credo che il fato li colpisca a meno che essi non facciano qualcosa.
* Non è che essi non sappiano vedere la soluzione. E' che non sanno vedere il problema. (The Point of a Pin in The Scandal of Father Brown)
* Ogni architettura è grande dopo il tramonto: forse l'architettura è veramente un'arte notturna, come quella dei fuochi artificiali.
* Pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto fuorché la ragione.
* Per amare qualcosa bisogna rendersi conto che potremmo perderla.
* Puoi trovare il vero con la logica solo se hai già trovato il vero senza di essa. (The Man who was Orthodox)
* Sarebbe ingiusto passare sotto silenzio la definizione misteriosa ma suggestiva data, pare, da una bambina: «Un ottimista è un uomo che vi guarda gli occhi, un pessimista un uomo che vi guarda i piedi». (da Ortodossia)
* Se c'è qualcosa di peggio dell'odierno indebolirsi dei grandi principi morali, è l'odierno irrigidirsi dei piccoli principi morali. (da Tremendous Trifles)
* Se una cosa merita di essere fatta, merita di essere fatta male. (da What's wrong with the world).
* Si potrebbe compilare il peggior libro del mondo usando solamente passi scelti dei migliori scrittori esistiti.
* Si può conoscere il cosmo, ma non il proprio ego; il proprio io è più distante di ogni altra stella.
* Spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. (da Eretici)
* Talvolta l'uomo d'affari di successo fa i soldi grazie alla propria abilità ed esperienza, ma di solito li fa per sbaglio.
* Tutta la differenza fra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita; ma una cosa creata si ama prima che esista. (prefazione al Circolo Pickwick di Charles Dickens)
* Tutte le volte che un treno arriva alla stazione, io ho il senso che si sia aperta la strada sotto il fuoco di innumerevoli batterie, e che l'uomo abbia vinto il caos....Tenete per voi il vostro Byron che commemora le disfatte degli uomini. Io verserò lacrime d'orgoglio leggendo l'orario delle ferrovie. (citato da Emilio Cecchi in Scrittori inglesi e americani).
* Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia.
* Tutto era magnifico, paragonato al nulla.
* Un'avventura è solo una disavventura vista dal lato buono. (da All thing considered).
* Un'avventura è soltanto un fastidio considerato nel modo giusto. Un fastidio è soltanto un'avventura considerata nel modo sbagliato.
* Un bel racconto ci dice la verità sul suo vero eroe, ma un brutto racconto ci dice la verità sul suo autore.
* Un grande classico è uno scrittore che si può lodare senza averlo letto. (da All thing considered).
* Un uomo non può mai capire veramente un ragazzo, neppure quando lui è stato un ragazzo.
* Una buona battuta di spirito è una cosa assoluta, sacra, che non si può criticare. I nostri rapporti con una buona battuta di spirito sono immediati e addirittura divini. (prefazione al Circolo Pickwick di Charles Dickens)
* Una nuova filosofia in generale significa in pratica l'espressione di qualche vecchio vizio.
* Una scusa impettita è un nuovo insulto... La parte lesa non vuol essere compensata perché è stata offesa, vuole essere guarita perché è stata ferita.
* Vi è qualcosa di depravato in ogni uomo che non abbia voglia di violare i dieci comandamenti.

Wikipedia su Chesterton


La celebre enciclopedia on line Wikipedia si occupa del Nostro Caro Gilbert in maniera adeguata, per cui vi proponiamo la voce che lo riguarda.
E' un buono spunto per capire chi è questo Grande Dimenticato!

GILBERT KEITH CHESTERTON (LONDRA 29 MAGGIO 1874 - BEACONSFIELD 14 GIUGNO 1936)

Gilbert Keith Chesterton (Londra 29 maggio 1874 - Beaconsfield 14 giugno 1936) fu uno scrittore e giornalista inglese.
Scrisse un gran numero di opere di vario genere: romanzi, racconti, poesie, biografie e opere teatrali. Amò molto il paradosso e la polemica.
Fra le sue opere ricordiamo L'innocenza di Padre Brown, Il segreto di Padre Brown, L'uomo che fu Giovedì, Le avventure di un uomo vivo.

CENNI BIOGRAFICI

Gilbert Keith Chesterton nasce a Londra il 29 maggio 1874 da una famiglia borghese di confessione anglicana. Viene educato alla St Paul's School, quindi frequenta la Slade School of Art dove studia pittura e, in seguito, l'University College, che però abbandonerà senza aver conseguito la laurea.
A vent'anni Chesterton viene colpito da una grave depressione e da una crisi di scetticismo nei riguardi della fede durante la quale si avvicina al satanismo.
Nel 1895 Chesterton inizia a lavorare per l'editore londinese Redway e per T.Fisher Unwin. Molti suoi lavori, poi raccolti nel volume dal titolo "The defendant" (in italiano "Il bello del brutto") vengono pubblicati in giornali come The Speaker, il Daily News, l'Illustrated London News, l'Eye Witness, il New Witness, e nel settimanale che egli dirige per undici anni, il GK’s Weekly.
Nel 1900 scrive la sua prima raccolta di poesie, The Wild Knight, a cui seguiranno articoli di critica letteraria sullo Speaker e sul Daily News. L'anno seguente sposa Frances Webb. Nel 1909 si trasferisce con la moglie a Beaconsfield.
Tra il 1911 e il 1936 Chesterton inizia a scrivere i racconti di Padre Brown (molti dei quali ancora inediti).
Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale Chesterton fonda con lo scrittore Hilaire Belloc la Lega distribuzionista allo scopo di aiutare lo sviluppo della piccola proprietà e della piccola industria mediante la divisione e la ridistribuzione delle grandi proprietà latifondiste.
Nel 1922 Chesterton si converte alla Chiesa cattolica.
Nel 1934, dopo aver ricevuto diverse lauree honoris causa dalle università di Edimburgo, Dublino e di Notre Dame, gli viene conferito il titolo di cavaliere dell'ordine di S.Gregorio Magno.
Gilbert Keith Chesterton muore il 14 giugno 1936. La sua bara, troppo grande per essere trasportata per le scale, dev'essere calata dalla finestra. Il funerale si svolge nella cattedrale di Westminster; è sepolto nel cimitero cattolico di Beaconsfield, nel Buckinghamshire.

L'ATTIVITA' DI SCRITTORE

Chesterton è stato giornalista, polemista e scrittore fertilissimo; in trent’anni ha infatti scritto quasi cento libri tra cui alcuni saggi e biografie (su Charles Dickens, S. Francesco d'Assisi e S.Tommaso d'Aquino), composto poesie, opere teatrali, romanzi, racconti brevi, articoli di giornale (firmati GKC) e partecipato a numerose dispute con H. G. Wells e G.Shaw. È inoltre uno dei pochi intellettuali ad avere avuto il coraggio opporsi pubblicamente alla guerra boera.
Gli scritti di Chesterton sono brillanti, arguti, umoristici e spesso anche paradossali, soprattutto quando si tratta di commentare la politica, l'economia, la filosofia, la teologia. Questo ha fatto sì che Chesterton venisse spesso accostato a scrittori come Charles Dickens, Oscar Wilde, George Bernard Shaw e Samuel Butler.
Ciò che tuttavia lo contraddistingue è il fatto di pervenire a conclusioni spesso diametralmente opposte rispetto ai suoi predecessori e ai suoi contemporanei. In "Eretici" ad esempio, parlando di Oscar Wilde, Chesterton scrive: "La stessa lezione (di chi cerca pessimisticamente il piacere fine a se' stesso) viene dalla desolata filosofia di Oscar Wilde. È la religione del carpe diem; ma la religione del carpe diem non è la religione della gente felice, ma delle persone estremamente infelici. La gioia non coglie i boccioli di rosa mente ancora può farlo; i suoi occhi fissano la rosa immortale che vide Dante".
Questa ricerca intellettuale si fa più intensa ne "L'uomo che fu Giovedì"(1908) in cui all'ideale della creazione di un mondo nuovo da parte di uno strano gruppo di sette anarchici che hanno gli stessi nomi dei giorni della settimana, viene contrapposto quello della ricerca della felicità intesa come il vero compimento dell'uomo, dello scontro tra il bene e il male: "Il male è troppo grande e non possiamo fare a meno di credere che il bene sia un accidente, ma il bene è tanto grande che sentiamo per certo che il male potrà essere spiegato".
Lo scontro tra bene e male diventa perciò in Chesterton uno scontro anche tra ottimismo laico e ottimismo cristiano. Così infatti scrive in "Ortodossia": "Tutto l’ottimismo di quest’epoca è stato falso e scoraggiante, per questa ragione: che ha sempre cercato di provare che noi siamo fatti per il mondo. L’ottimismo cristiano invece è basato sul fatto che noi non siamo fatti per il mondo". Una delle teorie di Shaw che Chesterton non poteva accettare fu quella del Superuomo.
In "Ortodossia"(1908), a proposito del suo amico George Bernard Shaw, il rappresentante della nuova scuola di pensiero dell'umanitarismo, Chesterton scrive: "L'adorazione della volontà è la negazione della volontà....Non è possibile ammirare la volontà in generale perché l'essenza della volontà è nell'essere individuale".
E in "Eretici"(1905): "Il signor Shaw non riesce a capire che ciò che è prezioso e degno d’amore ai nostri occhi è l’uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo; le cose fondate sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che sole le hanno partorite. Quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole."
Lo stesso amore per l'uomo, per l'uomo a tutto tondo, con i suoi difetti, le sue debolezze, ma anche con la sua capacità di amare che nessun accadimento umano potrà mai spegnere è presente nei racconti di Padre Brown. Il personaggio di Padre Brown, modellato su quello di padre O'Connor, un sacerdote che ebbe grande parte nella sua conversione al cattolicesimo, è infatti, sotto l'apparenza umile e quasi sciatta, non solo una persona dotata di grande empatia fino al punto di immedesimarsi col criminale ("Io sono dentro un uomo. (...) aspetto di essere dentro un assassino (...) finché penso i suoi stessi pensieri, e lotto con le sue stesse passioni, (...) finché vedo il mondo con i suoi stessi biechi occhi (...). Finché anch'io divento veramente un assassino.") ma anche un uomo capace di bontà, di misericordia perché in grado di riconoscere che ogni uomo contiene in se' sia il bene che tutto il male ("Io non ho proprio ucciso quegli uomini materialmente. Intendo dire che ho pensato e ripensato come un uomo possa diventare così, finché non mi resi conto che ero simile a lui, in tutto, eccetto che nella volontà di compiere l’azione finale").
Ma soprattutto padre Brown è un'amante della verità, un acuto osservatore della realtà che non teme di guardare il male negli occhi in quanto è sicuro che il bene sia sempre più grande del male e quindi in grado di affrontarlo e di sconfiggerlo.

IL CHESTERBELLOC E LE ACCUSE DI ANTI-SEMITISMO

Chesterton è stato spesso associato all'amico poeta e saggista Hilaire Belloc, con cui condivideva sia la fede cattolica che la critica nei confronti del capitalismo e del socialismo, a cui opponevano il distributismo. Fu George Bernard Shaw a coniare il nome Chesterbelloc per indicare i due scrittori.
Sia Chesterton che Belloc sono stati spesso accusati di antisemitismo. In realtà Chesterton pensava che gli ebrei dovessero avere una terra in cui vivere ed era contrario alla politica antiebraica di Hitler.
Nel 1934, dopo che Adolf Hitler prese il potere, egli scrisse: “Sia io che Hilaire Belloc siamo stati accusati di essere antisemiti. Oggi, benché io pensi che esista un problema ebraico, sono inorridito davanti alle atrocità commesse da Hitler. Esse non hanno né ragione né logica. Rappresentano ovviamente l'espediente di un uomo che è stato spinto a cercare un capro espiatorio ed ha trovato con sollievo il più famoso capro espiatorio d'Europa, il popolo ebraico”.

martedì 17 ottobre 2006

Chesterton

Chesterton

'Gli occhi miracolosi' di Chesterton, il genio dimenticato che profetizzò astemie dittature islamiste e mali eugenetici | Da Tempi del 29 giugno 2006.

Tempi n° 27 del 29/06/2006

'Gli occhi miracolosi' di Chesterton, il genio dimenticato che profetizzò astemie dittature islamiste e mali eugenetici.

70 anni fa scompariva l'autore di padre Brown e dell'Uomo che fu Giovedì. La sua attualità, il suo realismo e la sua ironia nelle parole del presidente della soceità chestertoniana italiana

di Roberto Persico.

In una conferenza tenuta a Toronto nel 1930, su "La cultura e il Pericolo Incombente", Gilbert Keith Chesterton spiegò che il "pericolo incombente" non era il bolscevismo, perché il bolscevismo era stato messo alla prova, e «il miglior sistema di distruggere un'utopia è realizzarla». Non era neppure un'altra guerra mondiale, anche se questa sarebbe scoppiata «quando la Germania farà la stupida sul confine polacco». Il pericolo incombente era «la sovrapproduzione intellettuale, educativa, psicologica, artistica che, insieme alla sovrapproduzione economica, minaccia il benessere della civiltà contemporanea. La gente sarà inondata, accecata, assordata e mentalmente paralizzata da un profluvio di esteriorità, che non le lascerà tempo per il piacere, il pensiero o la creatività».
Contro questo pericolo c'è, sei secoli dopo Dante, un solo rimedio: lo sguardo. «Dammi occhi miracolosi per vedere i miei occhi / questi specchi rotanti che vivono in me / cristallo terribile / più incredibili di tutte le cose che vedono» scrisse GKC in una poesia. Già in un racconto pubblicato sul giornale della scuola aveva narrato di un ragazzo preso per matto dai vicini perché si stupisce di tutto quel che gli altri danno per scontato. La "conversione" del professor Eames, l'intellettuale pessimista di "Manalive", avviene nel momento in cui la luce dell'alba illumina le cose come fosse il primo mattino del mondo: «E sulla piccola città accademica le cime dei vari edifici presero ciascuna una tinta diversa: qui il sole rilevava lo smalto verde d'una guglia, là i tegoli rossi d'un villino, altrove gli ornamenti d'ottone di qualche bel negozio o le ardesie azzurrognole del tetto aguzzo d'una vecchia chiesa. E queste creste variopinte sembravano aver ciascuna un che d'individuale e di stranamente significativo, come cimieri di cavalieri famosi, in un corteggio o sul campo di battaglia: ciascuna attraeva lo sguardo, e specialmente quel disperato sguardo di Eames, errante sullo spettacolo d'un'aurora che per lui doveva essere l'ultima. Il sole cresceva in una gloria che tutti i cieli erano incapaci di contenere; ma la distesa delle acque si dorava, fluiva e pareva sufficiente alla sete degli dei».
Settant'anni fa quegli occhi si chiudevano; ma le tracce di quello sguardo rimaste nei suoi scritti guidano ancora le pupille di molti a guardare il mondo nel suo splendore, e a ringraziare il suo Creatore. Lo abbiamo ricordato insieme a Marco Sermarini, il vulcanico fondatore e presidente della Società Chestertoniana italiana.

Perdoni la curiosità: come le è venuta l'idea di fondare una "Società Chestertoniana"?

Per il desiderio di raccontare a tutti qualcosa di bello, utile, affascinante e costruttivo per la vita. Nulla di intellettuale. Alcuni amici e io avevamo in comune la lettura delle opere di questo grande - grande in tutti i sensi - e abbiamo deciso che bisognava cercare di comunicare a tutti il tesoro di questo inglese bizzarro, pieno di... carne e paradossi, che ci ha reso l'inestimabile servigio di renderci più chiara, ragionevole e lieta la vita.

Com'è nata la sua passione per Chesterton?

È stato come un fiume carsico, che scompare e quando non te l'aspetti ricompare. Avevo cinque o sei anni, vedevo in tv le storie di un pretino piccolo e arguto, che mirava a far convertire piuttosto che condannare i rei. Era il 1970-71, il pretino era padre Brown interpretato da Renato Rascel. Sei puntate memorabili, con qualcosa di vero, oltre la trama in sé, che non capivo ma forse presentivo. Poi finirono, e quel pretino simpatico cadde apparentemente nel dimenticatoio. Non avevo la più pallida idea di chi fosse Chesterton, ma un bel giorno - decenni dopo - trovai allegato a un settimanale L'Uomo che fu Giovedì. Iniziai a leggere, capii che meritava, volevo trovare altro. Andai in libreria, chiesi, e scoprii che era l'autore dei Racconti di Padre Brown della mia infanzia! Dopo anni mi sembrò di riabbracciare un caro vecchio amico. Scoprii pure che Chesterton si era convertito al cattolicesimo dopo averne cantato la ragionevolezza per decenni. Capii l'Origine di quel fascino. Oggi, cerco di avere tutto quello che c'è in giro su di lui, e mi rendo conto, putroppo, che è stato praticamente dimenticato.

Perché?

Incomprensibile. È uno dei pochi scrittori cattolici del 900 che sia riuscito a dare corpo, con giudizi ragionevolmente fondati e artisticamente interessanti, alla razionalità della fede, scrivendo gialli ma anche saggi e opere di critica letteraria ancora validissimi. Per decenni è stato tradotto in decine di lingue, esistono sue edizioni italiane già dagli anni Dieci. Borges disse di aver passato ore felicissime leggendolo...

Il motivo dunque dell'oblio?

Mah! Qualcuno dice: non era né filo capitalista né tanto meno marxista (fu uno degli inventori delle teorie distributiste con Belloc e padre McNabb), e nel mondo della Guerra fredda non sapevano dove metterlo. Forse, più semplicemente, era un cattolico vero, senza sensi di colpa e non andava più di moda...

Cosa fa dunque la Società Chestertoniana?

Vogliamo ridare lustro a questo nome facendolo circolare il più possibile. Da quattro anni organizziamo il "Chesterton Day", in cui ne celebriamo il genio e la simpatia con incontri, musica, buon cibo e buon vino (GKC amava tutto questo). Qualche trasmissione radiofonica. Un bollettino on-line che inviamo gratuitamente a chi ne fa richiesta.

Ma vale ancora la pena leggere GKC oggi?

Alcuni suoi scritti sono a dir poco profetici. L'Osteria Volante immagina un'Inghilterra in cui si instaura un governo filoislamico che vieta l'uso degli alcolici; in Eugenics and other evils intravide quasi cento anni fa tutti i problemi di eutanasia, eugenetica e leggi 40 varie con cui combattiamo oggi. Chesterton poi scrisse che sarebbe arrivato un giorno in cui avremmo dovuto difenderci con le armi per affermare che due più due fa ancora quattro: non le pare questo il momento?
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