giovedì 2 dicembre 2010

Morganti ci stupisce (bellissimo!)


titolo: Il ritorno di Don Chisciotte
autore: Gilbert Keith Chesterton

traduzione di Paolo Morganti

anno: 2011
pagine: 288
ISBN: 978-88-95916-12-5
prezzo: 15.00
stato: uscita prevista marzo 2011
Michael Herne è il meticoloso e solitario bibliotecario di Abbey Seawood. Quando la figlia di lord Ashley, proprietario della tenuta, decide di mettere in scena con alcuni suoi amici una commedia intitolata Blondel il Trovatore, egli si trova costretto a vestire i panni di un re del Medio Evo. Nonostante le poche battute che dovrà recitare, il bibliotecario inizierà un’accurata e trascinante ricerca storica sulla cultura di quel periodo storico. Il guaio si presenterà quando, dopo la recita, Herne, che ha preso troppo sul serio il suo personaggio, si rifiuterà di togliersi il costume da re e deciderà di vivere alla maniera medioevale. Lo scrittore inglese fa di questo personaggio buffo e romantico il suo Don Chisciotte, colui che smette i panni moderni e decide di assumere un’identità di pazzo, in un mondo che sente non appartenergli. Non manca l’alter ego di Sancho Panza, impersonato dal buono, colto e concreto Douglas Murrel. Il libro, per gli argomenti e l’ambientazione, è il seguito ideale del capolavoro di Chesterton, Uomovivo.
Note:

copertina provvisoria

Alla ricerca di Peter Pan.

Allora, questo libro l'ha scritto anche un amico, Paolo Gulisano (insieme a Chiara Nejrotti). Lo ha scritto su un amico di Chesterton, James Matthew Barrie (ne abbiamo parlato nel blog almeno un paio di volte). Chesterton è nostro amico, amico di Gulisano e amico di Barrie. Una bella storia di amicizia, no?

Esce per i tipi di Cantagalli, Siena. Ecco la presentazione:



Quante volte sentiamo parlare di “sindrome di Peter Pan”, con severità o con un pizzico di invidia, davanti ai comportamenti infantili di chi bambino non è più? Ma dietro la figura del fanciullo che non voleva diventare mai grande, creata più di un secolo fa dallo scrittore inglese James Mattew Barrie, c'è tutto un universo complesso di simbologie e miti letterari che forse non tutti conoscono. Paolo Gulisano e Chiara Nejrotti in questo libro cercano di condurci per mano attraverso i giardini di Kensignton alla scoperta di Peter Pan, dei pensieri felici che gli permettono di volare, ma anche delle contraddizioni nascoste nella sua anima che rivelano in filigrana la nostalgia, i sogni e le paure del suo autore.
Peter vive il suo eterno presente con apparente spensieratezza e in uno stato di natura che sembra destinato a non subire l'influenza del mondo degli adulti. La sua esistenza però non è al riparo dalla più grande lacerazione che segna ogni essere umano, la scelta e il peso delle conseguenze che comporta. Il rifiuto del “mondo reale” e di ogni legame affettivo fa di lui un eterno vagabondo, impossibilitato a stabilirsi in alcun luogo, sempre alla ricerca della sua ombra che sembra, come lui, incapace di ancorarsi al posto che le è proprio.
Barrie bambino senza tempo accettava a fatica il ruolo che gli era imposto come uomo (e come marito), e sognava un mondo in cui i rapporti tra i sessi potessero restare puri come quelli dell'infanzia. Questa consapevolezza, accresciuta dalla sua educazione e dal suo senso di responsabilità, lo feriva profondamente, facendolo sentire inadeguato. 
Nella figura di Peter Pan, Barrie cercò di raccontare i suoi tormenti interiori trasformandoli, come solo un artista è in grado di fare, nella capacità di volare alto. La vita dell'immaginazione è una grande avventura ma solo in pochi hanno abbastanza coraggio da lasciare la finestra di casa e attraversare il mare per affrontare immensi pericoli. La fantasia di Barrie è forza creatrice e dirompente che apre a una conoscenza profonda della realtà e di se stesso. “Quello che rese grande l'immaginario di questo piccolo uomo malinconico - scrivono Paolo Gulisano e Chiara Nejrotti - fu il suo umorismo semplice, il suo phatos spontaneo, la sua capacità di delineare i personaggi e soprattutto di considerare le cose con il candore di un bambino”.
Nella sua Isola-che-non-c'è, con i piccoli Davies nei giardini di Kensington e tra gli indimenticabili personaggi delle sue storie, Barrie ritrovava quella gioia di vivere dei fanciulli ancora alla ricerca della propria identità e cullava la sua malinconia nell'utopia di un'infanzia senza fine.


DAL IV CAPITOLO “L'ISOLA-CHE-NON-C'È”:
All'Isola-che-non-c'è si arriva solo volando e per volare, dice Peter occorrono “pensieri felici”. Nell'originale Peter dice a Wendy, Gianni e Michele: “Pensate a cose belle e sorprendenti… e sono esse che vi tireranno su”. Le “cose belle e sorprendenti” sembrano indicare nel contesto del racconto non soltanto i momenti e i ricordi felici della vita reale, seppur trasfigurata dalla luce poetica dell'infanzia, ma un'autentica capacità di immaginare l'Oltre: ciò che non è presente nell'esistenza quotidiana, che affascina, ma che può anche presentare dei pericoli. È l'espressione del desiderio di avventura che alberga in ciascuno di noi e che è certamente più forte nell'età giovanile: quello che ci fa sognare scenari esotici e magari anche un po' rischiosi, nei quali possano avvenire incontri e situazioni che mettano alla prova le nostre abilità e che ci rivelino te sori impensati, nei quali poter essere, almeno nell'immaginazione, eroici e pieni di coraggio. […]
L'uomo da sempre produce immagini come stazioni situate tra visibile ed invisibile; esiste un'energia immaginativa che permette di passare dall'immagine come semplice rappresentazione mentale all'immaginazione come Einbildungkraft, ossia capacità di creare il nuovo, trasformando e trasfigurando il mondo esterno; essa è presente in ciascun essere umano ma si esprime pienamente nella creazione artistica e maggiormente in quella che ha a che fare direttamente con la fantasia.

L'articolo che vi avevamo segnalato ieri di Francesco Agnoli sul suicidio


Indagini sul suicidio

Annulla tutti i significati, ma non è senza significato. La fede, il materialismo, l’oriente estremo

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”: così scriveva Albert Camus nel “Mito di Sisifo”. Questa frase ritorna attuale oggi con il dibattito sull’eutanasia, che andrebbe a mio avviso affrontato, appunto, insieme al problema del suicidio (e a quello della disgregazione familiare e della solitudine, metafisica e quotidiana).

Non è infatti un caso che la richiesta di legalizzazione dell’eutanasia cresca con il crescere, nel nostro occidente, del ricorso agli anti depressivi e al suicidio. Recentemente l’Oms ricordava che nel 2000 sono morte per suicidio circa un milione di persone, ben più che in tante guerre e calamità messe insieme, mentre “negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65 per cento in tutto il mondo, in particolare tra i giovani”. Uno psicoterapeuta come Viktor Frankl, che sperimentò la durezza del lager, disse che quando c’è un perché, tutti i come diventano sopportabili. Se so perché vivo, se la preziosità della vita mi è chiara, se la vita come dono è un’idea radicata, ogni circostanza, benché dura, diventa più facilmente tollerabile.
Scriveva ancora Frankl, il quale definiva il nostro tempo “l’epoca del vuoto esistenziale”: “Se una persona è riuscita a porre le basi del significato che essa cercava, allora è pronta a soffrire, a offrire sacrifici, a dare anche, se fosse necessario, la propria vita per amore di quel significato. Al contrario, se non esiste alcun significato del suo vivere, una persona tende a togliersi la vita ed è pronta a farlo anche se tutti i suoi bisogni, sotto ogni aspetto, sono stati soddisfatti”. L’uomo è capace di adeguarsi a tutto, o quasi: solo che lo spirito sostenga il corpo, e se stesso; solo che lo spirito non sia ancora più debole del corpo. Se c’è un perché, tutti i come  divengono più o meno sopportabili. E non vi è dubbio, a mio parere, che il perché vero sia solo e soltanto Dio, dal momento che tutti gli altri, in un momento o nell’altro, possono cedere. Un Dio personale che ci ha creato, che ci guarda e ci conosce e il cui amore rende preziosa ogni singola esistenza. Un Dio che manca ad esempio ai grandi popoli cinese e giapponese. Che, non a caso, hanno da secoli un triste primato dei suicidi.
In Cina e Giappone infatti il ricorso al suicidio è estremamente diffuso, amplissimo, e, quel che più interessa, accettato culturalmente. Parlando dei cinesi J. J. Matignon scriveva, all’inizio del Novecento, che il suicidio “si riscontra in tutte le classi e a tutte le età”, ed è spesso dettato anche da motivi che per la nostra cultura sono del tutto “futili”: per vendetta, per rancore, per collera  o gelosia, per questioni di onore… “Capita che un mendicante attui la sua vendetta tagliandosi la gola davanti alla vostra porta”. Dall’India alla Cina, ricorda Marzio Barbagli, “darsi la morte per colpire un nemico, immolandosi con lui o facendogli ricadere addosso la colpa della propria morte, è una scelta messa a disposizione per secoli da culture diverse”. In entrambi questi paesi, poi, vi sono dei suicidi, come quello della moglie o della concubina sulla tomba del marito, che sono considerati meritori ed auspicabili. Un altissimo tasso di suicidi si registra anche in Giappone: 24,4 ogni 100 mila abitanti, almeno 4 volte di più che in Italia, visto che il numero reale è in verità ben più alto. Il Giappone ha anche un primato nel numero dei giovani suicidi. Kamikaze e harakiri “sono le parole della lingua giapponese più conosciute nel mondo”. Qualche anno fa la “Guida al suicidio perfetto” dello scrittore Wataru Tsurumi, in cui si spiegava come uccidersi buttandosi dalla finestra o sotto il treno,  divenne un bestseller con 550 mila copie in otto mesi.
Perché questo dramma? A prescindere dalle mille motivazioni che possono stare dietro un suicidio, è difficile non notare che anche nel ricco Giappone, come in Cina, l’uomo non è creatura unica, irripetibile, di un Dio che la ama fino a morire per lei. “I giapponesi – ricorda il nunzio apostolico in Giappone, Alberto Bottari de Castello-, non hanno un rapporto personale con Dio. Il concetto dell’individuo, che è al centro della cultura occidentale, non fa parte del loro Dna culturale. Si identificano con il gruppo, la società, l’azienda, la nazione. Quando un cristiano arriva alla decisione di togliersi la vita sa che sta per infrangere una regola sacra: la vita gliel’ha data Dio e solo Dio gliela può togliere. Il giapponese tentato dal suicidio non ha questo freno. Non ha il concetto del peccato. Non ha nessuno, non ha niente, all’infuori del proprio mondo materiale e culturale, a cui chiedere aiuto. Ma nel suo mondo chiedere aiuto è disonorevole, e allora deve risolvere all’interno di se stesso il dramma della propria infelicità, divenuta insopportabile. I cristiani, anche nei momenti più bui, possono sempre tendere la mano verso Dio. I giapponesi no. Hanno otto milioni di dei, migliaia di meravigliosi templi, santuari, altari, altarini, due religioni ufficiali, il buddismo e lo shintoismo, ma vivono senza il Dio unico onnipotente e misericordioso, senza il concetto di Dio padre di tutta l’umanità e presente in ciascuno di noi, sempre”. Nello stesso tempo in Giappone il buddismo è una religione atea che crede nella reincarnazione, cioè che nega, appunto, l’unicità di una vita personale. Il suicidio quindi non è considerato eticamente negativo, anzi è talora contemplato come possibile “soluzione” ad un determinato problema.
Maurice Pinguet, già direttore dell’Istituto franco-giapponese di Tokyo, nel suo “La morte volontaria in Giappone”, nota anzitutto il profondo immanentismo che caratterizza la cultura di questo popolo, e in secondo luogo mette in luce come in Giappone siano sempre esistite forme di suicidio che la cultura cristiana rifiuta: ad esempio il “suicidio di solidarietà”, in cui i genitori “coinvolgevano i loro figli nella morte, convincendoli, o a loro insaputa”. Infatti alla madre giapponese che uccide il figlio “non viene in mente che il bambino possa rappresentare una esistenza distinta, posta sin dalla nascita, o dal concepimento, sotto la sovranità di Dio”. Vi è poi, sempre nella cultura giapponese, il “suicidio di accompagnamento”: alla morte dell’imperatore, del sovrano, del padrone, funzionari, vassalli, servi lo hanno spesso accompagnato nella morte, eliminandosi. Vi è infine il suicidio come rituale, svolto con precisione e solennità: harakiri è l’atto di uccidersi lentamente, aprendosi il ventre, estraendone le viscere, “senza battere ciglio”. Del resto, se tutta la vita dell’uomo è qui ed ora, come protestare altrimenti la propria innocenza? Come lavarsi di una colpa, che altrimenti rimarrà per sempre? Come cancellare la vergogna? Come salvare l’onore?
Una conferma a questa ipotesi, e che cioè l’ateismo contribuisca a togliere alla vita umana quella sacralità religiosa che è spesso un utile antidoto alla scelta estrema di eliminarsi, viene dai paesi comunisti, in cui l’ateismo è stato imposto e diffuso a tutti i livelli. In un celebre film intitolato “Le vite degli altri” si ricorda che negli anni 70 e 80, Russia, Ungheria e Germania dell’est, tutti e tre paesi comunisti, avevano il primato mondiale dei suicidi, benché i regimi, che pure catalogavano tutto, nascondessero le cifre relative al disastroso fenomeno. Infatti erano stati proprio molti teorici del socialismo a spiegare che, una volta instaurata l’eguaglianza economica e materiale, alcolismo, prostituzione, furti e suicidi, sarebbero spariti. In verità con l’avvento del regime bolscevico i suicidi iniziarono a crescere. Il Partito comunista cercò allora di condannarli come “una forma di individualismo borghese”. Il suicidio, per i comunisti atei, era considerato una appropriazione indebita della vita, che apparteneva non a Dio, come si era detto sino a quel momento, ma al partito, allo stato, alla comunità. Tanto che chi si suicidava subiva l’espulsione postuma dal partito e altre pene, ad esempio riguardo al suo funerale. Ma l’efficacia di queste posizioni fu inesistente. Non uccidersi perché la vita è un dono di Dio, è un messaggio che può essere convincente, come dimostrano i bassi tassi di suicidio del medioevo e sino all’esplosione ottocentesca (vedi: Marzio Barbagli, Congedarsi dal mondo, Il Mulino). Non farlo perché Stalin non vuole, è un dogma meno credibile.
“Nel 1924-25 – scrive Barbagli – vi fu un forte aumento dei suicidi”, non solo tra gli avversari del comunismo, ma “tra gli iscritti al partito”, tra coloro che professavano la fede del regime. Stalin condannò il fatto spiegando che il suicidio era il mezzo più semplice per lasciare il mondo, tradendo il partito e sputando “per l’ultima volta sul partito”. “In ogni caso, continua il Barbagli, il governo smise di pubblicare statistiche e studi sull’argomento”. Possiamo quindi ipotizzare un aumento sempre crescente di suicidi in occasione del terrore, così come c’era stato all’epoca del terrore giacobino e della ghigliottina. Ma con la morte di Stalin la crescita dei suicidi non calò e il numero rimase alto sino alla fine. Il crollo del regime, la morte definitiva della fede comunista segnò un ulteriore incremento. Veniva cioè a mancare anche l’ultima forma di “senso”, per quanto labile. Nel 1994 si arrivò alla cifra impressionante di 43 suicidi per 100.000 abitanti! “Pur essendo diminuito negli anni seguenti, continua Barbagli, nel 2004 il tasso di suicidio in Russia (34 per 100.000 abitanti) era da due a tre volte superiore a quello degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa occidentale”.
Anche oggi le macerie spirituali lasciate dal materialismo ateo sono ben evidenti, visto che gli ex paesi dell’ateismo di stato hanno contemporaneamente il triste primato dei divorzi, degli aborti e quello, appunto, dei suicidi. L’Oms dunque rivela oggi che al primo posto nella classifica dei paesi con il più alto numero di suicidi nel 2009 si trovano la Bielorussia, con 35,1 suicidi ogni 100.000 persone; al secondo posto viene la Lituania, al terzo la Russia, al quarto il Kazakistan, al quinto l’Ungheria, al sesto il Giappone, all’ottavo l’Ucraina… ben 6 dei primi 8 paesi di questa terribile classifica sono ex paesi comunisti (senza contare che mancano le cifre vere per la Cina).
Eppure non è sempre stato così, dal momento che prima della rivoluzione del 1917 “la percentuale dei  suicidi in Russia era una delle più basse al mondo” (Moskovskji Komsomolets). Quanto alla Lituania, seconda nella classifica del 2010, ma prima in quella del 2009, Alvydas Navickas, presidente dell’Associazione lituana di suicidiologia e vicerettore dell’Università di Vilnius, sintetizza così la storia del suo paese: “Prima della Seconda guerra mondiale, si suicidavano 8 lituani su 100.000. La maggior parte della popolazione viveva in campagna, frequentava la chiesa: esisteva una comunità forte con una routine stabile. In seguito scoppiò la guerra e venne il regime sovietico: Stalin deportò gli agricoltori più ricchi e installò la maggior parte nei Kolchoz (cooperative agricole). Vodka e alcol prodotti in casa iniziarono a scorrere come anestesia, quotidianamente. Nella decade degli anni ottanta l’indice crebbe ogni anno fino a 30 suicidi su 100.000 persone. Con la caduta dell’Urss il tasso ha subito un forte rialzo, fino a toccare il tetto, tra il 1994 e il 1995, di 46 su 100.000” (http://www.cafebabel.it/article/33596/stalin-disoccupazione-maltempo-suicidi-lituania.html).
E’ a questo punto inevitabile ricordare quanto scriveva alla fine dell’Ottocento il grande Dostoevskij, nel suo romanzo “I Demoni”, in cui illuminava la mentalità degli atei rivoluzionari del suo tempo. L’autore russo faceva dire ad uno dei suoi personaggi che a frenare la volontà degli uomini di suicidarsi  è anzitutto l’idea di “un altro mondo” dopo la morte (idea che non toglie, ma al contrario conferisce valore, proprio a questo mondo concreto in cui viviamo ogni giorno).

Ma quando l’ateismo trionferà, continuava il rivoluzionario, prefigurazione dei comunisti del 1917, l’uomo, messo da parte Dio, affermerà la sua totale libertà: “La piena libertà ci sarà allora, quando sarà indifferente vivere o non vivere”. Un giorno “vi sarà l’uomo nuovo, felice e superbo. A chi sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo! Chi vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio. Mentre l’altro Dio non vi sarà… Possibile che nessuno su tutto il pianeta, avendola finita con Dio e avendo posto fede nell’arbitrio, osi proclamar l’arbitrio, nel senso più completo?”. Conclusione? “Io sono obbligato a uccidermi, perché il mio arbitrio è uccidere me stesso”.
Dostoevskij aveva visto giusto: la proclamazione di una libertà illimitata da parte dell’uomo, di una sua autonomia morale, di una sua autodeterminazione totale, luciferina, è anche l’affermazione della sua drammatica solitudine, con le ovvie conseguenze.
Ecco perché oggi sono proprio certi atei come Maurizio Mori, il consigliere di Beppino Englaro, a proclamare la fine della “sacralità della vita”, respingendola come un concetto cristiano che non ci appartiene più, e a collegare il presunto diritto all’aborto, con quello all’eutanasia (o “suicidio assistito”). Riaffermando così il principio dell’autodeterminazione assoluta già proclamato dal rivoluzionario di Dostoevskij. Dichiarava qualche anno orsono il socialista francese Jacques Attali, già consigliere del presidente Mitterrand, e oggi di Sarkozy: “La logica socialista è la libertà, e la libertà fondamentale è il suicidio. Di conseguenza il diritto al suicidio diretto o indiretto è dunque un valore assoluto di questo tipo di società”. Qualche anno prima, su California Medicine, aveva affermato, coerentemente, che la vita non è più da considerare un valore assoluto, ma “relativo”, e ciò significa che accanto al “controllo e alla selezione delle nascite” occorrerà porre la “selezione delle morti”, cioè all’eutanasia, per motivi personali, ma anche economici, politici.

Laddove manca Dio, è la vita dell’uomo a perdere valore, e a sfociare più spesso nel suicidio, individuale o legalizzato e statalizzato che sia. Scriveva a ragione il già citato Pinguet, parlando però, stavolta, del nichilismo occidentale: “In un mondo che non ha altra vita che quella quaggiù, altra volontà che quella del soggetto, l’uomo diviene il solo giudice della totalità dell’essere che resta in bilico sul filo di rasoio della sua decisione. Là dove brillava l’onnipotenza divina, una vertiginosa implosione ha scavato il suicidio nichilista, buco nero nel quale l’assolutezza della libertà dovrebbe farsi inghiottire”.

Francesco Agnoli - Il Foglio - 1 Dicembre 2010

Un aforisma al giorno

"Ogni individuo è un individuo; e io sono uno di quelli che pensano che ogni individuo sia un individuo interessante".

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 27/11/1926

Due notizie interessanti dal blog di Andrea Tornielli.

http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2010/12/01/il-papa-prega-per-la-cina-ecco-perche/


http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2010/12/01/buone-nuove-dallirak-gli-sciiti-aiutano-i-cristiani/


Il primo collegamento riguarda il fatto che il Papa ha chiesto di pregare per i cattolici cinesi e per la Chiesa in Cina. Leggete.


Il secondo riguarda la sorte dei cristiani in Iraq e l'insperato aiuto degli sciiti.

mercoledì 1 dicembre 2010

Bompiani rilancia Il poeta e i pazzi

Con piacere vi annunciamo la ristampa de Il poeta e i pazzi di G. K. Chesterton.

Qui sotto il link con il sito della Bompiani.

Appena avremo in mano l'edizione vi sapremo dire di più.

Chestertoniana - 4 - L'articolo di Edoardo Rialti

Ecco qui la quarta puntata della Chestertoniana del Foglio

http://www.tracce.it/detail.asp?c=1&p=1&id=19024

Buona lettura a tutti!


Su Il Foglio di oggi 4 Dicembre 2010

Quarta puntata di Chestertoniana di Edoardo Rialti.

Appena potremo, il PDF.

Poi c'è un interessante articolo di Francesco Agnoli sul suicidio (trae occasione dal suicidio del povero Mario Monicelli, che Iddio voglia che abbia avuto il tempo di pentirsi).

lunedì 29 novembre 2010

Anzi, l'articolo di Antonio Socci che scrive a Roberto Saviano lo mettiamo tutto intero. Merita.


Caro Roberto,
vieni via con me e lascia i tristi a friggere nel loro odio. Questo è un invito pieno di stima: vieni a trovare mia figlia Caterina.
Ti accoglierò a braccia spalancate e se magari ne tirerai fuori l’idea per un articolo, potrai devolvere un po’ di diritti alle migliaia di bambini lebbrosi che sto aiutando tramite i miei amici missionari i quali li curano nel loro lebbrosario (in un Paese del terzo mondo).
Vieni senza telecamere, ma con il cuore e con la testa con cui hai scritto “Gomorra”, lasciandoti alle spalle i fetori dell’odiologia comunista (a cui tu non appartieni) che si respira in certi programmi tv.
Mi scrivesti – ti ricordi ? -  quando io ti difesi su queste colonne per il tuo bel libro.
Ora io, debole, scrivo a te forte e potente, io padre inerme in lotta con l’orrore (e in fuga dalla tv) scrivo a te, star televisiva osannata, io cristiano controcorrente da sempre, scrivo a te che stimo: vieni a guardare negli occhi mia figlia venticinquenne che sta coraggiosamente lottando contro un Nemico forse più tremendo di quei quattro squallidi buzzurri che sono i camorristi.
Lei non si arrende all’orrore, come non ci si arrende alla camorra. Vieni a vedere il suo eroismo e quello di tanti altri come lei, che – come dice Mario Melazzini, rappresentante di molti malati di Sla – sono silenziati dal regime mediatico del ‘politically correct’ nel quale tu, purtroppo, hai accettato di diventare una stella.
Vieni. Vedrai gli occhi di Caterina, ben diversi da quelli arroganti e pieni di disprezzo delle mezzecalzette o dei tromboni che civettano nei salotti intellettuali e giornalistici.
Magari potrai vedere addirittura la felicità dentro le lacrime e forse eviterai di straparlare sull’eutanasia, sulla malattia o sul fine vita (come hai fatto lunedì scorso) imponendo il tuo pensiero unico, perché i malati, i disabili che implorano di essere aiutati e sostenuti, nel salotto radical-chic tuo e di Michele Serra, non hanno avuto diritto di parola.
Come non ce l’hanno – in questa dittatura del pensiero unico – i bambini non nati o i cristiani macellati da ogni parte e disprezzati o condannati a morte per la loro fede: è il caso della giovane Asia Bibi.
Vedi, a me non frega niente della tua diatriba col ministro Maroni: siete due potenti e avete gli strumenti a vostra disposizione per battervi. Non c’è bisogno di galoppini che osannino l’uno o l’altro.
A me importa dei deboli, dei malati, dei piccoli, dei poveri che sono ignorati, silenziati e umiliati in televisione. A cominciare dal programma di Michele Serra dove recitate tu e Fazio. Dove si taglia a fette il disprezzo per la Chiesa.
Per la Chiesa che tu sai bene – caro Roberto – ha lottato contro la camorra e la mafia ben prima di te e con uomini inermi e poveri che ci hanno pure rimesso la pelle.
La Chiesa che conosce i sofferenti e i miseri, li ama e quasi da sola soccorre tutti i disperati della terra, un po’ più di Michele Serra di cui ho sentito parlare solo nei salotti giornalistici, non in lebbrosari del Terzo Mondo o nei bassifondi di Calcutta (di Fabio Fazio neanche merita occuparsi).
E’ un peccato che tu metta il tuo volto a far da simbolo di un establishment intellettuale che non ha mai letto il tuo e mio Salamov e non ha mai combattuto l’orrore rosso che lui denunciò e contro cui morì.
Quello sì che sarebbe anticonformismo: andare in tv a raccontare Kolyma che è con Auschwitz l’abisso del XX secolo, ma che – a differenza di Auschwitz – non è mai stata denunciata nella nostra cultura e nella nostra televisione!
Abbiamo visto nel tuo programma lo spettro del (post) comunismo che legittimava lo spettro del (post) fascismo. Dandoci a bere che loro hanno “i valori”. Anzi: solo loro. Visto che solo loro sono stati ritenuti degni di proclamarli.
Il rottame dell’odiologia del Novecento che ha afflitto l’umanità e in particolare l’Italia è davvero quello che oggi ha i titoli per sdottoreggiare di valori?
Mi par di sentire mio padre minatore cattolico – che lottò in  vita contro il comunismo e contro il fascismo – che, quando era ancora fra noi, si ribellava davanti a questa tv e gridava: “Andate al diavolo!”.
Quelli come lui – che hanno garantito a tutti noi la libertà e il benessere di cui godiamo – non ce li chiamate a proclamare i loro valori.
Perché sono state le persone comuni come lui a capire la grandezza di un De Gasperi e ad aiutarlo, ricostruendo l’Italia. Invece gli intellettuali italiani del Novecento sono andati dietro ai pifferi di Mussolini e di Togliatti (e di Stalin).
E dopo questo tragico abbaglio l’establishment intellettuale di oggi ancora pretende di indicare la via, gigioneggiando su tv e giornali.
Pretendono di fare la rivoluzione (etica naturalmente) con tanto di contratto o fattura (sacrosanta retribuzione per la prestazione professionale, si capisce).
Sono il regime e pretendono di spacciarsi per l’eresia, incarnano la pesantezza del conformismo e si atteggiano a dissidenti, sbandierano le regole per gli altri e se ne infischiano di quelle che dovrebbero osservare loro, predicano la tolleranza e non tollerano alcune diversità culturale e umana.
Come se non bastasse proclamano l’antiberlusconismo etico e antropologico e con l’altra mano (molti di loro) firmano contratti con le aziende di Berlusconi come Mondadori, Mediaset o Endemol (di o partecipate da Berlusconi).
Pensa un po’ Roberto, io pubblico con la Rizzoli e lavoro per la Rai. Ti assicuro che si può vivere dignitosamente anche senza lavorare con aziende che fanno capo al gruppo Berlusconi, visto che (a parole) viene così schifato da questa intellighentsia.
Caro Roberto, l’altra sera mia figlia Caterina stava ascoltando un cd con canti polifonici che lei conosce bene (perché li cantava anche lei). Era molto concentrata ad ascoltare una laude cinquecentesca a quattro voci che s’intitola: “Cristo al morir tendea”.
In essa Maria parla di Gesù ai suoi amici, agli apostoli. E quando le sue struggenti parole – cantate meravigliosamente – hanno sussurrato “svenerassi per voi” (si svenerà per voi), Caterina – che non può parlare – è scoppiata a piangere.
Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.
E’ la stessa commozione di Asia Bibi, la giovane madre condannata a morte perché – a chi voleva convertirla all’Islam – ha risposto: “Gesù è morto per me, per salvarmi. Maometto cos’ha fatto per voi?”.
Ecco, caro Roberto, questa commozione per un Dio che ama così è il cristianesimo.
E tu hai conosciuto uomini che per l’amicizia di Gesù, per amare gli esseri umani come lui, hanno scommesso la vita, hanno dato se stessi. Quando si sono visti quei volti come si può sopportare di vivere in un mondo di maschere e di recitare nei loro teatrini?
Ti abbraccio,

Antonio Socci

Da “Libero” 19 novembre 2010

Bravo Antonio Socci

Antonio Socci scrive a Saviano e parla di sua figlia Caterina.

Dal prof. Carlo Bellieni - L'era del rifiuto

 di Carlo Bellieni

È notizia di questi giorni che dal prossimo gennaio 2011 i cibi rimasti integri e inutilizzati nelle mense delle scuole torinesi non rischieranno più di finire nei cassonetti dei rifiuti, ma verranno destinati a chi ha bisogno di un pasto caldo.  È quanto previsto dal progetto sperimentale di recupero pasti denominato "La pietanza non avanza - Gusta il giusto, dona il resto", promosso e finanziato dall'assessorato all'Ambiente della Regione Piemonte, in collaborazione con la direzione regionale Sanità, il Comune di Torino, l'Associazione Banco Alimentare del Piemonte e la ditta Compass Group.

 Quest'iniziativa accende una lampadina non solo sullo spreco in sé, ma su ben altro. Infatti viviamo in una civiltà dove le eccedenze sono innumerevoli e vanno perse in maniera moralmente colpevole. Anche recentemente allarmi sono stati lanciati verso la perdita di circa un 30% dei cibi che passano per le mense, supermercati o ristoranti, ma anche nelle nostre case. Ma buttar via cibo o oggetti di vario tipo non ci impressiona più, tranne se pensiamo che così "le risorse finiranno", oppure che "non siamo all'avanguardia nel riciclo".

 Ma questa è una critica infantile: pensare a un'improbabile fine delle risorse è indice di paura e tutto il riciclo del mondo non arresterebbe lo sfascio. Un passo oltre lo fa l'iniziativa torinese, perché mette al centro del recupero le persone bisognose, e questo è importante perché ci apre a un altro punto eticamente grave: è l'idea che ormai siamo convinti che esistano delle cose "in sé" inutili.

 L'inutilità delle cose è un'idea postmoderna, che non sa riconoscere l'utilità intrinseca di tutto e dunque la riparabilità, la riutilizzabilità, la scambiabilità e addirittura la preziosità di tutto, e si limita ad accettare quello che è "perfetto". I nostri vecchi accomodavano anche i piatti rotti con colla e sottili fil di ferro; oggi la maggior parte delle cose che abbiamo in casa sappiamo bene che "non vale la pena" di accomodarle, perché è più economico comprarne di nuovi; e di conseguenza non si trova più chi accomoda scarpe, ombrelli, ma anche radio o computer appena un po' datati.

Da dove nasce questa fobia, che è alla base dello spreco e che va a braccetto con la "religione del riciclaggio", che colpevolizza il vecchietto che non butta la cartaccia nel sacco giusto ma non dice nulla degli imballaggi oscenamente ingombranti, dei gadget dei giornali fatti per essere buttati e mai letti? Sono oltre 134.000 le vecchie tv e i vecchi monitor raccolti e avviati al riciclo in Emilia Romagna finora nel 2010 (dati consorzio ReMedia), e sono tv funzionanti, ma che improvvisamente non servono più: si poteva comprare un decoder esterno; invece la gente se ne disfa e basta: perché?

 Per l'incapacità di accettare una sfida: quella che "tutto è bene", concetto donato al mondo dal cristianesimo e che ha portato il progresso di cui godiamo, perché ha insegnato che tutto si poteva conoscere senza paura, che tutto si poteva utilizzare. Invece oggi la cultura postmoderna dice che "è bene solo quello che mi serve", e butta via tutto il resto, disfacendosi invece di cose preziose.

 E, attenzione, questo vale non solo per le bucce delle pere che nessuno mangia più (e che farebbero invece tanto bene), ma vale anche per i rapporti umani, dove il marito che non va più bene per un motivo o un altro va cambiato, il nonno che disturba va invitato a capire che in fondo "non è giusto sentirsi un peso per gli altri" e avviarsi in silenzio a chiedere di morire, il bambino che non passa l'esame dell'analisi genetica prenatale non va fatto nascere.

 Siamo nella prima società che genera rifiuti, cosa mai successa prima nella storia del mondo. E "rifiuto" non significa "spreco", che sarebbe un valore alterato ma in un certo senso positivo se fosse una corsa all'utilizzo infrenabile e creativo; ma significa"fobia", paura, diffidenza, che ci fa perdere il gusto (e i mille gusti) della vita. L'unica soluzione - e l'ottima iniziativa torinese è un segnale d'allarme per correre ai ripari più generali - è il rispetto, cioè la capacità e la grazia di guardare le cose intravedendo con la coda dell'occhio il Disegno mai insensato, di cui esse fanno parte, riscoprendo la preziosità di tutto.


domenica 28 novembre 2010

Non tutte le recensioni aiutano...

Naturalmente condividiamo poco, quasi nulla della recensione de Il Messaggero segnalata nel precedente post...

A partire dal giudizio su La Ballata del Cavallo Bianco, una delle opere più belle di Chesterton, che l'estensore dell'articolo forse non conosce.

Autobiografia recensita da Il Messaggero

In questo collegamento trovate una recensione dell'Autobiografia di Chesterton recentemente riproposta da Lindau.

E' su Il Messaggero ed è a firma di Roberto Bertinetti.

sabato 27 novembre 2010

Quella guerra dimenticata alle frontiere della cristianità.

Un interessante articolo di Fausto Biloslavo sulla guerra dimenticata nel Nagorno Karabakh apparso su Il Giornale di ieri.

I possenti carri armati di fabbricazione russa avanzano in colonna verso gli obiettivi sollevando una nuvola di polvere e fumo. Le cannonate riempiono come tuoni la vallata colpendo i bersagli. Dietro i carri avanzano le truppe infagottate nelle mimetiche. Soldati ragazzini, ma decisi a difendere un fazzoletto di terra che chiamano patria. 
Gli elicotteri d'attacco sorvolano a bassa quota le colonne e lanciano razzi per aprire un varco all'avanzata. Per fortuna è solo un'esercitazione che serve a mostrare i muscoli. Il nemico, neppure tanto immaginario, è l'esercito azero, che nella simulazione avrebbe scatenato un'offensiva contro il Nagorno Karabakh. Una minuscola repubblica cristiana, povera e indipendente sul territorio dell'Azerbaijan musulmano e ricco di petrolio. Un puntino sulla carta geografica che nessun Paese al mondo riconosce, neppure la vicina Armenia protettrice dell'enclave.
«Questa è l'ultima frontiera della cristianità, ma siamo delusi dall'Europa, che sembra non capirlo. Eppure noi ci ispiriamo ai vostri valori», sottolinea Mikael Hajiyan, portavoce del Parlamento di Stepanakert, la «capitale» del Nagorno Karabakh. In mezzo alle montagne del Caucaso meridionale, lungo 200 chilometri di trincee e fortificazioni, si fronteggiano da 16 anni armeni e azeri. Al crollo dell'Unione sovietica, fra il 1992 e il '94, si massacrarono lasciando sul terreno 30mila morti e un fiume di profughi. Settecentomila azeri sono fuggiti dal Nagorno Karabakh e 250mila armeni dall'Azerbaijan. Alla fine gli armeni hanno vinto, ma il conflitto è rimasto congelato. In quest'angolo di Caucaso cova una delle guerre più dimenticate del pianeta, che negli ultimi mesi ha registrato nuove e pericolose fiammate. Cecchini che sparano quasi ogni giorno e commando «suicidi» azeri che raggiungono le trincee avversarie per far fuori più soldati armeni possibile, prima di farsi ammazzare. Da giugno le vittime ufficiali sono una ventina, ma c'è chi pensa siano in realtà il doppio. Oltre 700 le violazioni della tregua sulla linea di contatto fra i due eserciti denunciate alle Nazioni Unite. 
I turni al fronte durano una settimana e la leva tocca a tutti dai 18 anni. Prima di andare in trincea i reparti armeni (in tutto 20mila uomini) si inginocchiano e recitano il Padre nostro. 
Artem Grigoryan si è arruolato volontario: «Quando hanno colpito Mher l'ho sentito gridare come un ossesso. Eravamo tutti in posizione e lo scontro a fuoco con gli azeri è durato mezz'ora. Per fortuna è rimasto soltanto ferito». Le trincee si snodano come sul Carso ai tempi della Prima guerra mondiale. Si dorme nei bunker sotterranei. Gli azeri in alcuni punti sono vicinissimi a poco più di cento metri. Spesso innalzano manichini o insultano i santi e gli eroi della storia armena per provocare la sparatoria. Basta alzare di poco la testa o tenere per qualche secondo di troppo aperta la feritoia della postazione e ti beccano. «Sappiamo bene che la guerra non è mai finita. Il Karabakh assomiglia a un vulcano, pronto a eruttare in qualsiasi momento», osserva Armen, che ha appena finito il servizio militare. Nei bunker sotterranei della linea di contatto gli armeni giocano a scacchi o leggono libri. Andrey Grigoryan, capelli a spazzola e faccia da bravo ragazzo, ama roba pesante come Schopenhauer e Nietzsche. Altri si accontentano dei fumetti o della musica via radio. Le cuffiette sono severamente proibite, perché non ti fanno sentire lo sparo dei cecchini. 
«L'Azerbaijan si prepara ad attaccarci, ma se scoppierà la guerra coinvolgerà tutto il Caucaso e gli interessi petroliferi stranieri potrebbero diventare obiettivi», fa notare Ashot Ghoulian, presidente del Parlamento del Nagorno Karabakh. L'Azerbaijan è un eldorado energetico per grandi compagnie come la britannica Bp e pure l'Eni è presente. I turchi, che si sono macchiati del genocidio armeno, considerano gli azeri fratelli. Cinquemila soldati russi piantonano, da parte armena, la frontiera sbarrata con la Turchia.
La guerra più che di religione è nazionalistica, ma in Nagorno Karabakh non mancano i preti combattenti. «Il rischio che ricominci è reale e io sono pronto a tornare a combattere con la croce e il fucile», ammette tranquillamente padre Grigor, 54 anni, nel monastero di Ganzasar. Abito talare nero e capelli color argento faceva il musicista, ma poi ha trovato la vocazione in prima linea nel 1992, quando benediceva i soldati armeni. 
Alle pendici della «montagna del tesoro», dove sorge il monastero, c'è il villaggio di Vanq. In ottobre Albano è venuto da queste parti a inaugurare un asilo e a cantare. Soltanto per questo gli azeri minacciano di sbatterlo nella lista nera delle persone non grate. Per l'Azerbaijan il Nagorno Karabakh, due volte più piccolo del Kosovo, con meno di 150mila abitanti, è «territorio occupato».
Harut Grigoryan è una delle ultime vittime della guerra dimenticata. Gli mancavano un paio di settimane per finire il servizio di leva, ma il 26 ottobre un cecchino l'ha ucciso sulle trincee di Martakert. «Ho tirato su mio figlio sotto le bombe, quando aveva due anni - racconta la madre - E l'ho perso a venti». Il padre, Ashot, è un veterano, ferito due volte. Una lacrima gli riga la guancia: «Ha fatto il suo dovere. Si è sacrificato per la patria, ma non voglio vendetta. So cos'è la guerra e per questo vi dico che noi e gli azeri abbiamo bisogno di vivere in pace».

Un aforisma al giorno

"L'adorazione della volontà è la negazione della volontà. Ammirare la semplice scelta significa rifiutare di scegliere".


Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

Il Papa ci ricorda che l'embrione è un uomo.

http://www.ilgiornale.it/interni/il_papa_contro_laborto_lembrione_va_tutelato_promuovere_cultura_vita/vaticano-benedetto_xvi-aborto-vita-embrione/27-11-2010/articolo-id=489925-page=0-comments=1

In questo collegamento trovate un articolo de Il Giornale sulla veglia del Papa per la vita nascente.

L'embrione è un uomo. Lo dice la ragione.

venerdì 26 novembre 2010

Un aforisma al giorno

"Il maggior disastro del XIX secolo è stato questo: gli uomini hanno cominciato a usare la parola “spirituale” con la stessa eccezione della parola “buono”. Credevano che diventare più raffinati e incorporei equivalesse a diventare più virtuosi".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

Un aforisma al giorno

"La scienza ammetterà l’Ascensione se la chiamate Levitazione, e molto probabilmente ammetterà la Resurrezione quando conierà una parola diversa per definirla".


Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

giovedì 25 novembre 2010

Ricordiamo a tutti che è possibile ordinare La Nonna del Drago...

... la fantastica strenna natalizia per i veri chestertoniani!

Le modalità in questo collegamento!

Il contagio si espande - L'Istituto del Verbo Incarnato parla di Chesterton e ingaggia il nostro Fabio Trevisan!

Che bell'entusiasmo!

Addirittura una prima giornata chestertoniana! Il che lascia intendere che ce ne saranno altre!

Poi hanno ingaggiato il nostro carissimo Fabio Trevisan, che se fosse nato nella Terra di Mezzo sarebbe stato Tom Bombadil. Un cannone.

L'Uomo Vivo è commosso.

Chissà come se la sta ridendo Gilbert...!

Vi invitiamo ad andare tutti, ovviamente.