giovedì 2 dicembre 2010
Morganti ci stupisce (bellissimo!)
Alla ricerca di Peter Pan.
Esce per i tipi di Cantagalli, Siena. Ecco la presentazione:
L'articolo che vi avevamo segnalato ieri di Francesco Agnoli sul suicidio
Indagini sul suicidio
Annulla tutti i significati, ma non è senza significato. La fede, il materialismo, l’oriente estremo

Un aforisma al giorno
Due notizie interessanti dal blog di Andrea Tornielli.
http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2010/12/01/buone-nuove-dallirak-gli-sciiti-aiutano-i-cristiani/
Il primo collegamento riguarda il fatto che il Papa ha chiesto di pregare per i cattolici cinesi e per la Chiesa in Cina. Leggete.
Il secondo riguarda la sorte dei cristiani in Iraq e l'insperato aiuto degli sciiti.
mercoledì 1 dicembre 2010
Bompiani rilancia Il poeta e i pazzi
Chestertoniana - 4 - L'articolo di Edoardo Rialti
http://www.tracce.it/detail.asp?c=1&p=1&id=19024
Buona lettura a tutti!
Su Il Foglio di oggi 4 Dicembre 2010
Appena potremo, il PDF.
Poi c'è un interessante articolo di Francesco Agnoli sul suicidio (trae occasione dal suicidio del povero Mario Monicelli, che Iddio voglia che abbia avuto il tempo di pentirsi).
lunedì 29 novembre 2010
Anzi, l'articolo di Antonio Socci che scrive a Roberto Saviano lo mettiamo tutto intero. Merita.
Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.
Bravo Antonio Socci
Dal prof. Carlo Bellieni - L'era del rifiuto
di Carlo Bellieni
È notizia di questi giorni che dal prossimo gennaio 2011 i cibi rimasti integri e inutilizzati nelle mense delle scuole torinesi non rischieranno più di finire nei cassonetti dei rifiuti, ma verranno destinati a chi ha bisogno di un pasto caldo. È quanto previsto dal progetto sperimentale di recupero pasti denominato "La pietanza non avanza - Gusta il giusto, dona il resto", promosso e finanziato dall'assessorato all'Ambiente della Regione Piemonte, in collaborazione con la direzione regionale Sanità, il Comune di Torino, l'Associazione Banco Alimentare del Piemonte e la ditta Compass Group.
Quest'iniziativa accende una lampadina non solo sullo spreco in sé, ma su ben altro. Infatti viviamo in una civiltà dove le eccedenze sono innumerevoli e vanno perse in maniera moralmente colpevole. Anche recentemente allarmi sono stati lanciati verso la perdita di circa un 30% dei cibi che passano per le mense, supermercati o ristoranti, ma anche nelle nostre case. Ma buttar via cibo o oggetti di vario tipo non ci impressiona più, tranne se pensiamo che così "le risorse finiranno", oppure che "non siamo all'avanguardia nel riciclo".
Ma questa è una critica infantile: pensare a un'improbabile fine delle risorse è indice di paura e tutto il riciclo del mondo non arresterebbe lo sfascio. Un passo oltre lo fa l'iniziativa torinese, perché mette al centro del recupero le persone bisognose, e questo è importante perché ci apre a un altro punto eticamente grave: è l'idea che ormai siamo convinti che esistano delle cose "in sé" inutili.
L'inutilità delle cose è un'idea postmoderna, che non sa riconoscere l'utilità intrinseca di tutto e dunque la riparabilità, la riutilizzabilità, la scambiabilità e addirittura la preziosità di tutto, e si limita ad accettare quello che è "perfetto". I nostri vecchi accomodavano anche i piatti rotti con colla e sottili fil di ferro; oggi la maggior parte delle cose che abbiamo in casa sappiamo bene che "non vale la pena" di accomodarle, perché è più economico comprarne di nuovi; e di conseguenza non si trova più chi accomoda scarpe, ombrelli, ma anche radio o computer appena un po' datati.
Da dove nasce questa fobia, che è alla base dello spreco e che va a braccetto con la "religione del riciclaggio", che colpevolizza il vecchietto che non butta la cartaccia nel sacco giusto ma non dice nulla degli imballaggi oscenamente ingombranti, dei gadget dei giornali fatti per essere buttati e mai letti? Sono oltre 134.000 le vecchie tv e i vecchi monitor raccolti e avviati al riciclo in Emilia Romagna finora nel 2010 (dati consorzio ReMedia), e sono tv funzionanti, ma che improvvisamente non servono più: si poteva comprare un decoder esterno; invece la gente se ne disfa e basta: perché?
Per l'incapacità di accettare una sfida: quella che "tutto è bene", concetto donato al mondo dal cristianesimo e che ha portato il progresso di cui godiamo, perché ha insegnato che tutto si poteva conoscere senza paura, che tutto si poteva utilizzare. Invece oggi la cultura postmoderna dice che "è bene solo quello che mi serve", e butta via tutto il resto, disfacendosi invece di cose preziose.
E, attenzione, questo vale non solo per le bucce delle pere che nessuno mangia più (e che farebbero invece tanto bene), ma vale anche per i rapporti umani, dove il marito che non va più bene per un motivo o un altro va cambiato, il nonno che disturba va invitato a capire che in fondo "non è giusto sentirsi un peso per gli altri" e avviarsi in silenzio a chiedere di morire, il bambino che non passa l'esame dell'analisi genetica prenatale non va fatto nascere.
Siamo nella prima società che genera rifiuti, cosa mai successa prima nella storia del mondo. E "rifiuto" non significa "spreco", che sarebbe un valore alterato ma in un certo senso positivo se fosse una corsa all'utilizzo infrenabile e creativo; ma significa"fobia", paura, diffidenza, che ci fa perdere il gusto (e i mille gusti) della vita. L'unica soluzione - e l'ottima iniziativa torinese è un segnale d'allarme per correre ai ripari più generali - è il rispetto, cioè la capacità e la grazia di guardare le cose intravedendo con la coda dell'occhio il Disegno mai insensato, di cui esse fanno parte, riscoprendo la preziosità di tutto.
domenica 28 novembre 2010
Non tutte le recensioni aiutano...
A partire dal giudizio su La Ballata del Cavallo Bianco, una delle opere più belle di Chesterton, che l'estensore dell'articolo forse non conosce.
Autobiografia recensita da Il Messaggero
E' su Il Messaggero ed è a firma di Roberto Bertinetti.
sabato 27 novembre 2010
Quella guerra dimenticata alle frontiere della cristianità.
I possenti carri armati di fabbricazione russa avanzano in colonna verso gli obiettivi sollevando una nuvola di polvere e fumo. Le cannonate riempiono come tuoni la vallata colpendo i bersagli. Dietro i carri avanzano le truppe infagottate nelle mimetiche. Soldati ragazzini, ma decisi a difendere un fazzoletto di terra che chiamano patria.
Gli elicotteri d'attacco sorvolano a bassa quota le colonne e lanciano razzi per aprire un varco all'avanzata. Per fortuna è solo un'esercitazione che serve a mostrare i muscoli. Il nemico, neppure tanto immaginario, è l'esercito azero, che nella simulazione avrebbe scatenato un'offensiva contro il Nagorno Karabakh. Una minuscola repubblica cristiana, povera e indipendente sul territorio dell'Azerbaijan musulmano e ricco di petrolio. Un puntino sulla carta geografica che nessun Paese al mondo riconosce, neppure la vicina Armenia protettrice dell'enclave.
«Questa è l'ultima frontiera della cristianità, ma siamo delusi dall'Europa, che sembra non capirlo. Eppure noi ci ispiriamo ai vostri valori», sottolinea Mikael Hajiyan, portavoce del Parlamento di Stepanakert, la «capitale» del Nagorno Karabakh. In mezzo alle montagne del Caucaso meridionale, lungo 200 chilometri di trincee e fortificazioni, si fronteggiano da 16 anni armeni e azeri. Al crollo dell'Unione sovietica, fra il 1992 e il '94, si massacrarono lasciando sul terreno 30mila morti e un fiume di profughi. Settecentomila azeri sono fuggiti dal Nagorno Karabakh e 250mila armeni dall'Azerbaijan. Alla fine gli armeni hanno vinto, ma il conflitto è rimasto congelato. In quest'angolo di Caucaso cova una delle guerre più dimenticate del pianeta, che negli ultimi mesi ha registrato nuove e pericolose fiammate. Cecchini che sparano quasi ogni giorno e commando «suicidi» azeri che raggiungono le trincee avversarie per far fuori più soldati armeni possibile, prima di farsi ammazzare. Da giugno le vittime ufficiali sono una ventina, ma c'è chi pensa siano in realtà il doppio. Oltre 700 le violazioni della tregua sulla linea di contatto fra i due eserciti denunciate alle Nazioni Unite.
I turni al fronte durano una settimana e la leva tocca a tutti dai 18 anni. Prima di andare in trincea i reparti armeni (in tutto 20mila uomini) si inginocchiano e recitano il Padre nostro.
Artem Grigoryan si è arruolato volontario: «Quando hanno colpito Mher l'ho sentito gridare come un ossesso. Eravamo tutti in posizione e lo scontro a fuoco con gli azeri è durato mezz'ora. Per fortuna è rimasto soltanto ferito». Le trincee si snodano come sul Carso ai tempi della Prima guerra mondiale. Si dorme nei bunker sotterranei. Gli azeri in alcuni punti sono vicinissimi a poco più di cento metri. Spesso innalzano manichini o insultano i santi e gli eroi della storia armena per provocare la sparatoria. Basta alzare di poco la testa o tenere per qualche secondo di troppo aperta la feritoia della postazione e ti beccano. «Sappiamo bene che la guerra non è mai finita. Il Karabakh assomiglia a un vulcano, pronto a eruttare in qualsiasi momento», osserva Armen, che ha appena finito il servizio militare. Nei bunker sotterranei della linea di contatto gli armeni giocano a scacchi o leggono libri. Andrey Grigoryan, capelli a spazzola e faccia da bravo ragazzo, ama roba pesante come Schopenhauer e Nietzsche. Altri si accontentano dei fumetti o della musica via radio. Le cuffiette sono severamente proibite, perché non ti fanno sentire lo sparo dei cecchini.
«L'Azerbaijan si prepara ad attaccarci, ma se scoppierà la guerra coinvolgerà tutto il Caucaso e gli interessi petroliferi stranieri potrebbero diventare obiettivi», fa notare Ashot Ghoulian, presidente del Parlamento del Nagorno Karabakh. L'Azerbaijan è un eldorado energetico per grandi compagnie come la britannica Bp e pure l'Eni è presente. I turchi, che si sono macchiati del genocidio armeno, considerano gli azeri fratelli. Cinquemila soldati russi piantonano, da parte armena, la frontiera sbarrata con la Turchia.
La guerra più che di religione è nazionalistica, ma in Nagorno Karabakh non mancano i preti combattenti. «Il rischio che ricominci è reale e io sono pronto a tornare a combattere con la croce e il fucile», ammette tranquillamente padre Grigor, 54 anni, nel monastero di Ganzasar. Abito talare nero e capelli color argento faceva il musicista, ma poi ha trovato la vocazione in prima linea nel 1992, quando benediceva i soldati armeni.
Alle pendici della «montagna del tesoro», dove sorge il monastero, c'è il villaggio di Vanq. In ottobre Albano è venuto da queste parti a inaugurare un asilo e a cantare. Soltanto per questo gli azeri minacciano di sbatterlo nella lista nera delle persone non grate. Per l'Azerbaijan il Nagorno Karabakh, due volte più piccolo del Kosovo, con meno di 150mila abitanti, è «territorio occupato».
Harut Grigoryan è una delle ultime vittime della guerra dimenticata. Gli mancavano un paio di settimane per finire il servizio di leva, ma il 26 ottobre un cecchino l'ha ucciso sulle trincee di Martakert. «Ho tirato su mio figlio sotto le bombe, quando aveva due anni - racconta la madre - E l'ho perso a venti». Il padre, Ashot, è un veterano, ferito due volte. Una lacrima gli riga la guancia: «Ha fatto il suo dovere. Si è sacrificato per la patria, ma non voglio vendetta. So cos'è la guerra e per questo vi dico che noi e gli azeri abbiamo bisogno di vivere in pace».
Un aforisma al giorno
"L'adorazione della volontà è la negazione della volontà. Ammirare la semplice scelta significa rifiutare di scegliere".
Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia
Il Papa ci ricorda che l'embrione è un uomo.
In questo collegamento trovate un articolo de Il Giornale sulla veglia del Papa per la vita nascente.
L'embrione è un uomo. Lo dice la ragione.


