lunedì 8 marzo 2010

Chesterton all'Holy Cross

http://www.holycross.edu/departments/library/website/archives/57-cshtf.html

In questo collegamento trovate la foto che ritrae l'arrivo di
Chesterton all'Holy Cross (per riprendere l'argomento del post
precedente).

Celebrazioni chestertoniane negli Stati Uniti.

http://www.holycross.edu/publicaffairs/press_releases/2009-2010/gk_chesteron

Il collegamento qui sopra riporta al sito della Holy Cross University
negli Stati Uniti, che quest'anno celebra gli ottanta anni dalla
trionfale visita di Gilbert Keith Chesterton all'ateneo americano.

In programma c'è anche il
nostro caro amico Padre Ian Boyd.

Per la cronaca, uno dei pochissimi brani video che vede protagonista
Chesterton è proprio la cerimonia di consegna del titolo di Crociato
al nostro Gilbert (lo trovate sul nostro blog, nonché su Youtube).

domenica 7 marzo 2010

La Scuola Chesterton è a Dublino

Volevamo segnalare agli amici del blog e della Società che la Scuola
Media Libera "Gilbert Keith Chesterton" di San Benedetto del Tronto è
in soggiorno di studio a Dublino e potete trovare delle belle foto sul
blog

http://piergiorgiofrassati.blogspot.com

venerdì 5 marzo 2010

Un aforisma al giorno

"La cosa veramente incredibile dei miracoli è che accadono".

Gilbert Keith Chesterton

martedì 2 marzo 2010

Un aforisma al giorno

«Diventare cattolici allarga la mente. In piedi nel punto in cui tutte le strade si incrociano, l’uomo può guardare in fondo a ciascuna e rendersi conto che provengono da tutti i punti del cielo».

Gilbert Keith Chesterton, La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento

CHESTERTON, UN PENITENTE GIOIOSO - Avvenire recensisce La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento


di FULVIO PANZERI - da Avvenire di oggi 2 Marzo 2010

Di quanto la parola di un grandissimo autore qual è Chesterton sia ancora attualissima, nella sua lucidità di giudizio e nella sua ironica visione del mondo e della Chiesa, lo stanno a dimostrare alcuni scritti minori che ritornano in libreria, in nuove edizioni, dopo fugaci apparizioni in italiano di molti anni fa. Ora è la volta de «La Chiesa cattolica. Dove molte verità si danno appuntamento», ora riproposto da Lindau, testo quasi inedito, mai più stato ristampato in Italia dopo una prima edizione degli anni Cinquanta. E non si riesce a capire perché, in quanto questo risulta «capitale» per capire, non solo la conversione di Chesterton, ma per ritrovare la coscienza di quanto il cristianesimo e la pratica della fede abbiano bisogno di mettersi continuamente nell’ottica del «convertito», per ritrovare una certezza e una fiducia rinnovati, sia per il proprio «credo», sia per l’appartenenza alla Chiesa cattolica. È un testo scritto nel 1927, breve ma assai incisivo, in cui Chesterton mette a confronto la Chiesa anglicana con la Chiesa cattolica, proprio per discutere in profondità la radice della propria scelta, per testimoniare non solo la grande gioia ricevuta dopo il passaggio al cattolicesimo: «Diventare cattolici allarga la mente. In piedi nel punto in cui tutte le strade si incrociano, l’uomo può guardare in fondo a ciascuna e rendersi conto che provengono da tutti i punti del cielo». A Chesterton interessa soprattutto interrogarsi sui pregiudizi di una cultura che ha fatto sì che la sua formazione si nutrisse di considerazioni errate sulla Chiesa cattolica. Questo scritto può essere letto quindi anche nell’ottica di una «confessione» laica, perché come sottolinea lo stesso Chesterton «se un convertito vuole parlare di conversione, dovrà cercare di ripercorrere i suoi passi all’indietro, uscendo da quel santuario per tornare al deserto assoluto in cui credeva davvero che questa eterna giovinezza fosse solo la Vecchia Religione».
Lo scrittore sa che questo è difficilissimo, ma ci prova, anche se con molti dubbi, tanto che alla fine di questo divagante saggio in cui delinea, anche attraverso la propria esperienza, l’anima del convertito, si trova a constatare quanto «questi appunti siano troppo personali, eppure non posso immaginare come si possa illustrare altrimenti un qualsiasi concetto di conversione». Riletto oggi il libro assume un carattere molto più largo che travalica la singola esperienza chestertoniana per porsi come un saggio che mette in luce la necessità di riconoscere il proprio errore. Un quaderno «penitenziale» quindi che diventa «il libro d’ore» per questi giorni di quaresima, visto che è segnato da una convinzione: «Non è fanatismo avere la certezza di essere nel giusto, mentre lo è non arrivare a immaginare come potremmo esserci sbagliati». Proprio in quest’ottica riusciamo a capire l’importanza che l’autore pone nel sacramento della Penitenza: «Il convertito ne è abbastanza vicino da averne scoperto il realismo, ma non ancora a sufficienza per vederne la ragionevolezza e il buon senso».
È necessario, quindi, ritrovarsi, interiormente, in quanto «l’ancor più minuscolo confessionale è come una chiesa dentro la chiesa», un luogo dove scoprire che «la fede è un paradosso più grande se contemplata dall’interno piuttosto che dall’esterno».

lunedì 1 marzo 2010

Zenit intervista il nostro presidente

La storia e le ragioni della conversione di Gilbert Chesterton
Intervista a Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- La Lindau ha appena ripubblicato uno dei libri più famosi di Gilbert Chesterton la "Chiesa Cattolica. Dove tutte le verità si danno appuntamento".

Si tratta del libro in cui Chesterton racconta la sua conversione religiosa avvenuta nel 1922

Con la consueta genialità, ironica e brillante, il grande scrittore inglese racconta la trepidazione della sua anima perennemente in bilico durante le tre fasi che precedono l'ingresso nella Chiesa di Roma: l'assunzione di un atteggiamento intellettualmente onesto nei confronti di essa, quindi la sua progressiva e irresistibile scoperta e infine l'impossibilità di abbandonarla una volta entratovi.

Per Chesterton il cattolicesimo è una forza sempre nuova, in grado di competere con le altre religioni (oltre che con le altre confessioni cristiane) e con le ideologie prodotte dalla modernità dei suoi tempi (socialismo, spiritismo).

Al termine del pellegrinaggio lo scrittore inglese arriva alle stesse conclusioni del Pontefice Benedetto XVI, scoprendo che il fondamento della autentica universalità della Chiesa risiede nella razionalità e nella libertà del cattolicesimo.

Nell'introduzione al volume Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana, ha scritto che "quando Chesterton parla di religione, ne parla sempre a partire dalla ragione e dalla vita. Non fa un ‘discorso ecclesiastico' o clericale. Può partire da un pezzo di gesso, un dente di leone o un tramonto per arrivare al rapporto di ciascuno di noi con il Mistero. Perché per lui fu così: il Mistero che fa tutte le cose si manifestò nella sua vita attraverso gli umili ma potenti segni dell'allegria familiare, del gusto del bello scorto nelle cose di tutti i giorni".

Per conoscere a fondo Chesterton e le ragioni che lo portarono alla conversione, ZENIT ha intervistato Marco Sermarini, uno degli italiani che più hanno studiato l'autore inglese.

Perché ha caldeggiato e introdotto questo libro?

Sermarini: E' una delle opere che riescono meglio a far capire il pensiero di Chesterton sul fatto religioso, anzi, sulla sua adesione piena di ragione e di cuore al cattolicesimo; e soprattutto perché è molto utile oggi alle persone che si troveranno a leggerla.

A chi la fede già l'ha avuta in dono, perché permetterà di ripercorrerne le ragioni fondanti. A chi non ce l'ha ma la desidera, perché comprenderà quanto essa sia importante in aiuto alla ragione. A chi non ce l'ha e neppure la cerca, perché troverà un cattolico contento, arguto, intelligente e pure simpaticissimo in grado di fargli venire la voglia di averla.

Chesterton è ancora attuale oggi? Quali sono le opere e i concetti che lo rendono moderno?

Sermarini: Credo di avere in parte risposto. Tante volte tra amici ci troviamo a dire che ci vorrebbe un Chesterton (e vi assicuro che non ce n'è uno alla sua altezza, nessuno si offenda: troppo intelligente, troppo simpatico, troppo leggero e serio al tempo stesso, troppo battagliero e lontano dalle seduzioni di "destra sinistra centro"), ma poi scopriamo che se ci fossero sempre più chestertoniani in giro a far conoscere il suo pensiero sarebbe già molto più di qualcosa.

Ossia, se si riuscisse a far conoscere sempre più il suo pensiero, tutti se ne gioverebbero moltissimo. Infatti, in maniera apparentemente inspiegabile ci troviamo spesso a leggere nelle sue opere cose che stanno accadendo oggi, e che lui cento anni fa aveva già viste e capite. L'inspiegabilità è solo apparente, perché Chesterton aveva un'intelligenza acutissima illuminata da una fede cristallina, e quindi riusciva a leggere molto più lontano di tanti altri quello che già era iscritto nei fatti che stava vivendo e nelle idee del suo tempo.

Fra le sue opere le più rappresentative sono Ortodossia, Autobiografia, Uomovivo, la "saga" di Padre Brown e altre ancora. Ciò che lo caratterizza in modo assoluto è l'uso rigoroso della ragione dietro i fuochi artificiali dei suoi paradossi e della sua scoppiettante ironia. Stanley Jaki, letta l'Ortodossia e in particolare il capitolo "The Ethics of Elfland" (La morale delle favole), disse che quello era il modo assolutamente più sano di usare la ragione... scusate se è poco.

Quali sono le ragioni della sua conversione dall'anglicanesimo al cristianesimo? Quante di queste ragioni sono ancora valide e in che modo molti anglicani potrebbero rientrare nella Chiesa cattolica ripercorrendo il cammino di Chesterton?

Sermarini: I motivi della sua conversione vanno letti in Ortodossia, nella sua Autobiografia e nel libro che ho avuto la gioia di presentare. Chesterton fu battezzato anglicano, ma la famiglia aderì alla fede unitariana. In seguito egli si abbandonò ad una sorta di scetticismo che lo portò, complice anche la frequentazione con ambienti esoterici ed il clima culturale dettato dal decadentismo, sull'orlo della più insana delle idee.

Successivamente ad una sorta di esperienza mistica descritta in una lettera al suo carissimo amico Edmund Clerihew Bentley (vi si afferma che "è imbarazzante parlare con Dio faccia a faccia come si parla con un amico..."), Chesterton comprende il valore immenso della vita, qualunque ne sia la "qualità" o il "livello", e da ciò nasce la gratitudine che egli si darà come compito e vocazione della sua vita. Dirà nel suo diario giovanile di voler passare il resto della sua vita a ringraziare Dio di tutto (cosa che fece, in realtà).

Si riavvicinerà prima alla chiesa anglicana grazie alla moglie Frances Blogg, che ne era una sincera fedele, e ad alcune figure di pastori particolarmente significative. Successivamente, grazie alla frequentazione con l'amico di una vita Hilaire Belloc e con padre John O'Connor (che gli ispirerà il padre Brown degli omonimi Racconti), conosce sempre meglio il cattolicesimo ed inizia a difenderlo con le sue opere. Ortodossia è la punta di diamante della sua produzione in questo versante.

Dico sempre che andrebbe messa in programma nei seminari e nelle università cattoliche come materia di studio, potrebbe solo fare del gran bene. Per anni fu considerato cattolico pur non essendolo ancora, tanto che la notizia della sua conversione nel 1922 colse moltissimi di sorpresa e creò non poche "prese di distanza", non ultima quella di George Bernard Shaw che gli disse: "No, Gilbert, ora stai andando troppo avanti...". Il cattolicesimo per lui è la cosa cercata da gran tempo, come colui che crede di trovare una nuova esotica terra e invece riscopre la sua cara vecchia patria. Il cattolicesimo è la pienezza del cristianesimo, per Chesterton, ed è questo il motivo tuttora attuale che chiunque può adottare nel fare un passo simile a quello di Gilbert.

Chi sono gli unitariani e perché la loro negazione della divinità di Cristo è oggi così diffusa anche in ambiti vicini alla Chiesa cattolica?

Sermarini: Chesterton da giovane frequentò la Chiesa Unitariana, seguendo padre e madre. Gli unitariani predicano una sorta di cristianesimo privato dello scandalo inaccettabile della divinità di Cristo, fatto di amicizia, concordia e pace ma allontanato dalla loro vera autentica scaturigine.

Oggi sembra un'eresia tornata di moda, complice il dilavamento nei discorsi di uomini di Chiesa della sana dottrina (quella che Chesterton nell'Ortodossia vede sintetizzata nel Credo degli Apostoli) ad una sorta di morale civile di più alto rango, il che fa comprendere come mai il senso comune chestertoniano non sia più di casa in certi ambienti mentre passano con facilità tante idee distorte, quali eutanasia, eugenetica, opzioni libere nel cosiddetto orientamento sessuale, tanta intolleranza verso il cattolicesimo vero.

In che modo e perché Chesterton potrebbe aiutare nel rafforzamento della fede cristiana?

Sermarini: Chesterton era integralmente cattolico, intelligentemente cattolico, cordialmente cattolico, allegramente cattolico: chi meglio di lui potrebbe aiutarci? Tra amici spesso diciamo che Chesterton potrebbe essere considerato il San Tommaso d'Aquino del XX e del XXI secolo. Era buono e molto allegro ed amava tutti, anche i suoi avversari culturali (basterà guardare alla sua sincera amicizia con Shaw, Wells e tanti altri personaggi molto distanti da lui culturalmente).

Ci sono delle persone in Gran Bretagna che si stanno organizzando per chiedere la beatificazione di Chesterton. Lei che cosa ne pensa? L'Associazione che lei dirige sta pensando di promuovere iniziative per caldeggiare tale beatificazione?

Sermarini: Nel mondo anglosassone già da qualche tempo si parla della "santità di Chesterton": tanti sono gli indizi che ci fanno pensare che egli abbia vissuto in maniera esemplare la fede cattolica, basti solo elencare le personalità che gli debbono a loro volta la fede, acquistata dopo la lettura delle sue opere: sir Alec Guinness, Clive Staples Lewis, Joseph Pearce e tanti altri.

Molti di noi debbono tanto a Chesterton, per cui già gira una preghiera per chiedere al Signore di manifestare la Sua gloria in Gilbert, che non era solo un grande intellettuale, ma era soprattutto un uomo straordinariamente buono, dal cuore innocente di bambino. Chi vuole può trovare la preghiera nel nostro blog (http://uomovivo.blogspot.com) e in quello della Società Chestertoniana Inglese (in quest'ultimo tradotta in varie lingue). Noi non vogliamo anticipare il giudizio della Chiesa, ma per noi è un grande amico già da adesso, per il mistero della Comunione dei Santi. Inoltre presto uscirà un libretto di preghiere commentate da alcune citazioni di Chesterton, Le preghiere dell'Uomo Vivo, per i tipi di Fede & Cultura.

A Settembre il Pontefice Benedetto XVI si recherà in Gran Bretagna. In che modo la vicenda e le opere di Chesterton potrebbero aiutare la sua opera di nuova evangelizzazione?

Sermarini: Papa Benedetto fa spessissimo delle uscite... chestertoniane (una volta lo ha anche citato, seppure senza nominarlo), e a Chesterton lo accomuna proprio l'idea dell'amicizia tra fede e ragione ed il considerare la fede cattolica come la più avvincente delle avventure. La Gran Bretagna ha un grande bisogno di Chesterton: deve ritrovare il senso comune, l'amore per le sue vere radici, la sua originaria allegrezza. Chesterton potrebbe essere una delle punte di diamante avanzatissime di un ritorno degli inglesi alla fede cattolica, assieme al venerabile John Henry Newman, al cardinale Manning e a tanti altri che hanno fatto e continuano a fare il passo di Gilbert.

Manifestazioni e digiuno dei cristiani irakeni contro le uccisioni e il “ghetto” di Ninive

Diamo voce ai nostri fratelli irakeni. Diffondiamo queste notizie, rompiamo l'omertà della informazione ufficiale.



Raduni, preghiere e digiuni in tutto l’Iraq contro le “uccisioni mirate”. Arcivescovo di Mosul: chiediamo sicurezza e indagini sugli autori delle stragi.
Arcivescovo di Kirkuk: la comunità musulmana deve reagire e fornire iniziative concrete. Ausiliare di Baghdad: rischiamo l’olocausto, questo è un momento fondamentale.


Baghdad (AsiaNews) – Manifestazioni di piazza a Mosul e Baghdad, un digiuno e una veglia di preghiera a Kirkuk, appelli per la fine delle “uccisioni mirate” e il secco “no” – a una sola voce – contro il progetto di “ghettizzare” i fedeli nella piana di Ninive. Leader cristiani, vertici della Chiesa locale e tantissimi fedeli rilanciano il grido d’allarme contro il “massacro dei cristiani irakeni” e la fuga di centinaia di famiglie da Mosul, vittime di un conflitto politico ed economico fra arabi e curdi che rischia di svuotare il Paese della loro presenza.

All’indomani dell’appello lanciato da papa Benedetto XVI all’Angelus – fonte di “consolazione e fiducia”, commentano i leader cristiani – AsiaNews ha interpellato mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk e mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, in un momento “cruciale” per il futuro della comunità irakena.

Mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, conferma che negli ultimi giorni centinaia di famiglie hanno abbandonato la città. Circa 600 per un totale di oltre 4mila persone secondo un rapporto Onu. “La situazione si è calmata – riferisce il prelato – e l’esodo è molto più lento. Le nostre stime parlano di circa 400 famiglie fuggite”, ma la realtà rimane comunque preoccupante. Ieri migliaia di fedeli a Mosul sono scesi in piazza per manifestare contro le violenze. La comunità ha risposto in maniera “positiva”, commenta il prelato, e “l’iniziativa è andata molto bene”.

I cristiani hanno ricevuto messaggi di solidarietà e affetto, ma resta il problema legato alla sicurezza. “Al governo centrale e ai responsabili locali – afferma mons. Nona – chiediamo due cose: più sicurezza per la comunità e indagini precise, che diano risposte concrete sui chi sono i mandanti e gli autori dei massacri. Sarebbe un segnale forte per i fedeli, una testimonianza che non sono soli e abbandonati al loro destino”.

Oggi a Kirkuk la comunità cristiana ha indetto una giornata di digiuno. Alle 5 del pomeriggio è in programma una veglia di preghiera comune, alla quale partecipano solo i cristiani per evitare “strumentalizzazioni politiche” alla vigilia delle elezioni, in programma il 7 marzo prossimo. “Il governo ha condannato gli attacchi – riferisce mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk – e anche i leader musulmani, perché sottolineano che ‘questo non è l’islam’. Ma alle parole siamo ormai abituati, vogliamo risposte concrete”. Il prelato è durissimo: “è una vergogna che in una città come Mosul, di un milione di abitanti, nessuno ha parlato in maniera forte del massacro dei cristiani”.

Tuttavia, mons. Sako non perde la speranza per il futuro, e spiega che “è importante” che tutti i cristiani siano “contrari al progetto della piana di Ninive”, sebbene finora i vertici e i partiti hanno mostrato più di una debolezza e contrasti interni. “Bisogna essere uniti – ribadisce – perché è una trappola”. Un digiuno, la veglia comune di preghiera, bandiere e cartelli disseminati per la città che chiedono la “fine del massacro” e l’urgenza di promuovere il concetto di unità nazionale, unica via per riportare pace e sicurezza nel Paese. “L’iniziativa di oggi è rivolta solo ai cristiani – spiega mons. Sako – per evitare una politicizzazione della manifestazione. Finora la comunità musulmana è rimasta in silenzio contro i massacri, ora deve ‘reagire’ e avviare iniziative in prima persona”. Vi sono in gioco lotte di potere, conclude l’arcivescovo, in cui non vogliamo entrare; al contrario, "ci battiamo per la pace in Iraq”.

Ieri anche nella capitale dozzine di persone hanno manifestato contro le esecuzioni mirate, chiedendo al governo centrale garanzie per la sicurezza. Mons. Shlemon Warduni parla di “attacchi ben organizzati” contro i cristiani, vittime di “una politicizzazione del conflitto” fra arabi e curdi. “Rischiamo l’olocausto” afferma il prelato, secondo cui “non basta il conforto e la solidarietà della gente comune, anche dei musulmani”, se dalle personalità politiche e dal governo non arrivano risposte concrete. L’ausiliare di Baghdad è contrario al progetto della piana di Ninive e precisa: “non ci fermeremo… vivi o morti, questo è un momento fondamentale”.

Il prelato riferisce “l’incoraggiamento e la solidarietà” ricevuta da capi tribù e dalla gente semplice, per i quali “un Iraq senza cristiani non vale niente”. Tuttavia, mons. Warduni auspica risposte concrete dal governo, dalla classe politica, dai media che devono riportare “il nostro grido d’allarme”. In questi giorni il patriarca Emmanuel Delly è a Mosul per portare conforto ai familiari delle vittime e incontrare i vertici della politica locale. Attraverso AsiaNews l’ausiliare di Baghdad vuole infine ringraziare Benedetto XVI per l’appello lanciato ieri all’Angelus a favore dei cristiani irakeni. “È incoraggiante sentirlo così vicino – conclude mons. Warduni – ed è fonte di conforto per tutti i fedeli. Le sue parole sono fonte di consolazione e fiducia per il futuro”.(DS)

Brevissima cronaca di un bellissimo incontro

Cari amici,
l'incontro di ieri 28 Febbraio 2010 con Sabina Nicolini a Grottammare (AP) è stato bellissimo, e si è svolto in un clima di amicizia e di allegria. Dopo la conversazione, l'incontro è proseguito a tavola tra amici, chiacchierando del più e del meno e delle cose che si potrebbero fare e che si faranno attorno a Chesterton e alle sue opere.

Un bel clima.

Ci rendiamo conto che Chesterton sta svolgendo un grande lavoro anche ora, un lavoro per cui rendiamo grazie al Padre Eterno.

Occorre farlo conoscere sempre più perché quello che Gilbert ha detto è sempre pù attuale, vero e necessario. Se non glielo facciamo dire noi, esistono poche possibilità che venga detto altrove. Quindi lancia in resta continuiamo il nostro lavoro.

sabato 27 febbraio 2010

Un aforisma al giorno

"Diventare cattolici non significa smettere di pensare ma imparare a
farlo".

Gilbert Keith Chesterton, La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità
si danno appuntamento.

Il Sussidiario sui convertiti

In questo collegamento trovate una intervista a Lorenzo Fazzini, autore di un interessante volume sui convertiti al cattolicesimo edito da Lindau, in cui si cita anche il nostro caro Gilbert.

venerdì 26 febbraio 2010

Vescovo di Mosul: Emergenza umanitaria. Centinaia di famiglie cristiane in fuga dalle violenze


Mons. Nona racconta di una “Via Crucis che non finisce mai”. L’arcidiocesi soccorre i profughi con generi di prima necessità, ma “la situazione è drammatica”. Il prelato andrà a Baghdad per chiedere l’intervento del governo centrale. Mons. Sako, arcivescovo di Kirkuk, intende lanciare una “manifestazione e un digiuno” per ricordare “il massacro dei cristiani irakeni”.


Mosul (AsiaNews) – Mosul vive una vera e propria “emergenza umanitaria”, nella sola giornata di ieri “centinaia di famiglie cristiane” hanno abbandonato la città in cerca di riparo, lasciando alle proprie spalle case, beni, attività commerciali: la situazione “è drammatica”. Mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, conferma ad AsiaNews l’esodo dei fedeli dalla città. Intanto mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, intende lanciare “una manifestazione di piazza e un digiuno”, per sensibilizzare la comunità internazionale sul “massacro dei cristiani irakeni” e fermare le violenze nel Paese.

L’arcivescovo di Mosul è preoccupato per le tantissime famiglie, “centinaia” nella sola giornata di ieri, che hanno abbandonato la città. Mons. Nona parla di “una Via Crucis che non finisce mai” e denuncia il “cambiamento nei metodi” operato dalle bande armate. “In passato dicevamo ai cristiani di rimanere chiusi in casa – ricorda – ma ora arrivano ad attaccare perfino nelle abitazioni private”. Il riferimento è all’omicidio avvenuto lo scorso 23 febbraio: un commando è entrato nella casa di Aishwa Marosi, cristiano di 59 anni, uccidendo l’uomo e i due figli maschi. Alla scena hanno assistito anche la moglie e la figlia, risparmiate dai criminali.

Mons. Nona conferma il rischio che “Mosul si svuoti completamente dei cristiani”, in fuga verso la piana di Ninive e altri luoghi considerati più sicuri. “Ieri ho visitato alcune famiglie – continua – ho cercato di portare conforto, ma la situazione è drammatica. La gente scappa senza portare nulla con sé”. Per questo l’arcidiocesi locale ha avviato un primo intervento di emergenza, cercando di fornire “generi di prima necessità e soccorso”, ma il pericolo di “una crisi umanitaria è concreto”.

L’arcivescovo di Mosul intende recarsi a Baghdad per incontrare i politici e il governo centrale, chiedendo il loro intervento. Mantenere la presenza cristiana in città è difficile, continua, ed è probabile che alle elezioni generali – in programma il 7 marzo – nessuno andrà a votare. Confinare i cristiani nella piana di Ninive, vittime di un conflitto di potere fra arabi e curdi, pare una realtà sempre più concreta, sebbene i vertici della Chiesa si siano sempre opposti alla loro “ghettizzazione”. Finora le fazioni in lotta hanno usato i mezzi della religione e delle bande armate per trascinare i cristiani nel conflitto. “Per questo – conclude mons. Nona – ora è necessario trovare una ‘risposta politica’ ai conflitti, alla lotta di potere”.

Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, intende lanciare – per i prossimi giorni – “una manifestazione di piazza e un digiuno”, per sensibilizzare la comunità internazionale sul “massacro dei cristiani irakeni” e fermare le violenze nel Paese. Il progetto politico che intende svuotare Mosul dei cristiani va fermato, avviando un negoziato con il governo centrale e il parlamento locale e rafforzando al contempo “l’idea di unità nazionale” che si è perduta nei conflitti fra le varie etnie, confessioni religiose e influenze straniere che hanno frantumato l’Iraq. Il prelato conferma la volontà della comunità cristiana di “partecipare alla vita politica del Paese”, mentre si fa sempre più concreto il pericolo che vengano considerati “cittadini di serie B”.

Le elezioni generali in programma il 7 marzo potranno causare un’escalation ancora maggiore delle violenze. Le parti in lotta – sunniti, sciiti, curdi – non risparmieranno metodi e forze per conquistare il controllo del territorio. Baghdad, come Mosul e Kirkuk, fa gola a molti per i ricchi giacimenti di petrolio. Le violenze settarie a Mosul, inoltre, non sembrano riconducibili ad al Qaeda, ma confermano piuttosto le infiltrazioni nell’esercito e nella polizia di “poteri forti” che si rifanno ai partiti, alle confessioni religiose, alle tribù. Esse sono il segnale evidente del fallimento del progetto di creare uno stato unitario, quella “Repubblica dell’Iraq” menzionata nella Costituzione e mai nata a causa delle divisioni interne. A queste si aggiungono le pressioni dei Paesi confinanti, fra i quali l’Iran: fonti di AsiaNews a Baghdad confermano che “Teheran è immischiata a piene mani nella politica interna irachena” ed è un’influenza che tocca l’ambito economico, politico e religioso.

“Non esiste uno Stato, una patria – sottolinea mons. Sako – e le divisioni settarie sono un dato evidente. Ai cristiani non interessano i giochi di potere, l’egemonia economica, ma la creazione di uno Stato in cui le diverse etnie possano convivere in modo pacifico”. Un obiettivo che, per essere raggiunto, deve partire prima di tutto “dall’unità della comunità cristiana e dei vertici della Chiesa, che deve fare dell’unità un punto di forza al tavolo delle trattative con il governo centrale e le forze politiche del Paese”.(DS)

La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento

Qui trovate la pagina del sito dell'editrice Lindau su La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento.

giovedì 25 febbraio 2010

Chesterton, ortodossia e allegria, a Grottammare...

Carissimi amici,
vi segnaliamo un appuntamento importante, da non perdere.
Domenica 28 febbraio alle ore 18.00 a Casa San Francesco, Grottammare (AP), abbiamo organizzato un bell'incontro per tutti dal titolo

"Chesterton, ortodossia e allegria".

Parlerà Sabina Nicolini, delle Apostole della Vita Interiore, esperta di Gilbert Keith Chesterton.
A seguire ci sarà la possibilità di cenare insieme, sempre a San Francesco.

Invitiamo tutti a partecipare.

mercoledì 24 febbraio 2010

Chesterton, Tolkien e Virginia Woolf: l’imprevedibile sorpresa del nichilismo

IDEE/ Chesterton, Tolkien e Virginia Woolf: l’imprevedibile sorpresa del nichilismo

di Costantino Esposito - Il Sussidiario

lunedì 22 febbraio 2010


È molto frequente imbattersi, nella letteratura o nell’arte cinematografica, in raffigurazioni acute e anche struggenti del nichilismo contemporaneo, quella condizione per cui sembra offuscarsi il significato di sé e del mondo, e la nostra coscienza vien presa da una sorta di disagio, come una perdita della ragione e del gusto di vivere. Ma il più delle volte tale condizione è vista come una patologia da cui non è più possibile guarire veramente, di fronte alla quale potremmo escogitare strategie di evasione o tecniche di dimenticanza, o terapie di contenimento – come quelle legate al moralismo o al legalismo –, senza riuscire però a superare realmente il dramma dell’insignificanza, cioè senza arrivare a dare risposta a quell’assenza del vero e del reale a cui sembra destinata la coscienza contemporanea. E in alcuni casi (quelli più comuni e a volte più di successo) prendendo questa perdita con la “gaia” certezza (per usare una parola di Nietzsche fatta propria dal pensiero “post-moderno”) che in fondo si tratterebbe di un’emancipazione dai vecchi spettri della metafisica e della religione, che finalmente non ci opprimerebbero più con le loro insensate domande, e mostrerebbero semplicemente il carattere assoluto, insuperabile della nostra finitezza.
Ma ci sono dei casi – pochi, a dire il vero, ma straordinari – in cui il nichilismo non è considerato semplicemente come una patologia da curare con i rimedi dell’analisi, della rimozione o del volontarismo, bensì è riconosciuto come una risorsa segreta e difficile del nostro essere uomini, vale a dire la domanda insopprimibile di un significato vero e oggettivo per l’esistenza. In questa diversa prospettiva nel guardare il fenomeno nichilistico, ciò che viene in primo piano, nella coscienza di una perdita, è il bisogno più radicale del nostro intelletto e del nostro affetto, quel bisogno che non resta mai come un labile vapore nel nostro intimo, ma dà prova di sé determinando in una maniera o in un’altra tutti i nostri gesti, i nostri tentativi e i nostri impegni di uomini in carne ed ossa nella storia e nella società. In una parola: il nichilismo può essere visto come l’occasione favorevole per comprendere che gli uomini non si salvano da sé stessi, ma solo per qualcosa di altro, più grande di sé, che essi stessi però non possono produrre con le loro teorie o le loro decisioni, ma solo attendere, scrutare e accogliere (o naturalmente rifiutare).
Di alcuni di questi casi straordinari parla un aureo libretto scritto da Tiziana Liuzzi, appena uscito presso le baresi "Edizioni di Pagina", dal titolo Viaggio in Inghilterra, con il significativo sottotitolo L’Occidente al crocevia del nichilismo: Virginia Woolf, Chesterton, Tolkien. Si tratta della raccolta di cinque conversazioni che l’autrice ha tenuto tre anni fa presso il “Centro Culturale di Bari”, in cui il problema del nichilismo è affrontato alla luce dei tentativi e delle reali possibilità di un suo “superamento”.

Ma si tratta di un superamento che non è mai di tipo ideologico e rifugge al tempo stesso da ogni demonizzazione a buon mercato: al contrario, si tratta di un viaggio affascinante attraverso alcuni momenti emblematici della tradizione inglese, in cui più si avverte la sfida e la posta in gioco del nostro tempo. Come scriveva la Woolf nel 1939, le nostre giornate sono avvolte dal non-essere come «una sorta di ovatta senza contorni», e tutto il problema dell’esistenza consiste nel cogliere i momenti in cui le cose si fanno trasparenti e «la penna trova la traccia», quei «momenti di essere» in cui all’improvviso, per un evento che ci sorprende o ci assale, il fondo dell’essere diviene visibile e «la poesia diviene realtà». Si può capire allora che «esiste un disegno dietro l’ovatta».
Virginia Woolf testimonia in maniera vertiginosa, attraverso il lavoro della scrittura, l’acutezza di questa domanda di essere, di questo bisogno di realtà, che trafigge ogni resa e anima nascostamente ogni scontento, riaffermando ogni volta di fronte al «nulla» la «festa della vita». Seguendo il filo della narrazione come principio di comprensione del nichilismo, Liuzzi propone poi un’originale lettura dell’opera di un grande contemporaneo della Woolf, G.K. Chesterton, che nella sua «filosofia delle fiabe» mostra quel filo come una traccia che può portarci al centro nascosto del «labirinto». Qui l’io ritrova il suo volto misterioso dietro le contraffazioni di tutte le analisi che puntano sull’inconsistenza e sulla «negatività» di sé e della realtà, scoprendo nel mondo incantato della fiaba la raffigurazione di quello che il Cristianesimo ha portato come principio culturale nuovo, vale a dire il rapporto inscindibile e paradossale tra il calcolabile e l’incalcolabile, tra il meccanico e il gratuito, tra l’incanto e il disincanto, o se si vuole tra il mondo e Dio.

E sarà attraverso la lettura di un altro importante autore fiabesco, J.R.R. Tolkien (per il quale però la fiaba rappresenta la vera realtà), che si radicalizzerà questa visione del nichilismo come dramma permanente della libertà umana, luogo in cui l’io è sempre di fronte a un abisso inevitabile, cioè alla decisione se riconoscere e aderire alla positività imprevedibile delle cose o negarla e prendere congedo dall’essere.
Il libretto contiene anche due capitoli su altrettanti film (anch’essi inglesi), visti come documentazione di questa particolare ermeneutica del nichilismo, vale a dire Quel che resta del giorno, di James Ivory (tratto dal bel romanzo di Kazuo Ishiguro) e 84, Charing Cross Road, di David Jones, tratto da un carteggio tra la scrittrice americana Helene Hanff e un semplice impiegato in una libreria antiquaria di Londra. In entrambi risuona l’interrogativo che più sta a cuore all’autrice: il nichilismo è il nostro destino o è una via, paradossale quanto inaspettata, per riscoprire che il destino del nichilismo è l’evento sorprendente dell’essere?

Iraq, l'appello del Papa: «Rispettare i diritti dei cristiani»

Benedetto XVI, fortemente addolorato per le perduranti uccisioni di cristiani nella zona di Mosul, chiede al governo di Baghdad "rispetto" e "tutela" per i diritti della comunità cristiana in Iraq. Impegnato in questi giorni negli esercizi spirituali in Vaticano con i collaboratori di Curia, il Papa ha appreso "con profondo dolore" che a Mosul e dintorni, nel nord dell'Iraq, continuano i casi di cristiani uccisi: gli ultimi ieri, con l'assassinio di tre membri di una famiglia siro-cattolica. Il Pontefice "è vicino a quanti soffrono le conseguenze della violenza con la preghiera e l'affetto", riferiscono oggi all'unisono i media d'Oltretevere, come la Radio Vaticana e l'Osservatore Romano. E gli stessi media, sul tema delle "violenze contro le minoranze e i particolare contro i cristiani", danno conto della lettera che il 2 gennaio scorso il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, aveva inviato al primo ministro iracheno, Nouri Al-Maliki.

La lettera di Bertone. Il porporato ricordava nella lettera la visita compiuta dal premier in Vaticano nel 2008 e il suo incontro col Papa. In quell'occasione era stata espressa "la speranza comune che, attraverso il dialogo e la cooperazione fra i gruppi etnici e religiosi del suo Paese, incluse le sue minoranze, la Repubblica dell'Iraq sarebbe stata in grado di effettuare una ricostruzione morale e civile, nel pieno rispetto dell'identità propria di quei gruppi, in uno spirito di riconciliazione e alla ricerca del bene comune". Benedetto XVI aveva esortato "al rispetto in Iraq per il diritto alla libertà di culto" chiedendo "la tutela dei cristiani e delle loro chiese".

Il premier aveva assicurato al card. Bertone che il governo iracheno avrebbe considerato "molto seriamente la situazione della minoranza cristiana che vive da così tanti secoli accanto alla maggioranza musulmana, contribuendo in modo ingente albenessere economico, culturale e sociale della nazione". Il Papa, successivamente, aveva invitato il suo primo collaboratore a scrivere al premier iracheno per trasmettere la sua "sincera solidarietà" per quanti vengono uccisi o feriti in attacchi a edifici governativi e luoghi di culto in Iraq, sia islamici sia cristiani. Il Pontefice - concludeva la lettera - "prega con fervore per la fine della violenza e chiede al Governo di fare tutto il possibile per aumentare la sicurezza intorno ai luoghi di culto in tutto il Paese".

I funerali a Mosul. Stamane, intanto, si sono svolti in Iraq i funerali dei tre cristiani uccisi ieri a Mosul da alcuni uomini armati. Le esequie sono state celebrate dall'arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Georges Casmoussa. Lo stesso Casmoussa era stato nei giorni scorsi tra i promotori dell'appello dei vescovi cristiani per un intervento internazionale a Mosul. I continui sequestri e omicidi di cristiani, tra l'altro, sono visti come il fallimento delle misure promesse per garantire la sicurezza in vista delle elezioni del prossimo 7 marzo. "In tutte le elezioni ci sono problemi - dice oggi mons. Casmoussa alla Radio Vaticana -, ma non al punto di uccidere la gente e in particolare i cristiani: i cristiani sono uccisi non dal punto di vista politico, ma in quanto cristiani. Noi abbiamo parlato con il governatore e ha promesso di indagare. Ieri mi ha chiamato e ha promesso che le sue forze militari sarebbero state impiegate per cercare i responsabili dell'assassinio. Ma non abbiamo ricevuto nessun riscontro".

TV2000 segnala La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento

Questo è il collegamento che vi porterà alla pagina del sito di La Compagnia del libro, trasmissione di Saverio Simonelli su TV2000 (canale satellitare della CEI), che parla de La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento, edito da Lindau e con la prefazione del nostro presidente Marco Sermarini, oltre che una nota biobibliografica e una bibliografia.

Popieluszko - Domani sera a Cupra Marittima


Domani sera 25 Febbraio 2010 alle ore 21.15 il film Popieluszko sarà proiettato al Cinema Margherita di Cupra Marittima (AP).
Ci sarà anche un incontro col prof. Nazzareno Morresi e il prof. Emanuele Sorichetti.

Per informazioni, costi del biglietto e tutto il resto www.cinemamargherita.com

lunedì 22 febbraio 2010

Susan, la nonna-mamma inglese che uccide femminismo e morale



Gianfranco Amato - da Il Sussidiario

lunedì 22 febbraio 2010

Doveva accadere, prima o poi, in Gran Bretagna. Una cinquantanovenne pensionata è entrata nel guinness dei primati come la donna più anziana sottoposta a fecondazione in vitro in una clinica britannica. I dirigenti sanitari della London Women’s Clinic, una delle più accreditate e famose strutture private in cui si pratica la procreazione assistita, hanno deciso, all’unanimità, di consentire a Susan Tollefsen di avere un bambino.

Prima di tale decisione, le donne mature del Regno Unito dovevano recarsi all’estero per ricorrere all’inseminazione artificiale, perché una circolare del Ministero della Salute sconsigliava tale trattamento per le ultraquarantenni. Pure le cliniche private non praticavano la fecondazione in vitro alle donne over 50.

Per questi motivi Susan Tollefsen, ottenuto il rifiuto in patria, si era rivolta a una clinica russa per sottoporsi al trattamento che le ha consentito di partorire una bambina, Freya, che oggi ha due anni. L’arzilla pensionata ha poi voluto dare un fratellino a Freya, decidendo, questa volta, di ingaggiare una battaglia culturale. Due sostanzialmente i temi della sfida.

Primo, portare anche la Gran Bretagna a quel grado di “civiltà” in cui i diritti individuali possano essere esercitati senza troppi impicci di ordine etico, e si possano effettuare le disinvolte sperimentazioni condotte nelle cliniche russe e ucraine. Secondo, in nome della sempiterna “questione femminile” e dell’uguaglianza tra i sessi, parificare gli uomini alle donne, consentendo anche a quest’ultime di poter diventare genitrici in tarda età.

Approfittando, quindi, dell’acceso dibattito nell’opinione pubblica sul diritto delle donne in menopausa ad avere figli, la London Women’s Clinic ha colto al volo l’occasione per rivedere la propria politica aziendale e aumentare la fascia delle possibili fruitrici del servizio, accogliendo con piacere la signora Tollefsen nel novero delle proprie clienti.

Adesso in molti chiedono una legge e non una semplice circolare ministeriale per aumentare il limite d’età per le donne che intendono ricorrere alla procreazione assistita. Il problema è che la Tollefsen deve trovare una donatrice di ovociti che, una volta fecondati con lo sperma del suo partner, dovranno poi essere impiantate nel suo utero. Le probabilità che questa operazione abbia successo si aggirano attorno al 26%.

Anche sulla donazione di ovociti la questione è controversa a causa dei rischi cui espone le donatrici. Tra l’altro, proprio per questo è illegale in Svizzera, in Norvegia, in Italia, in Germania e in Austria. Laddove è consentita, le donatrici non possono ricevere denaro. Solo in Gran Bretagna è prevista una forma di “rimborso” molto discutibile.

Lo scorso luglio, infatti, ha suscitato qualche polemica il fatto che Lisa Jardine, Presidente della HFEA - l'autorità britannica che si occupa di embriologia e fecondazione umana - avesse proposto di modificare l’attuale legge per consentire la possibilità di offrire a giovani donne denaro pubblico in cambio di ovociti.

Esiste anche il problema che oggi in Gran Bretagna esistono le banche del seme ma non sono state ancora istituite banche degli ovociti. Non c’è il minimo dubbio, però, che a breve partirà la girandola del business, visto che le modifiche apportate all’attuale legge in materia, consentono ora la possibilità di stoccare gli ovociti per 55 anni, rispetto ai 5 previsti prima.

La mia cara amica Josephine Quintavalle, direttrice del CORE Comment on Reproductive Ethics (di cui anch’io mi onoro di far parte), sulla vicenda di Susan Tollefsen ha sollevato seri dubbi: «Ciò che in questi casi non si vuole considerare, a parte i diritti dei bambini, è la questione della donazione di ovociti. È giusto tenere all’oscuro le donatrici sul destino dei loro ovociti? E siamo proprio sicuri che alcune donne si esporrebbero ai rischi medici legati alla donazione se sapessero che i loro ovociti devono essere impiantati nell’utero di una sessantenne? Non è lecito sfruttare una donna, mettendone in pericolo la salute, per realizzare le fantasie di un’altra donna che non intende accettare di essere ormai in menopausa».

Sagge parole, cara Josephine. Ma il punto è che le femministe hanno da tempo rinunciato alla lotta contro lo sfruttamento del corpo della donna, intorno al quale sta fiorendo un lucroso mercimonio grazie proprio alle nuove frontiere della ricerca scientifica in campo riproduttivo.

Pecunia non olet ricordò Vespasiano al figlio indignato perché il padre-imperatore aveva introdotto un’imposta simile all’IVA, la centesima venalium, sulla vendita che i gestori privati delle 144 latrine pubbliche romane facevano dell’urina - da cui si ricavava l’ammoniaca - acquistata a buon prezzo dai conciatori di pelle. Allora come ora, per molti, il denaro continua a non puzzare.