Qui invece, sempre grazie a Roberto, trovate le cosiddette citazioni negate, cioè espressioni chestertoniane che qualche buontempone cita non potendo o non volendo attribuirgliele...
martedì 9 febbraio 2010
Chesterton detto in altre parole e a volte un po' negato
Qui, grazie all'amico Roberto Prisco dei Gruppi Chestertoniani Veronesi, trovate un bel mucchietto di espressioni e giudizi di autori famosi SU Chesterton, di quelle che noi mettiamo solitamente nella rubrica "Chesterton in altre parole". Alcune sono già presenti, ma messe insieme fanno un bell'effetto...
Qui invece, sempre grazie a Roberto, trovate le cosiddette citazioni negate, cioè espressioni chestertoniane che qualche buontempone cita non potendo o non volendo attribuirgliele...
Qui invece, sempre grazie a Roberto, trovate le cosiddette citazioni negate, cioè espressioni chestertoniane che qualche buontempone cita non potendo o non volendo attribuirgliele...
Etichette:
Chesterton in altre parole
lunedì 8 febbraio 2010
Don Giuseppe Costa cita Chesterton su Famiglia Cristiana n° 6 del 2010

Nell'immagine che vedete, potete trovare, cliccandola così che diventi più grande e leggibile, un articolo intervista a don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, che parla del successo dei testi "religiosi".
Come vedete c'è anche la foto del nostro Gilbert, e nella seconda pagina trovate anche citata la sua opera maggiore, Ortodossia, che viene indicata giustamente come uno dei testi che ha contribuito alla crescita culturale e spirituale di intere generazioni.
Un grazie per la segnalazione a Paolo Pegoraro.
Come vedete c'è anche la foto del nostro Gilbert, e nella seconda pagina trovate anche citata la sua opera maggiore, Ortodossia, che viene indicata giustamente come uno dei testi che ha contribuito alla crescita culturale e spirituale di intere generazioni.
Un grazie per la segnalazione a Paolo Pegoraro.

Etichette:
Chesterton è attuale
Eutanasia - In Belgio un imprevedibile "sì" condanna i giudici italiani
di Gianfranco Amato - Il Sussidiario
lunedì 8 febbraio 2010
Un anno fa Eluana Englaro veniva messa a morte grazie ad un provvedimento della magistratura fondato, tra l’altro, su due assiomi. Il primo riguarda il fatto che la ragazza di Lecco si trovasse in uno stato di coma irreversibile (categoria scientifica inesistente), dal quale non sarebbe mai potuta uscire. Il secondo è relativo al fatto che senza una «pienezza di facoltà motorie e psichiche» quella di Eluana fosse una «vita non degna di essere vissuta», traduzione italiana del termine “lebensunwertes Leben”, coniato dai giuristi tedeschi negli anni ’30 e riecheggiato tristemente nelle aule giudiziarie del Terzo Reich.
Così, nel febbraio 2009, attraverso la carta bollata, si è spenta l’esistenza di Eluana. Per una strana ironia della sorte, a ridosso dell’anniversario della sua morte, i fatti e la ricerca scientifica hanno sconfessato quei discutibili postulati dei giudici. Due giovani belgi, entrambi in stato vegetativo persistente a seguito di un incidente d’auto, sono stati incaricati dal destino di sgretolare i due presupposti logici della tragica decisione sul caso Englaro.
Lo “scherzo” che hanno fatto i due belgi ai soloni togati è stato davvero beffardo. Uno dei due si è risvegliato dopo 23 anni (6 anni in più di Eluana), dimostrando ancora una volta che il cosiddetto “coma irreversibile” non esiste. L’altro, sottoposto ad esame attraverso una nuova tecnica di risonanza magnetica, ha manifestato segni di facoltà psichica, arrivando a “dialogare”, attraverso il cervello, con i medici.
Gli scettici possono leggere l’articolo che illustra l’interessante esperimento, dal titolo Willful Modulation of Brain Activity in Disorders of Consciousness, pubblicato lo scorso 3 febbraio sul New England Journal of Medicine (10.1056/NEJMoa0905370). In pratica, si è trattato di sottoporre il ventinovenne belga a due stimolazioni attraverso un processo di immaginazione (Imagery Tasks), in cui gli si è stato chiesto di simulare alcune azioni (tirare una pallina da tennis, camminare nella propria casa, ecc.) ed un processo comunicativo (Communication Task), in cui gli sono state poste domande su aspetti attinenti la sua vita personale.
Immaginabile l’astonishment - così è stato definito -, ovvero lo stupore dei medici quando il paziente, dopo aver risposto “no” alla domanda se il nome di suo padre fosse Thomas, ha risposto, invece, “sì” quando gli hanno chiesto se il padre si chiamasse Alexander, vero nome del genitore.
Le reazioni rispetto a questa sensazionale scoperta mi hanno indotto ad una riflessione.Tutti gli esperti hanno dichiarato che il risultato di quell’esperimento «changes everything», cambia tutto. Ma cambia secondo prospettive e visioni antropologiche opposte. Da una parte ci sono coloro che vedono in questa nuova possibilità di comunicazione con i pazienti in stato vegetativo un’opportunità per migliorare le condizioni esistenziali in cui si trovano, assumendo, per esempio, informazioni su eventuali problemi clinici e adottando i relativi rimedi.
Dall’altra parte ci sono coloro che vedono nella scoperta la sola opportunità di conoscere esattamente la volontà di chi si trova in stato vegetativo circa il proprio destino, ovvero se ricorrere o meno all’eutanasia, perché proprio questa scoperta mostrerebbe com’è ancora più atroce la condizione di una mente lucida intrappolata in un corpo che non risponde. Due modi diversi di guardare questo risultato scientifico. Due modi diversi di concepire la vita e la morte. E poco c’entra, in realtà, la fede o una prospettiva religiosa.
Enzo Jannacci ce lo ha dimostrato quando in quella celebre intervista al Corriere della Sera, sull’onda emotiva della vicenda Englaro, dichiarò che non avrebbe mai «staccato una spina e sospeso l'alimentazione ad un paziente» perché «interrompere una vita è allucinante e bestiale». E ce lo ha dimostrato anche quando, da medico, ha affermato, profeticamente, che «vale sempre la pena aspettare» e che «la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ce lo ha dimostrato, inoltre, quando ha dichiarato che «la vita è sempre importante» e se anche «si presenta inerme e indifesa», rappresenta comunque «uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque». E ce lo ha dimostrato, ancora di più, quando è arrivato a dire che se suo figlio si fosse trovato nelle condizioni di Eluana, «sarebbe bastato un solo battito delle ciglia» a farglielo sentire vivo.
Non oso immaginare che cosa sarebbe successo se la povera Eluana fosse ancora qui tra noi e se, sottoposta al nuovo esperimento, avesse dato segni di coscienza. Probabilmente sarebbe caduto ogni velo di ipocrisia e il dibattito si sarebbe focalizzato, a quel punto, sul tema vero: l’eutanasia. Resta, comunque, una considerazione finale. Ad Enzo Jannacci sarebbe stato sufficiente un battito delle ciglia per fargli sentire vivo suo figlio. Al signor Englaro, probabilmente, non sarebbe bastato neppure il fatto che sua figlia avesse risposto “sì” alla domanda: «Tuo padre si chiama Beppino?».
lunedì 8 febbraio 2010
Un anno fa Eluana Englaro veniva messa a morte grazie ad un provvedimento della magistratura fondato, tra l’altro, su due assiomi. Il primo riguarda il fatto che la ragazza di Lecco si trovasse in uno stato di coma irreversibile (categoria scientifica inesistente), dal quale non sarebbe mai potuta uscire. Il secondo è relativo al fatto che senza una «pienezza di facoltà motorie e psichiche» quella di Eluana fosse una «vita non degna di essere vissuta», traduzione italiana del termine “lebensunwertes Leben”, coniato dai giuristi tedeschi negli anni ’30 e riecheggiato tristemente nelle aule giudiziarie del Terzo Reich.
Così, nel febbraio 2009, attraverso la carta bollata, si è spenta l’esistenza di Eluana. Per una strana ironia della sorte, a ridosso dell’anniversario della sua morte, i fatti e la ricerca scientifica hanno sconfessato quei discutibili postulati dei giudici. Due giovani belgi, entrambi in stato vegetativo persistente a seguito di un incidente d’auto, sono stati incaricati dal destino di sgretolare i due presupposti logici della tragica decisione sul caso Englaro.
Lo “scherzo” che hanno fatto i due belgi ai soloni togati è stato davvero beffardo. Uno dei due si è risvegliato dopo 23 anni (6 anni in più di Eluana), dimostrando ancora una volta che il cosiddetto “coma irreversibile” non esiste. L’altro, sottoposto ad esame attraverso una nuova tecnica di risonanza magnetica, ha manifestato segni di facoltà psichica, arrivando a “dialogare”, attraverso il cervello, con i medici.
Gli scettici possono leggere l’articolo che illustra l’interessante esperimento, dal titolo Willful Modulation of Brain Activity in Disorders of Consciousness, pubblicato lo scorso 3 febbraio sul New England Journal of Medicine (10.1056/NEJMoa0905370). In pratica, si è trattato di sottoporre il ventinovenne belga a due stimolazioni attraverso un processo di immaginazione (Imagery Tasks), in cui gli si è stato chiesto di simulare alcune azioni (tirare una pallina da tennis, camminare nella propria casa, ecc.) ed un processo comunicativo (Communication Task), in cui gli sono state poste domande su aspetti attinenti la sua vita personale.
Immaginabile l’astonishment - così è stato definito -, ovvero lo stupore dei medici quando il paziente, dopo aver risposto “no” alla domanda se il nome di suo padre fosse Thomas, ha risposto, invece, “sì” quando gli hanno chiesto se il padre si chiamasse Alexander, vero nome del genitore.
Le reazioni rispetto a questa sensazionale scoperta mi hanno indotto ad una riflessione.Tutti gli esperti hanno dichiarato che il risultato di quell’esperimento «changes everything», cambia tutto. Ma cambia secondo prospettive e visioni antropologiche opposte. Da una parte ci sono coloro che vedono in questa nuova possibilità di comunicazione con i pazienti in stato vegetativo un’opportunità per migliorare le condizioni esistenziali in cui si trovano, assumendo, per esempio, informazioni su eventuali problemi clinici e adottando i relativi rimedi.
Dall’altra parte ci sono coloro che vedono nella scoperta la sola opportunità di conoscere esattamente la volontà di chi si trova in stato vegetativo circa il proprio destino, ovvero se ricorrere o meno all’eutanasia, perché proprio questa scoperta mostrerebbe com’è ancora più atroce la condizione di una mente lucida intrappolata in un corpo che non risponde. Due modi diversi di guardare questo risultato scientifico. Due modi diversi di concepire la vita e la morte. E poco c’entra, in realtà, la fede o una prospettiva religiosa.
Enzo Jannacci ce lo ha dimostrato quando in quella celebre intervista al Corriere della Sera, sull’onda emotiva della vicenda Englaro, dichiarò che non avrebbe mai «staccato una spina e sospeso l'alimentazione ad un paziente» perché «interrompere una vita è allucinante e bestiale». E ce lo ha dimostrato anche quando, da medico, ha affermato, profeticamente, che «vale sempre la pena aspettare» e che «la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ce lo ha dimostrato, inoltre, quando ha dichiarato che «la vita è sempre importante» e se anche «si presenta inerme e indifesa», rappresenta comunque «uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque». E ce lo ha dimostrato, ancora di più, quando è arrivato a dire che se suo figlio si fosse trovato nelle condizioni di Eluana, «sarebbe bastato un solo battito delle ciglia» a farglielo sentire vivo.
Non oso immaginare che cosa sarebbe successo se la povera Eluana fosse ancora qui tra noi e se, sottoposta al nuovo esperimento, avesse dato segni di coscienza. Probabilmente sarebbe caduto ogni velo di ipocrisia e il dibattito si sarebbe focalizzato, a quel punto, sul tema vero: l’eutanasia. Resta, comunque, una considerazione finale. Ad Enzo Jannacci sarebbe stato sufficiente un battito delle ciglia per fargli sentire vivo suo figlio. Al signor Englaro, probabilmente, non sarebbe bastato neppure il fatto che sua figlia avesse risposto “sì” alla domanda: «Tuo padre si chiama Beppino?».
Etichette:
Eutanasia
sabato 6 febbraio 2010
Tra i grandi Gaeli d'Irlanda esistono dei chestertoniani...
Angelo Bottone, socio, amico e relatore all'ultimo Chesterton Day, quello del 2009, è un pozzo di San Patrizio di interessi e notizie.
Tra i blog da lui frequentati c'è quello dei chestertoniani irlandesi, i nostri omologhi dell'Isola di Smeraldo, i Grandi Gaeli d'Irlanda, gli uomini che Dio ha fatto pazzi... come diceva il Nostro.
Eccovene il collegamento.
Tra i blog da lui frequentati c'è quello dei chestertoniani irlandesi, i nostri omologhi dell'Isola di Smeraldo, i Grandi Gaeli d'Irlanda, gli uomini che Dio ha fatto pazzi... come diceva il Nostro.
Eccovene il collegamento.
Etichette:
Chestertoniani del mondo
venerdì 5 febbraio 2010
La Lonely Planet della Terra di Mezzo...

Cari Amici,
le Edizioni L'Età dell'Acquario (che dipendono sempre da Lindau, che sta pubblicando il San Francesco d'Assisi e il San Tommaso d'Aquino di Chesterton e con cui è in essere una vantaggiosa convenzione che consente di acquistare questi due volumi più il Tolkien di Stratford Caldecott con lo sconto del 15% e le spese di spedizione a carico dell'Editore) hanno dato alle stampe un altro interessante volume su Tolkien, con la prefazione di una chestertoniana doc come Luisa Vassallo.
Le condizioni commerciali sono le medesime in essere in base alla convenzione e ne ringraziamo l'editore.
Le condizioni commerciali sono le medesime in essere in base alla convenzione e ne ringraziamo l'editore.
Per ordini potete chiamare questo numero:
011/5175324
o scivere una e-mail a: andrea@lindau.it
Lindau srl
EDIZIONI L’ETÀ DELL’ACQUARIO
presentano
Una lettura imperdibile
per tutti gli appassionati di J.R.R. TOLKIEN
........................................
Dal 28 gennaio in libreria
GUIDA PER VIAGGIATORI NELLA TERRA DI MEZZO
il sorprendente libro di
ROBERTO FONTANA
---------------------------------------
Edizioni L’Età dell’Acquario / Collana «Uomini, storia e misteri»
Pagine Euro 24,00 / ISBN 9788871363219
---------------------------------------
«La sensazione che si ha quando Roberto Fontana parla della sua Guida per viaggiatori nella Terra di Mezzo è che lui queste terre le conosca bene, le abbia fisicamente attraversate, abbia raccolto i suoi frutti, abbia visto albe e tramonti dipingere i profili delle montagne, abbia respirato gli aromi delle resine, ammirato fiori di insospettabile bellezza e inseguito con lo sguardo il guizzo selvatico di giovani lepri tra gli arbusti.»
Luisa Vassallo
La Guida per viaggiatori nella Terra di Mezzo è il vademecum ideale per chiunque voglia avventurarsi nell’universo immaginario descritto da Tolkien nel Signore degli Anelli.
Il viaggio alla scoperta della Terra di Mezzo proposto dall’autore è nello stesso tempo geografico – attraverso monti altissimi, praterie sconfinate, boschi incantati, città cinte da candide mura e con le strade ricoperte di polvere di diamante – e temporale. Suddivisa in tre Ere principali – la quarta ha inizio con il termine delle vicende narrate nel Signore degli Anelli – la Guida descrive le caratteristiche generali delle terre in ciascuna epoca, suggerendo i percorsi più suggestivi. Gli itinerari conducono il viaggiatore attraverso i luoghi di maggiore interesse paesaggistico, storico-artistico, culturale e gastronomico. Di ogni località sono rievocati i tempi del massimo splendore e narrati gli avvenimenti che l’hanno vista protagonista. Le «Meraviglie» dei più bei siti della Terra di Mezzo e delle altre parti di Arda vengono per altro illustrate anche grazie a dettagliate rappresentazioni cartografiche e ad accurati disegni «ricostruttivi».
Dopo aver valutato la lunghezza dell’itinerario prescelto e i tempi di percorrenza, essersi equipaggiato con comode scarpe, le necessarie provviste e un bastone (e naturalmente con questa Guida nello zaino), il lettore potrà così inoltrarsi – senza timore di smarrirsi – tra i sorprendenti e variopinti panorami dell’universo tolkieniano.
Come ha scritto Guy de Maupassant, «il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno».
Roberto Fontana (Torino, 1956), laureato in Ingegneria nucleare, insegna Matematica e Fisica nelle scuole superiori. Appassionato di letteratura fantasy, si è dedicato all’approfondimento delle opere di J. R. R. Tolkien, studiando la geografia, i miti, gli usi e i costumi dei popoli della Terra di Mezzo. Ha collaborato alla traduzione di La trasmissione del pensiero e la numerazione degli Elfi di Tolkien (2008). Ha pubblicato, insieme a Mauro Ghibaudo, Essecenta: i nomi della Terra di Mezzo (2009). Esperto dei sistemi di scrittura elfici, tiene corsi di calligrafia in Tengwar, la scrittura degli Alti Elfi. Già moderatore del forum Granburrone.com, nel 2002 ha contribuito alla costituzione dell’Associazione Culturale Granburrone, di cui attualmente è presidente.
-------------------
Il viaggio alla scoperta della Terra di Mezzo proposto dall’autore è nello stesso tempo geografico – attraverso monti altissimi, praterie sconfinate, boschi incantati, città cinte da candide mura e con le strade ricoperte di polvere di diamante – e temporale. Suddivisa in tre Ere principali – la quarta ha inizio con il termine delle vicende narrate nel Signore degli Anelli – la Guida descrive le caratteristiche generali delle terre in ciascuna epoca, suggerendo i percorsi più suggestivi. Gli itinerari conducono il viaggiatore attraverso i luoghi di maggiore interesse paesaggistico, storico-artistico, culturale e gastronomico. Di ogni località sono rievocati i tempi del massimo splendore e narrati gli avvenimenti che l’hanno vista protagonista. Le «Meraviglie» dei più bei siti della Terra di Mezzo e delle altre parti di Arda vengono per altro illustrate anche grazie a dettagliate rappresentazioni cartografiche e ad accurati disegni «ricostruttivi».
Dopo aver valutato la lunghezza dell’itinerario prescelto e i tempi di percorrenza, essersi equipaggiato con comode scarpe, le necessarie provviste e un bastone (e naturalmente con questa Guida nello zaino), il lettore potrà così inoltrarsi – senza timore di smarrirsi – tra i sorprendenti e variopinti panorami dell’universo tolkieniano.
Come ha scritto Guy de Maupassant, «il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno».
Roberto Fontana (Torino, 1956), laureato in Ingegneria nucleare, insegna Matematica e Fisica nelle scuole superiori. Appassionato di letteratura fantasy, si è dedicato all’approfondimento delle opere di J. R. R. Tolkien, studiando la geografia, i miti, gli usi e i costumi dei popoli della Terra di Mezzo. Ha collaborato alla traduzione di La trasmissione del pensiero e la numerazione degli Elfi di Tolkien (2008). Ha pubblicato, insieme a Mauro Ghibaudo, Essecenta: i nomi della Terra di Mezzo (2009). Esperto dei sistemi di scrittura elfici, tiene corsi di calligrafia in Tengwar, la scrittura degli Alti Elfi. Già moderatore del forum Granburrone.com, nel 2002 ha contribuito alla costituzione dell’Associazione Culturale Granburrone, di cui attualmente è presidente.
-------------------
Etichette:
Tolkien
Dal nostro amico Alessandro Canelli
http://channelman.wordpress.com/2010/02/04/the-pope-is-right-says-rabbi-sacks-times-online/
Il Rabbino Capo UK sul Time dà ragione al Papa sulle Equality Laws, con motivazioni che sono vicinissime a quelle care a Benedetto XVI
Ho riportato nel mio post i passaggi più significativi ed il link al testo completo
Inoltre ho notato una cosa: sul Guardian, anche se molti sono i commenti critici, il discorso del Papa è stato riportato per intero - raro esempio di correttezza.
Alessandro Canelli www.canelli.bo.it
Ho riportato nel mio post i passaggi più significativi ed il link al testo completo
Inoltre ho notato una cosa: sul Guardian, anche se molti sono i commenti critici, il discorso del Papa è stato riportato per intero - raro esempio di correttezza.
Alessandro Canelli www.canelli.bo.it
Etichette:
Benedetto XVI
Notizie dai cristiani dell'Asia
Dalla nostra agenzia amica AsiaNews.
03/02/2010
INDIA
Delegazione Ue in visita tra i cristiani perseguitati dell'Orissa
di Nirmala Carvalho
I delegati sono stati contestati al loro arrivo da ultranazionalisti indù. Domani andranno nel martoriato Kandhamal. Mons. Cheenat: molti cristiani ancora sono profughi, la situazione sarà normale solo quanto potranno vivere a casa loro e pregare senza paura.
03/02/2010
CINA - VATICANO
É morto mons. Wang Chonglin, vescovo di Zhaoxian (Xingtai)
di Zhen Yuan
Da sacerdote ha passato 21 anni in prigione. Era stato ordinato vescovo sotterraneo, riconosciuto dalla Santa Sede, poi riconosciuto dal governo. I fedeli ricordano il suo grande impegno nellevangelizzazione e nella formazione di sacerdoti e suore.
03/02/2010
INDIA
Delegazione Ue in visita tra i cristiani perseguitati dell'Orissa
di Nirmala Carvalho
I delegati sono stati contestati al loro arrivo da ultranazionalisti indù. Domani andranno nel martoriato Kandhamal. Mons. Cheenat: molti cristiani ancora sono profughi, la situazione sarà normale solo quanto potranno vivere a casa loro e pregare senza paura.
03/02/2010
CINA - VATICANO
É morto mons. Wang Chonglin, vescovo di Zhaoxian (Xingtai)
di Zhen Yuan
Da sacerdote ha passato 21 anni in prigione. Era stato ordinato vescovo sotterraneo, riconosciuto dalla Santa Sede, poi riconosciuto dal governo. I fedeli ricordano il suo grande impegno nellevangelizzazione e nella formazione di sacerdoti e suore.
Senza commento.
Da Il Corriere della Sera di oggi 5 febbraio 2010:«Da quando ci siamo noi la Fiat non ha ricevuto un euro dallo Stato. Ho visto delle cifre che dicono che gli incentivi, che sono dati non alle aziende ma ai consumatori, sono andati per il 70 per cento alle aziende straniere, solo il 30 per cento alla Fiat. Quindi credo che dobbiamo uscire da un approccio demagogico e guardare alla realtà così com'è».
Luca Cordero di Montezemolo
Etichette:
Distributismo
Insistono? E noi ci mettiamo San Michele Arcangelo!
Visti i ripetuti attacchi al nostro blog, mettiamo un rimedio che riteniamo sicuro, la antica preghiera tradizionale a San Michele Arcangelo, patrono nella lotta contro il maligno (non diteci che la prendiamo troppo sul serio, le cose bisogna prenderle tutte sul serio, siamo noi che dobbiamo prenderci alla leggera, secondo l'insegnamento di Gilbert!). Naturalmente in latino.
Sancte Michael Archangele,
defende nos in proelio;
contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus,
supplices deprecamur: tuque,
Princeps militiae caelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo,
divina virtute in infernum detrude.
Amen.
Etichette:
Il nostro blog
mercoledì 3 febbraio 2010
Rassegna stampa
03 Febbraio 2010 - CorrieredellaSera
Eutanasia
Crisafulli adesso non vuole morire 52 KB
03 Febbraio 2010 - Avvenire
Fine Vita
Il nodo della volontà presunta 73 KB
03 Febbraio 2010 - Messaggero
Fine Vita
Casavola: la legge che il Paese ancora attende 110 KB
03 Febbraio 2010 - Giornale
Fine Vita
Allungare l'agonia è un errore 110 KB
03 Febbraio 2010 - Repubblica
Fine Vita
Sofri: se il corpo e l'anima sono imprigionati 135 KB
03 Febbraio 2010 - Sole24ore
CROCEFISSO. Ricorso di Roma a Strasburgo 48 KB
03 Febbraio 2010 - CorrieredellaSera
Omosessuali
Un caso a Londra l'attacco del Papa alle legge pro gay 114 KB
Papa Benedetto su San Domenico di Guzman
Cari fratelli e sorelle,
la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani. Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”.E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme. Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia. Ordinato sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della Cattedrale nella sua diocesi di origine, Osma. Anche se questa nomina poteva rappresentare per lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la interpretò come un privilegio personale, né come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica, ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà. Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa? Lo ricordavo qualche mese fa, durante la consacrazione di alcuni Vescovi: “Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità” (Omelia. Cappella Papale per l’Ordinazione episcopale di cinque Ecc.mi Presuli, 12 Settembre 2009). Il Vescovo di Osma, che si chiamava Diego, un vero e zelante pastore, notò ben presto le qualità spirituali di Domenico, e volle avvalersi della sua collaborazione. Insieme si recarono nell’Europa del Nord, per compiere missioni diplomatiche affidate loro dal re di Castiglia. Viaggiando, Domenico si rese conto di due enormi sfide per la Chiesa del suo tempo: l’esistenza di popoli non ancora evangelizzati, ai confini settentrionali del continente europeo, e la lacerazione religiosa che indeboliva la vita cristiana nel Sud della Francia, dove l’azione di alcuni gruppi eretici creava disturbo e l’allontanamento dalla verità della fede. L’azione missionaria verso chi non conosce la luce del Vangelo e l’opera di rievangelizzazione delle comunità cristiane divennero così le mète apostoliche che Domenico si propose di perseguire. Fu il Papa, presso il quale il Vescovo Diego e Domenico si recarono per chiedere consiglio, che domandò a quest’ultimo di dedicarsi alla predicazione agli Albigesi, un gruppo eretico che sosteneva una concezione dualista della realtà, con due principi creatori ugualmente potenti, il Bene e il Male; e questo gruppo disprezzava, di conseguenza, la materia, come proveniente dal principio del Male, rifiutava anche il matrimonio, negava l’incarnazione di Cristo, i sacramenti, con i quali il Signore ci tocca tramite la materia, e la risurrezione dei corpi. Gli Albigesi stimavano la vita povera e austera, e in questo senso erano anche esemplari, e criticavano la ricchezza del Clero di quel tempo. Domenico accettò con entusiasmo questa missione, che realizzò proprio con l’esempio della sua esistenza povera e austera, con la predicazione del Vangelo e con dibattiti pubblici. A questa missione di predicare la Buona Novella egli dedicò il resto della sua vita. I suoi figli avrebbero realizzato anche gli altri sogni di san Domenico: la missione ad gentes, a coloro che ancora non conoscevano Gesù, e la missione a coloro che vivevano nelle città, soprattutto quelle universitarie, dove le nuove tendenze intellettuali erano una sfida per la fede dei colti. Questo grande santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove necessario, ad una nuova evangelizzazione: è Cristo, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare! Ed è consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti – pastori e fedeli laici, Membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali – che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo! A Domenico di Guzman si associarono poi altri uomini, attratti dalla stessa aspirazione. In tal modo, progressivamente, dalla prima fondazione di Tolosa, ebbe origine l’Ordine dei Predicatori. Domenico, infatti, in piena obbedienza alle direttive dei Papi del suo tempo, Innocenzo III e Onorio III, adottò l’antica Regola di sant’Agostino, adattandola alle esigenze di vita apostolica, che portavano lui e i suoi compagni a predicare spostandosi da un posto all’altro, ma tornando, poi, ai propri conventi, luoghi di studio, preghiera e vita comunitaria. In particolar modo, egli volle dare rilievo a due valori ritenuti indispensabili per il successo della missione evangelizzatrice: la vita comunitaria nella povertà e lo studio. Anzitutto, Domenico e i Frati Predicatori si presentavano come mendicanti, cioè senza vaste proprietà di terreni da amministrare. Questo elemento li rendeva più disponibili allo studio e alla predicazione itinerante e costituiva una testimonianza concreta per la gente. Il governo interno dei conventi e delle provincie domenicane si strutturò sul sistema di capitoli, che eleggevano i propri Superiori, confermati poi dai Superiori maggiori; un’organizzazione, quindi, che stimolava la vita fraterna e la responsabilità di tutti i Membri della comunità, esigendo forti convinzioni personali. La scelta di questo sistema nasceva proprio dal fatto che i Domenicani, come predicatori della verità di Dio, dovevano essere coerenti con ciò che annunciavano. La verità studiata e condivisa nella carità con i fratelli è il fondamento più profondo della gioia. Il beato Giordano di Sassonia dice di san Domenico: “Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone felici e di piangere con coloro che piangevano” (Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum autore Iordano de Saxonia, ed. H.C. Scheeben, [Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, Romae, 1935]). In secondo luogo, Domenico, con un gesto coraggioso, volle che i suoi seguaci acquisissero una solida formazione teologica, e non esitò a inviarli nelle Università del tempo, anche se non pochi ecclesiastici guardavano con diffidenza queste istituzioni culturali. Le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori danno molta importanza allo studio come preparazione all’apostolato. Domenico volle che i suoi Frati vi si dedicassero senza risparmio, con diligenza e pietà; uno studio fondato sull’anima di ogni sapere teologico, cioè sulla Sacra Scrittura, e rispettoso delle domande poste dalla ragione. Lo sviluppo della cultura impone a coloro che svolgono il ministero della Parola, ai vari livelli, di essere ben preparati. Esorto dunque tutti, pastori e laici, a coltivare questa “dimensione culturale” della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere veramente nutrita, rafforzata e anche difesa. In quest’Anno Sacerdotale, invito i seminaristi e i sacerdoti a stimare il valore spirituale dello studio. La qualità del ministero sacerdotale dipende anche dalla generosità con cui ci si applica allo studio delle verità rivelate. Domenico, che volle fondare un Ordine religioso di predicatori-teologi, ci rammenta che la teologia ha una dimensione spirituale e pastorale, che arricchisce l’animo e la vita. I sacerdoti, i consacrati e anche tutti i fedeli possono trovare una profonda “gioia interiore” nel contemplare la bellezza delle verità che vengono da Dio, verità sempre attuali e sempre vive. Il motto dei Frati Predicatori - contemplata aliis tradere – ci aiuta a scoprire, poi, un anelito pastorale nello studio contemplativo di tali verità, per l’esigenza di comunicare agli altri il frutto della propria contemplazione. Quando Domenico morì nel 1221, a Bologna, la città che lo ha dichiarato patrono, la sua opera aveva già avuto grande successo. L’Ordine dei Predicatori, con l’appoggio della Santa Sede, si era diffuso in molti Paesi dell’Europa a beneficio della Chiesa intera. Domenico fu canonizzato nel 1234, ed è lui stesso che, con la sua santità, ci indica due mezzi indispensabili affinché l’azione apostolica sia incisiva. Anzitutto, la devozione mariana, che egli coltivò con tenerezza e che lasciò come eredità preziosa ai suoi figli spirituali, i quali nella storia della Chiesa hanno avuto il grande merito di diffondere la preghiera del santo Rosario, così cara al popolo cristiano e così ricca di valori evangelici, una vera scuola di fede e di pietà. In secondo luogo, Domenico, che si prese cura di alcuni monasteri femminili in Francia e a Roma, credette fino in fondo al valore della preghiera di intercessione per il successo del lavoro apostolico. Solo in Paradiso comprenderemo quanto la preghiera delle claustrali accompagni efficacemente l’azione apostolica! A ciascuna di esse rivolgo il mio pensiero grato e affettuoso. Cari fratelli e sorelle, la vita di Domenico di Guzman sproni noi tutti ad essere ferventi nella preghiera, coraggiosi a vivere la fede, profondamente innamorati di Gesù Cristo. Per sua intercessione, chiediamo a Dio di arricchire sempre la Chiesa di autentici predicatori del Vangelo.
la settimana scorsa ho presentato la luminosa figura di Francesco d’Assisi, quest’oggi vorrei parlarvi di un altro santo che, nella stessa epoca, ha dato un contributo fondamentale al rinnovamento della Chiesa del suo tempo. Si tratta di san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, noti anche come Frati Domenicani. Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”.E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme. Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia. Ordinato sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della Cattedrale nella sua diocesi di origine, Osma. Anche se questa nomina poteva rappresentare per lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la interpretò come un privilegio personale, né come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica, ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà. Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa? Lo ricordavo qualche mese fa, durante la consacrazione di alcuni Vescovi: “Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità” (Omelia. Cappella Papale per l’Ordinazione episcopale di cinque Ecc.mi Presuli, 12 Settembre 2009). Il Vescovo di Osma, che si chiamava Diego, un vero e zelante pastore, notò ben presto le qualità spirituali di Domenico, e volle avvalersi della sua collaborazione. Insieme si recarono nell’Europa del Nord, per compiere missioni diplomatiche affidate loro dal re di Castiglia. Viaggiando, Domenico si rese conto di due enormi sfide per la Chiesa del suo tempo: l’esistenza di popoli non ancora evangelizzati, ai confini settentrionali del continente europeo, e la lacerazione religiosa che indeboliva la vita cristiana nel Sud della Francia, dove l’azione di alcuni gruppi eretici creava disturbo e l’allontanamento dalla verità della fede. L’azione missionaria verso chi non conosce la luce del Vangelo e l’opera di rievangelizzazione delle comunità cristiane divennero così le mète apostoliche che Domenico si propose di perseguire. Fu il Papa, presso il quale il Vescovo Diego e Domenico si recarono per chiedere consiglio, che domandò a quest’ultimo di dedicarsi alla predicazione agli Albigesi, un gruppo eretico che sosteneva una concezione dualista della realtà, con due principi creatori ugualmente potenti, il Bene e il Male; e questo gruppo disprezzava, di conseguenza, la materia, come proveniente dal principio del Male, rifiutava anche il matrimonio, negava l’incarnazione di Cristo, i sacramenti, con i quali il Signore ci tocca tramite la materia, e la risurrezione dei corpi. Gli Albigesi stimavano la vita povera e austera, e in questo senso erano anche esemplari, e criticavano la ricchezza del Clero di quel tempo. Domenico accettò con entusiasmo questa missione, che realizzò proprio con l’esempio della sua esistenza povera e austera, con la predicazione del Vangelo e con dibattiti pubblici. A questa missione di predicare la Buona Novella egli dedicò il resto della sua vita. I suoi figli avrebbero realizzato anche gli altri sogni di san Domenico: la missione ad gentes, a coloro che ancora non conoscevano Gesù, e la missione a coloro che vivevano nelle città, soprattutto quelle universitarie, dove le nuove tendenze intellettuali erano una sfida per la fede dei colti. Questo grande santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove necessario, ad una nuova evangelizzazione: è Cristo, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare! Ed è consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti – pastori e fedeli laici, Membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali – che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo! A Domenico di Guzman si associarono poi altri uomini, attratti dalla stessa aspirazione. In tal modo, progressivamente, dalla prima fondazione di Tolosa, ebbe origine l’Ordine dei Predicatori. Domenico, infatti, in piena obbedienza alle direttive dei Papi del suo tempo, Innocenzo III e Onorio III, adottò l’antica Regola di sant’Agostino, adattandola alle esigenze di vita apostolica, che portavano lui e i suoi compagni a predicare spostandosi da un posto all’altro, ma tornando, poi, ai propri conventi, luoghi di studio, preghiera e vita comunitaria. In particolar modo, egli volle dare rilievo a due valori ritenuti indispensabili per il successo della missione evangelizzatrice: la vita comunitaria nella povertà e lo studio. Anzitutto, Domenico e i Frati Predicatori si presentavano come mendicanti, cioè senza vaste proprietà di terreni da amministrare. Questo elemento li rendeva più disponibili allo studio e alla predicazione itinerante e costituiva una testimonianza concreta per la gente. Il governo interno dei conventi e delle provincie domenicane si strutturò sul sistema di capitoli, che eleggevano i propri Superiori, confermati poi dai Superiori maggiori; un’organizzazione, quindi, che stimolava la vita fraterna e la responsabilità di tutti i Membri della comunità, esigendo forti convinzioni personali. La scelta di questo sistema nasceva proprio dal fatto che i Domenicani, come predicatori della verità di Dio, dovevano essere coerenti con ciò che annunciavano. La verità studiata e condivisa nella carità con i fratelli è il fondamento più profondo della gioia. Il beato Giordano di Sassonia dice di san Domenico: “Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone felici e di piangere con coloro che piangevano” (Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum autore Iordano de Saxonia, ed. H.C. Scheeben, [Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, Romae, 1935]). In secondo luogo, Domenico, con un gesto coraggioso, volle che i suoi seguaci acquisissero una solida formazione teologica, e non esitò a inviarli nelle Università del tempo, anche se non pochi ecclesiastici guardavano con diffidenza queste istituzioni culturali. Le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori danno molta importanza allo studio come preparazione all’apostolato. Domenico volle che i suoi Frati vi si dedicassero senza risparmio, con diligenza e pietà; uno studio fondato sull’anima di ogni sapere teologico, cioè sulla Sacra Scrittura, e rispettoso delle domande poste dalla ragione. Lo sviluppo della cultura impone a coloro che svolgono il ministero della Parola, ai vari livelli, di essere ben preparati. Esorto dunque tutti, pastori e laici, a coltivare questa “dimensione culturale” della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere veramente nutrita, rafforzata e anche difesa. In quest’Anno Sacerdotale, invito i seminaristi e i sacerdoti a stimare il valore spirituale dello studio. La qualità del ministero sacerdotale dipende anche dalla generosità con cui ci si applica allo studio delle verità rivelate. Domenico, che volle fondare un Ordine religioso di predicatori-teologi, ci rammenta che la teologia ha una dimensione spirituale e pastorale, che arricchisce l’animo e la vita. I sacerdoti, i consacrati e anche tutti i fedeli possono trovare una profonda “gioia interiore” nel contemplare la bellezza delle verità che vengono da Dio, verità sempre attuali e sempre vive. Il motto dei Frati Predicatori - contemplata aliis tradere – ci aiuta a scoprire, poi, un anelito pastorale nello studio contemplativo di tali verità, per l’esigenza di comunicare agli altri il frutto della propria contemplazione. Quando Domenico morì nel 1221, a Bologna, la città che lo ha dichiarato patrono, la sua opera aveva già avuto grande successo. L’Ordine dei Predicatori, con l’appoggio della Santa Sede, si era diffuso in molti Paesi dell’Europa a beneficio della Chiesa intera. Domenico fu canonizzato nel 1234, ed è lui stesso che, con la sua santità, ci indica due mezzi indispensabili affinché l’azione apostolica sia incisiva. Anzitutto, la devozione mariana, che egli coltivò con tenerezza e che lasciò come eredità preziosa ai suoi figli spirituali, i quali nella storia della Chiesa hanno avuto il grande merito di diffondere la preghiera del santo Rosario, così cara al popolo cristiano e così ricca di valori evangelici, una vera scuola di fede e di pietà. In secondo luogo, Domenico, che si prese cura di alcuni monasteri femminili in Francia e a Roma, credette fino in fondo al valore della preghiera di intercessione per il successo del lavoro apostolico. Solo in Paradiso comprenderemo quanto la preghiera delle claustrali accompagni efficacemente l’azione apostolica! A ciascuna di esse rivolgo il mio pensiero grato e affettuoso. Cari fratelli e sorelle, la vita di Domenico di Guzman sproni noi tutti ad essere ferventi nella preghiera, coraggiosi a vivere la fede, profondamente innamorati di Gesù Cristo. Per sua intercessione, chiediamo a Dio di arricchire sempre la Chiesa di autentici predicatori del Vangelo.
Etichette:
Benedetto XVI
,
Cattolici
,
Santi
martedì 2 febbraio 2010
Un aforisma al giorno - 156
"L'adolescenza è la cosa più complessa e la più incomprensibile che vi sia. Anche quando ci si è passati attraverso, non si riesce a capire che cosa sia. Un uomo non può mai capire completamente un ragazzo, sebbene sia stato lui pure un ragazzo. Su tutto ciò che fu già il fanciullo cresce una specie di callosità, una noncuranza, una curiosa combinazione di energia senza scopo e senza direzione, e di prontezza ad accettare le convenzioni".
Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia
Etichette:
Un aforisma al giorno
Il Tempo del 1 Febbraio 2010 parla di Chesterton, cioè di Uomovivo
La vendetta di Chesterton Il paradosso sale in cattedra
Con «Uomovivo» l'editoria riscopre l'autore inglese
«Uomovivo» di G. K. Chesterton (libro del 1912, da poco ritradotto da Morganti Editori) cattura e innamora per l'enormità carnale e paradossale del suo protagonista Innocent Smith, una specie di Falstaff più libero e lieto, estremamente sciolto nel suo fisico debordante, capace come pochi personaggi del romanzo moderno di risvegliare in noi il senso sacro dell'allegria, l'esultanza degli attimi in cui il cuore "levita", le vibrazioni di quella leggerezza che è forse la forma più alta della grazia. Tutto, in lui, è un inno al movimento, cioè alla vita, e nel corso del libro i suoi viaggi qua e là per il mondo hanno l'andamento a zigzag delle farfalle, l'irregolarità rapinosa di certi assoli di jazz, la velocità onirica delle comiche del muto. Dapprima, affascinati da questa esuberanza, ci limitiamo ad assaporarla nello scoppiettio delle sue scintille. Solo pian piano, attraverso una serie di lenti curve o di specchi deformanti con cui l'autore ci avvicina e allontana il suo personaggio, ce lo offre e sottrae fra mascherate, trappole e balletti, riusciamo a mettere a fuoco la sua autentica fisionomia: quella di un cristiano dei tempi nuovi, di un intrepido cercatore di verità. Poco importa che aspirare alla verità sia il più improbo dei compiti in una società inamidata in false certezze; Innocent non può rinunciare alla propria "quête" perché ha capito che in gioco, in questa età cosiddetta moderna, è il senso stesso, primario del nostro essere uomini, cioè creature vive e dotate d'anima, non marionette o fantocci o larve. Filosofo della scuola ideale di Francesco d'Assisi, egli sa che il nocciolo di ogni rapporto religioso col creato è il sentimento dello stupore e della gratitudine per gli infiniti doni di Dio, e crede che, per salvare questo sentimento in un mondo che fa di tutto per soffocarlo, dobbiamo rimetterci senza tregua in cammino: gettarci nella mischia, cambiare i nostri punti di vista, farci avventurieri dei giorni. La sua "rivoluzione" non ha niente di politico; si avvicina allo spirito più festoso, fanciullesco, giullaresco della poesia. Cambiare, infatti, non significa per lui calcolare equilibri o cercare compromessi ma esaltare, far fiorire, innalzare i calici alla gioia, danzare con le cose e i momenti. Votato a cogliere la magia dell'universo, Innocent è certo che si può - o meglio, si deve - giocare con tutto, perfino con la morte, perché la vita sia glorificata, perché gli uomini possano tornare a testimoniarne la bellezza, la luce, l'incanto. Ma questo è davvero troppo per una società imbalsamata nei luoghi comuni: così egli deve subire un processo - un lungo, tortuoso e mirabolante processo nel quale Chesterton mette in campo tutta la sua abilità di architetto di plot polizieschi, tutto il suo estro (tanto apprezzato da Borges) d'inventore di scene strambe, eccentriche, rocambolesche. Benché assolto, alla fine Innocent si eclissa d'improvviso dalla vista degli altri… Forse, ci sussurra Chesterton fra le righe, la verità ultima della leggerezza consiste nel suo sottrarsi, nel suo balenare come segno di ciò che nulla può trattenere ma il cui riverbero resiste come la luce del sole dopo il tramonto, come l'aureola di un sortilegio, di una speranza, di una poesia che non può, che non potrà morire.
Con «Uomovivo» l'editoria riscopre l'autore inglese
«Uomovivo» di G. K. Chesterton (libro del 1912, da poco ritradotto da Morganti Editori) cattura e innamora per l'enormità carnale e paradossale del suo protagonista Innocent Smith, una specie di Falstaff più libero e lieto, estremamente sciolto nel suo fisico debordante, capace come pochi personaggi del romanzo moderno di risvegliare in noi il senso sacro dell'allegria, l'esultanza degli attimi in cui il cuore "levita", le vibrazioni di quella leggerezza che è forse la forma più alta della grazia. Tutto, in lui, è un inno al movimento, cioè alla vita, e nel corso del libro i suoi viaggi qua e là per il mondo hanno l'andamento a zigzag delle farfalle, l'irregolarità rapinosa di certi assoli di jazz, la velocità onirica delle comiche del muto. Dapprima, affascinati da questa esuberanza, ci limitiamo ad assaporarla nello scoppiettio delle sue scintille. Solo pian piano, attraverso una serie di lenti curve o di specchi deformanti con cui l'autore ci avvicina e allontana il suo personaggio, ce lo offre e sottrae fra mascherate, trappole e balletti, riusciamo a mettere a fuoco la sua autentica fisionomia: quella di un cristiano dei tempi nuovi, di un intrepido cercatore di verità. Poco importa che aspirare alla verità sia il più improbo dei compiti in una società inamidata in false certezze; Innocent non può rinunciare alla propria "quête" perché ha capito che in gioco, in questa età cosiddetta moderna, è il senso stesso, primario del nostro essere uomini, cioè creature vive e dotate d'anima, non marionette o fantocci o larve. Filosofo della scuola ideale di Francesco d'Assisi, egli sa che il nocciolo di ogni rapporto religioso col creato è il sentimento dello stupore e della gratitudine per gli infiniti doni di Dio, e crede che, per salvare questo sentimento in un mondo che fa di tutto per soffocarlo, dobbiamo rimetterci senza tregua in cammino: gettarci nella mischia, cambiare i nostri punti di vista, farci avventurieri dei giorni. La sua "rivoluzione" non ha niente di politico; si avvicina allo spirito più festoso, fanciullesco, giullaresco della poesia. Cambiare, infatti, non significa per lui calcolare equilibri o cercare compromessi ma esaltare, far fiorire, innalzare i calici alla gioia, danzare con le cose e i momenti. Votato a cogliere la magia dell'universo, Innocent è certo che si può - o meglio, si deve - giocare con tutto, perfino con la morte, perché la vita sia glorificata, perché gli uomini possano tornare a testimoniarne la bellezza, la luce, l'incanto. Ma questo è davvero troppo per una società imbalsamata nei luoghi comuni: così egli deve subire un processo - un lungo, tortuoso e mirabolante processo nel quale Chesterton mette in campo tutta la sua abilità di architetto di plot polizieschi, tutto il suo estro (tanto apprezzato da Borges) d'inventore di scene strambe, eccentriche, rocambolesche. Benché assolto, alla fine Innocent si eclissa d'improvviso dalla vista degli altri… Forse, ci sussurra Chesterton fra le righe, la verità ultima della leggerezza consiste nel suo sottrarsi, nel suo balenare come segno di ciò che nulla può trattenere ma il cui riverbero resiste come la luce del sole dopo il tramonto, come l'aureola di un sortilegio, di una speranza, di una poesia che non può, che non potrà morire.
Pakistan, i ghetti dei cristiani
Reportage da Avvenire del 31 Gennaio 2010
È un quartiere di un’altra epoca quello che si estende nel cuore di Islamabad, la capitale politica del Pakistan. Un gigantesco agglomerato di case di pietra e lamiera incastrate su un terreno che scivola in dolce pendio: lo chiamano "la colonia francese". È in questa baraccopoli, situata sugli ex catasti dell’ambasciata di Francia, che vivono cinquemila cristiani, a poche centinaia di metri da sontuose moschee nuove fiammanti. Ormai da qualche mese, un muro separa i residenti dai vicini sobborghi danarosi. Vi si entra imboccando un piccolo androne sotto lo sguardo divertito di un pachistano abbigliato del tradizionale salwar kamiz.
Le viuzze cinte da muri dai riflessi bluastri sono popolate di ragazzini che saltellano noncuranti nella polvere. Più in basso, barbieri e venditori di bibite, chiusi nelle loro botteghe sulle rive di un ruscello coperto di detriti, si sforzano di mantenere in vita una piccola economia autarchica. Dentro una casetta dalle porte dischiuse, un gruppo di donne invoca la Santa Trinità, con le mani alzate verso le pale di un ventilatore, in un’indescrivibile confusione di canti e ritmi di tabla.
Il giorno volge al tramonto, mentre le salmodie si perdono tra i richiami alla preghiera che arrivano a voce spiegata dai minareti vicini. Cristiani reclusi in recinti impermeabili al mondo esterno: è un fenomeno frequente nel "Paese dei puri". Vittime dirette della lenta radicalizzazione dell’islam in Pakistan, bersagli di un clima d’intolleranza nei confronti di chiunque non condivida le convinzioni religiose del novantasei per cento della popolazione, i tre milioni di componenti della prima minoranza del Paese hanno imparato a vivere ai margini del sistema economico e sociale.
A cinque ore di strada da Islamabad, il quartiere di Kot Lakhpat, a Lahore, concentra la più vasta comunità di cristiani del Pakistan. La vita si svolge attorno alla chiesa cattolica di San Francesco, anch’essa circondata da mura. I fedeli che affluiscono per la messa domenicale entrano col contagocce, dopo essersi fatti riconoscere da un poliziotto armato fino ai denti. Sono, in maggioranza, discendenti delle prime comunità che si dice siano state fondate dall’apostolo san Tommaso e da indù delle caste inferiori convertiti già alla fine del XIX secolo sotto l’influenza britannica. Varcate le porte, la tensione scende di colpo e il fervore diventa palpabile. Quattro celebrazioni, una decina di battesimi, due matrimoni: oggi il giovane parroco Morris Jalal ha parecchio da fare. «Il sacerdote è il comune denominatore – spiega –. I cristiani vengono da tutto il Pakistan per vivere qui.
Cerco di creare un legame tra loro». Morris Jalal lavora anche alla pacificazione dei rapporti tra musulmani e cristiani, partecipando a incontri interreligiosi. «Parliamo di tolleranza, ma restano discussioni superficiali – lamenta –. I pachistani sono brave persone ma, quando si tocca la religione, perdono la testa. I mullah hanno assaporato l’islam come strumento di potere: con la religione prendi il controllo del Paese, delle istituzioni, delle risorse». Dalle pianure del Punjab alle province del nordovest, dai massicci himalayani alle coste del Belucistan, è la sezione 295C del codice penale il principale bersaglio delle critiche. Promulgata nel 1985, questa legge sulla blasfemia punisce chiunque si renda colpevole di profanazione del Corano o di insulti nei confronti del Profeta. Spesso è stata usata a sproposito contro i cristiani: «La blasfemia è una continua spada di Damocle – esclama Morris Jalal –. Nel novantanove per cento dei casi è solo il pretesto per una rivincita».
Un contesto che i nuovi equilibri geopolitici ereditati dagli attentati dell’11 settembre non hanno fatto nulla per cambiare. Più o meno consapevolmente, i cristiani vengono assimilati all’Occidente e al bellicismo dell’ex presidente americano George Bush colorito di riferimenti religiosi. Il caso delle vignette su Maometto e i fraintendimenti del discorso di Ratisbona hanno ulteriormente aggravato la situazione. «Da tre anni il radicalismo è in crescita – osserva il pastore Cornelius Shihbaz, che abita con la madre e i quattro fratelli in una casa di Kot Lakhpat –. Non sempre ci sentiamo al sicuro». Pochi minuti dopo, Cornelius è aggrappato al sedile di un taxi scassato che corre attraverso le piane verdeggianti del Punjab. Solo ammassi di mattoni rossi e immensi camini che sputano fumi nerastri vengono a turbare i paesaggi monotoni. Il villaggio di Fqaria Walla è abitato da venticinque famiglie di produttori di mattoni, mestiere tradizionalmente cristiano. Agricoltori, netturbini, infermieri… In Pakistan i cristiani hanno i loro mestieri riservati, quasi sempre manuali e poco retribuiti nei settori più miseri dell’economia. Pervez Anjum lavora duramente per restituire un prestito di settantamila rupie pachistane (560 euro) contratto con il datore di lavoro. «Il salario minimo è di 500 rupie (4 euro) per produrre mille mattoni. Io ne guadagno solo 350 – spiega –. Vorrei che i miei figli ricevessero un’educazione, ma temo che non sarà possibile».
Stessi paesaggi, altro contesto a un’ora di strada, nel villaggio cristiano di Kasur. Alla fine giugno 2009 centinaia di musulmani scatenati distrussero tutto, galvanizzati dagli inviti al saccheggio lanciati dai minareti. Le porte sono sfondate. Resti di stoviglie e di mobili ricoprono i cortili delle modeste case. Zubada Fayaz culla il suo ultimo nato all’ombra di un albero seccato dal sole a picco. «I musulmani mi dissero che i cristiani non avevano il diritto di vivere qui, se non come schiavi», ricorda la giovane. A parecchie centinaia di chilometri, sette cristiani furono assassinati all’inizio di agosto, nel villaggio di Gojra. Uno scandalo che commosse tutto il Pakistan.
«La reazione mediatica ai massacri di Gojra è inedita – osserva però il giornalista Zaïd Hussein –. La pressione popolare ha costretto il governo a reagire». Nel suo ufficio che domina la Blue Area, l’arteria commerciale di Islamabad, Shahbaz Bhatti brandisce fieramente un giornale: «Il primo ministro Gillani ha promesso di intervenire sulla legge sulla blasfemia!», esulta. Ministro delle Minoranze, lui stesso cristiano, Bhatti è la prova vivente che per i suoi fratelli c’è un posto nel Paese. «In passato i cristiani sono stati trascurati, oggi facciamo di tutto per rimediare – spiega Bhatti –. Sono meglio rappresentati nelle assemblee nazionali e provinciali e riserviamo loro il 5% degli impieghi nella pubblica amministrazione». Mentre il Pakistan s’interroga sugli ideali di tolleranza enunciati dal suo fondatore, Mohammad Ali Jinnah, una sera d’agosto del 1947, Bhatti vuole essere fiducioso: «Possiamo riuscire a creare un’armonia interconfessionale».
È un quartiere di un’altra epoca quello che si estende nel cuore di Islamabad, la capitale politica del Pakistan. Un gigantesco agglomerato di case di pietra e lamiera incastrate su un terreno che scivola in dolce pendio: lo chiamano "la colonia francese". È in questa baraccopoli, situata sugli ex catasti dell’ambasciata di Francia, che vivono cinquemila cristiani, a poche centinaia di metri da sontuose moschee nuove fiammanti. Ormai da qualche mese, un muro separa i residenti dai vicini sobborghi danarosi. Vi si entra imboccando un piccolo androne sotto lo sguardo divertito di un pachistano abbigliato del tradizionale salwar kamiz.
Le viuzze cinte da muri dai riflessi bluastri sono popolate di ragazzini che saltellano noncuranti nella polvere. Più in basso, barbieri e venditori di bibite, chiusi nelle loro botteghe sulle rive di un ruscello coperto di detriti, si sforzano di mantenere in vita una piccola economia autarchica. Dentro una casetta dalle porte dischiuse, un gruppo di donne invoca la Santa Trinità, con le mani alzate verso le pale di un ventilatore, in un’indescrivibile confusione di canti e ritmi di tabla.
Il giorno volge al tramonto, mentre le salmodie si perdono tra i richiami alla preghiera che arrivano a voce spiegata dai minareti vicini. Cristiani reclusi in recinti impermeabili al mondo esterno: è un fenomeno frequente nel "Paese dei puri". Vittime dirette della lenta radicalizzazione dell’islam in Pakistan, bersagli di un clima d’intolleranza nei confronti di chiunque non condivida le convinzioni religiose del novantasei per cento della popolazione, i tre milioni di componenti della prima minoranza del Paese hanno imparato a vivere ai margini del sistema economico e sociale.
A cinque ore di strada da Islamabad, il quartiere di Kot Lakhpat, a Lahore, concentra la più vasta comunità di cristiani del Pakistan. La vita si svolge attorno alla chiesa cattolica di San Francesco, anch’essa circondata da mura. I fedeli che affluiscono per la messa domenicale entrano col contagocce, dopo essersi fatti riconoscere da un poliziotto armato fino ai denti. Sono, in maggioranza, discendenti delle prime comunità che si dice siano state fondate dall’apostolo san Tommaso e da indù delle caste inferiori convertiti già alla fine del XIX secolo sotto l’influenza britannica. Varcate le porte, la tensione scende di colpo e il fervore diventa palpabile. Quattro celebrazioni, una decina di battesimi, due matrimoni: oggi il giovane parroco Morris Jalal ha parecchio da fare. «Il sacerdote è il comune denominatore – spiega –. I cristiani vengono da tutto il Pakistan per vivere qui.
Cerco di creare un legame tra loro». Morris Jalal lavora anche alla pacificazione dei rapporti tra musulmani e cristiani, partecipando a incontri interreligiosi. «Parliamo di tolleranza, ma restano discussioni superficiali – lamenta –. I pachistani sono brave persone ma, quando si tocca la religione, perdono la testa. I mullah hanno assaporato l’islam come strumento di potere: con la religione prendi il controllo del Paese, delle istituzioni, delle risorse». Dalle pianure del Punjab alle province del nordovest, dai massicci himalayani alle coste del Belucistan, è la sezione 295C del codice penale il principale bersaglio delle critiche. Promulgata nel 1985, questa legge sulla blasfemia punisce chiunque si renda colpevole di profanazione del Corano o di insulti nei confronti del Profeta. Spesso è stata usata a sproposito contro i cristiani: «La blasfemia è una continua spada di Damocle – esclama Morris Jalal –. Nel novantanove per cento dei casi è solo il pretesto per una rivincita».
Un contesto che i nuovi equilibri geopolitici ereditati dagli attentati dell’11 settembre non hanno fatto nulla per cambiare. Più o meno consapevolmente, i cristiani vengono assimilati all’Occidente e al bellicismo dell’ex presidente americano George Bush colorito di riferimenti religiosi. Il caso delle vignette su Maometto e i fraintendimenti del discorso di Ratisbona hanno ulteriormente aggravato la situazione. «Da tre anni il radicalismo è in crescita – osserva il pastore Cornelius Shihbaz, che abita con la madre e i quattro fratelli in una casa di Kot Lakhpat –. Non sempre ci sentiamo al sicuro». Pochi minuti dopo, Cornelius è aggrappato al sedile di un taxi scassato che corre attraverso le piane verdeggianti del Punjab. Solo ammassi di mattoni rossi e immensi camini che sputano fumi nerastri vengono a turbare i paesaggi monotoni. Il villaggio di Fqaria Walla è abitato da venticinque famiglie di produttori di mattoni, mestiere tradizionalmente cristiano. Agricoltori, netturbini, infermieri… In Pakistan i cristiani hanno i loro mestieri riservati, quasi sempre manuali e poco retribuiti nei settori più miseri dell’economia. Pervez Anjum lavora duramente per restituire un prestito di settantamila rupie pachistane (560 euro) contratto con il datore di lavoro. «Il salario minimo è di 500 rupie (4 euro) per produrre mille mattoni. Io ne guadagno solo 350 – spiega –. Vorrei che i miei figli ricevessero un’educazione, ma temo che non sarà possibile».
Stessi paesaggi, altro contesto a un’ora di strada, nel villaggio cristiano di Kasur. Alla fine giugno 2009 centinaia di musulmani scatenati distrussero tutto, galvanizzati dagli inviti al saccheggio lanciati dai minareti. Le porte sono sfondate. Resti di stoviglie e di mobili ricoprono i cortili delle modeste case. Zubada Fayaz culla il suo ultimo nato all’ombra di un albero seccato dal sole a picco. «I musulmani mi dissero che i cristiani non avevano il diritto di vivere qui, se non come schiavi», ricorda la giovane. A parecchie centinaia di chilometri, sette cristiani furono assassinati all’inizio di agosto, nel villaggio di Gojra. Uno scandalo che commosse tutto il Pakistan.
«La reazione mediatica ai massacri di Gojra è inedita – osserva però il giornalista Zaïd Hussein –. La pressione popolare ha costretto il governo a reagire». Nel suo ufficio che domina la Blue Area, l’arteria commerciale di Islamabad, Shahbaz Bhatti brandisce fieramente un giornale: «Il primo ministro Gillani ha promesso di intervenire sulla legge sulla blasfemia!», esulta. Ministro delle Minoranze, lui stesso cristiano, Bhatti è la prova vivente che per i suoi fratelli c’è un posto nel Paese. «In passato i cristiani sono stati trascurati, oggi facciamo di tutto per rimediare – spiega Bhatti –. Sono meglio rappresentati nelle assemblee nazionali e provinciali e riserviamo loro il 5% degli impieghi nella pubblica amministrazione». Mentre il Pakistan s’interroga sugli ideali di tolleranza enunciati dal suo fondatore, Mohammad Ali Jinnah, una sera d’agosto del 1947, Bhatti vuole essere fiducioso: «Possiamo riuscire a creare un’armonia interconfessionale».
(traduzione di Anna Maria Brogi)
Guillaume Pitron
Guillaume Pitron
Crescono i senza dimora - Anche molti padri separati
Da Avvenire del 2 Febbraio 2010
Il popolo degli invisibili sta cambiando. Certo, nessuno sa con precisione quanti siano i senza dimora e, in attesa del censimento organizzato da Istat e Caritas italiana, si deve credere alle stime. Secondo le più recenti, sono centomila gli homeless in Italia tra connazionali e stranieri. Di certo si sa che il freddo che avvolge la penisola dalla fine di novembre ne ha uccise finora 13 (l’ultimo ieri, un romeno nel Veneziano). Un inverno duro, che come ogni anno ha colpito i più deboli. Dalle viscere delle città, come denunciato da più associazioni, emergono cambiamenti, contraccolpo delle crisi. Primo, la presenza crescente tra gli italiani, di padri di famiglia separati, sulla strada nonostante lavorino. E poi l’aumento dei cinesi in coda per un pasto caldo e una coperta.
«La presenza dei padri separati – spiega Paolo Pezzana, presidente della Fiopsd, la federazione degli organismi che aiutano i senza dimora, soprattutto Caritas diocesane e assessorati ai servizi sociali – non è una novità, le nostre antenne segnalano da anni l’aumento costante di persone che sono finite sulla strada per una separazione». In generale, il popolo della strada è spesso segnato da un trauma familiare.
«Il clochard – chiarisce Pezzana – associa i problemi psichici alla perdita del lavoro dovuta magari a un forte esaurimento, alla dipendenza da alcol o altre sostanze stupefacenti. La novità è che accanto a questo disagio sta invece crescendo la povertà di chi non riesce ad arrivare a fine mese per colpa di un divorzio. Soprattutto padri di famiglia; 40-50enni che, una volta che il giudice ha assegnato l’alloggio alla madre, cui è andata la custodia dei figli, devono trovarsi un alloggio e versare metà stipendio per mantenere la prole. Se non si ha un reddito elevato, non si può reggere questo tenore di vita. Così, per un divorzio, spesso non si arriva a fine mese e si è costretti a mettersi in fila alle mense di carità per riuscire a mangiare. Solo che non è facile reggere psicologicamente e tenersi un lavoro se si dorme in auto o da amici. La tenuta della famiglia è fondamentale per prevenire la caduta sulla strada».
A Milano, città dove è stato lanciato l’allarme padri separati poco dopo Natale, la Comunità di Sant’Egidio dispone di una unità mobile di strada. La metropoli rappresenta da sempre un punto di osservazione privilegiato sul popolo della strada. Conta circa 5.000 senza dimora e dispone di almeno una decina di mense di carità religiose e altrettante unità mobili di strada
«Girando per il centro spesso ci imbattiamo in italiani di mezza età – racconta Ulderico Maggi, responsabile dell’unità mobile dei santegidini milanesi – e nel coordinamento delle unità di strada che convochiamo abbiamo gli stessi riscontri dagli altri».
Maggi ricorda, ad esempio Antonio, impiegato milanese di 45 anni circa, che fino a poco tempo fa dormiva nei pressi della stazione di Cadorna. «Lo abbiamo seguito – spiega Maggi – e dialogando con pazienza abbiamo capito che aveva lasciato moglie e figli. Sulla strada non è riuscito a conservare il suo lavoro d’ufficio ed era completamente annichilito. Gli abbiamo dato abiti coperte e viveri, ma non voleva muoversi da lì. Poi non l’abbiamo più visto, penso che sia ritornato a casa».
Sant’Egidio e tutti gli altri operatori registrano la crescita dei cinesi, che resta per molti aspetti un mistero. Perlopiù giovani, espulsi dal circuito dei laboratori clandestini in seguito alla crisi e ai maggiori controlli delle forze dell’ordine. «Di loro si sa molto poco – conclude Maggi – perché in pochi parlano inglese. Vivono sparsi nella metropoli e arrivano a gruppi presso i centri di accoglienza o alle unità mobili per ritirare generi di prima necessità».
«Da anni – conferma Raffaele Gnocchi, responsabile del Sam, servizio di accoglienza della Caritas ambrosiana – registriamo l’arrivo di una quota di uomini che una volta si sarebbero definiti normali. Non sono molti, non hanno redditi elevati, ma in alcuni casi abbiamo dovuto occuparci persino di dipendenti di enti pubblici, di mezza età finiti, sulla strada per le conseguenze economiche e psicologiche di un divorzio».
A Firenze in questi giorni preoccupano le condizioni di intere famiglie dell’Europa dell’Est sgomberate da palazzi dismessi del centro. «Ed emerge il problema dei separati – commenta il direttore della Caritas Alessandro Martini –, che cominciano ad arrivare nei centri. L’impressione è che sia la punta di un iceberg che sta per affiorare». L’organizzazione diocesana gestisce l’accoglienza invernale, per conto del Comune, di 250 senza dimora, ne restano altrettanti fuori, perlopiù giovani. E registra che dalla vicina Prato arrivano senza dimora cinesi. «Sono in espansione, dopo la crisi e il giro di vite sui laboratori clandestini. Sono soprattutto giovani, saranno in tutto una cinquantina e temiamo che rappresentino la prossima emergenza».
Infine, la capitale, le cui viscere sono state raccontate dallo scrittore Gabriele Del Grande nel libro Roma senza dimora, viaggio di 20 giorni tra i seimila homeless sulle strade romane. «Tre vecchi "randagi" mi hanno accolto alla stazione Termini e, una volta rivelato il mio scopo, mi hanno aiutato a sopravvivere per tre settimane. Sulla strada non si finisce per povertà materiale, almeno gli italiani, ma per la solitudine. Soprattutto per l’allentarsi delle reti di solidarietà familiari. Il problema è quando non si ha più un luogo dove tornare. E questo è sempre più vero nelle nostre città dove un affitto è inaccessibile per un precario o un lavoratore con salario basso, per giunta dimezzato da una separazione.
Al resto basta aggiungere un momento di debolezza, di depressione. Mi preoccupa pensare quanti cinquantenni separati siano a rischio. Poi ci sono le dipendenze da alcol e da droghe che ti azzerano i legami sociali e ti ritrovi seduto sull’asfalto senza sapere bene come». E senza che tu abbia scelto di viverci.
Il popolo degli invisibili sta cambiando. Certo, nessuno sa con precisione quanti siano i senza dimora e, in attesa del censimento organizzato da Istat e Caritas italiana, si deve credere alle stime. Secondo le più recenti, sono centomila gli homeless in Italia tra connazionali e stranieri. Di certo si sa che il freddo che avvolge la penisola dalla fine di novembre ne ha uccise finora 13 (l’ultimo ieri, un romeno nel Veneziano). Un inverno duro, che come ogni anno ha colpito i più deboli. Dalle viscere delle città, come denunciato da più associazioni, emergono cambiamenti, contraccolpo delle crisi. Primo, la presenza crescente tra gli italiani, di padri di famiglia separati, sulla strada nonostante lavorino. E poi l’aumento dei cinesi in coda per un pasto caldo e una coperta.
«La presenza dei padri separati – spiega Paolo Pezzana, presidente della Fiopsd, la federazione degli organismi che aiutano i senza dimora, soprattutto Caritas diocesane e assessorati ai servizi sociali – non è una novità, le nostre antenne segnalano da anni l’aumento costante di persone che sono finite sulla strada per una separazione». In generale, il popolo della strada è spesso segnato da un trauma familiare.
«Il clochard – chiarisce Pezzana – associa i problemi psichici alla perdita del lavoro dovuta magari a un forte esaurimento, alla dipendenza da alcol o altre sostanze stupefacenti. La novità è che accanto a questo disagio sta invece crescendo la povertà di chi non riesce ad arrivare a fine mese per colpa di un divorzio. Soprattutto padri di famiglia; 40-50enni che, una volta che il giudice ha assegnato l’alloggio alla madre, cui è andata la custodia dei figli, devono trovarsi un alloggio e versare metà stipendio per mantenere la prole. Se non si ha un reddito elevato, non si può reggere questo tenore di vita. Così, per un divorzio, spesso non si arriva a fine mese e si è costretti a mettersi in fila alle mense di carità per riuscire a mangiare. Solo che non è facile reggere psicologicamente e tenersi un lavoro se si dorme in auto o da amici. La tenuta della famiglia è fondamentale per prevenire la caduta sulla strada».
A Milano, città dove è stato lanciato l’allarme padri separati poco dopo Natale, la Comunità di Sant’Egidio dispone di una unità mobile di strada. La metropoli rappresenta da sempre un punto di osservazione privilegiato sul popolo della strada. Conta circa 5.000 senza dimora e dispone di almeno una decina di mense di carità religiose e altrettante unità mobili di strada
«Girando per il centro spesso ci imbattiamo in italiani di mezza età – racconta Ulderico Maggi, responsabile dell’unità mobile dei santegidini milanesi – e nel coordinamento delle unità di strada che convochiamo abbiamo gli stessi riscontri dagli altri».
Maggi ricorda, ad esempio Antonio, impiegato milanese di 45 anni circa, che fino a poco tempo fa dormiva nei pressi della stazione di Cadorna. «Lo abbiamo seguito – spiega Maggi – e dialogando con pazienza abbiamo capito che aveva lasciato moglie e figli. Sulla strada non è riuscito a conservare il suo lavoro d’ufficio ed era completamente annichilito. Gli abbiamo dato abiti coperte e viveri, ma non voleva muoversi da lì. Poi non l’abbiamo più visto, penso che sia ritornato a casa».
Sant’Egidio e tutti gli altri operatori registrano la crescita dei cinesi, che resta per molti aspetti un mistero. Perlopiù giovani, espulsi dal circuito dei laboratori clandestini in seguito alla crisi e ai maggiori controlli delle forze dell’ordine. «Di loro si sa molto poco – conclude Maggi – perché in pochi parlano inglese. Vivono sparsi nella metropoli e arrivano a gruppi presso i centri di accoglienza o alle unità mobili per ritirare generi di prima necessità».
«Da anni – conferma Raffaele Gnocchi, responsabile del Sam, servizio di accoglienza della Caritas ambrosiana – registriamo l’arrivo di una quota di uomini che una volta si sarebbero definiti normali. Non sono molti, non hanno redditi elevati, ma in alcuni casi abbiamo dovuto occuparci persino di dipendenti di enti pubblici, di mezza età finiti, sulla strada per le conseguenze economiche e psicologiche di un divorzio».
A Firenze in questi giorni preoccupano le condizioni di intere famiglie dell’Europa dell’Est sgomberate da palazzi dismessi del centro. «Ed emerge il problema dei separati – commenta il direttore della Caritas Alessandro Martini –, che cominciano ad arrivare nei centri. L’impressione è che sia la punta di un iceberg che sta per affiorare». L’organizzazione diocesana gestisce l’accoglienza invernale, per conto del Comune, di 250 senza dimora, ne restano altrettanti fuori, perlopiù giovani. E registra che dalla vicina Prato arrivano senza dimora cinesi. «Sono in espansione, dopo la crisi e il giro di vite sui laboratori clandestini. Sono soprattutto giovani, saranno in tutto una cinquantina e temiamo che rappresentino la prossima emergenza».
Infine, la capitale, le cui viscere sono state raccontate dallo scrittore Gabriele Del Grande nel libro Roma senza dimora, viaggio di 20 giorni tra i seimila homeless sulle strade romane. «Tre vecchi "randagi" mi hanno accolto alla stazione Termini e, una volta rivelato il mio scopo, mi hanno aiutato a sopravvivere per tre settimane. Sulla strada non si finisce per povertà materiale, almeno gli italiani, ma per la solitudine. Soprattutto per l’allentarsi delle reti di solidarietà familiari. Il problema è quando non si ha più un luogo dove tornare. E questo è sempre più vero nelle nostre città dove un affitto è inaccessibile per un precario o un lavoratore con salario basso, per giunta dimezzato da una separazione.
Al resto basta aggiungere un momento di debolezza, di depressione. Mi preoccupa pensare quanti cinquantenni separati siano a rischio. Poi ci sono le dipendenze da alcol e da droghe che ti azzerano i legami sociali e ti ritrovi seduto sull’asfalto senza sapere bene come». E senza che tu abbia scelto di viverci.
Paolo Lambruschi
Etichette:
Famiglia
lunedì 1 febbraio 2010
PUBBLICHIAMO E SOTTOSCRIVIAMO.
APPELLO/ La resa di Crisafulli sarebbe l'eutanasia di Stato: così Eluana muore ancora
Gianfranco Amato
Gianfranco Amato
Salvatore Crisafulli è un uomo entrato in uno stato vegetativo persistente a seguito di un incidente stradale. Una condizione comatosa classificata con 3-4 punti della Scala di Glasgow (GCS) , in pratica l’identica condizione in cui si trovava la povera Eluana Englaro.
A differenza della sfortunata ragazza di Lecco, però, Salvatore si è risvegliato dal coma dopo quasi due anni dall’incidente e ha raccontato che, per tutto quel periodo in cui veniva ritenuto “un vegetale”, lui, in realtà, sentiva e comprendeva perfettamente. «I medici dicevano che non ero cosciente, ma io capivo tutto», racconta Crisafulli in un’intervista, «e piangevo perché non riuscivo a farmi capire».
Nell’aprile dello stesso anno scrive al Capo dello Stato e, quattro mesi dopo, invia una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in cui denuncia come nei confronti di coloro che si trovano nella sua condizione «non esista un’intensa e continuativa assistenza» mentre «leggi come la 328 e la 162 non vengono recepite dalla Regione Sicilia».
In quella stessa lettera a Berlusconi, però, Salvatore Crisafulli trova sempre la forza di combattere ogni prospettiva eutanasica: «non può il diritto di morire diventare la nuova frontiera dei diritti umani».
Spiega, però, che «se lo Stato riuscisse a garantire pienamente la tutela della vita, in ogni fase della malattia e della disabilità ed anche nella fase insostenibile, non esisterebbe alcun fenomeno di eutanasia». È la disperazione, secondo Salvatore, che può condurre alla scorciatoia della dolce morte. Questa era la situazione fino all’anno scorso.
Un destino funesto, però, continua ad abbattersi sulla famiglia Crisafulli. La vigilia dello scorso Natale, alle quattro di pomeriggio, Marcello, il fratello maggiore di Salvatore, viene travolto da un pirata della strada mentre, con la sua motocicletta, si stava recando ad acquistare delle focacce per tutti gli altri familiari riuniti in occasione della festa.
Marcello resta immobile sull’asfalto, in bilico tra la vita e la morte, fino a quando non viene portato d’urgenza in ospedale. Solo lì si conoscerà l’esito dell’incidente: tre fratture alla colonna vertebrale, la frattura delle costole, la perforazione dei polmoni, una frattura alla cervicale, la frattura alla clavicola e gravi lesioni a un occhio. Proprio a causa delle fratture alla colonna vertebrale, Marcello rimane paralizzato e non potrà più camminare.
Dopo questo gravissimo incidente, la situazione della famiglia Crifasulli si trasforma in tragedia. Marcello, infatti, era il fratello che accudiva amorevolmente Salvatore di notte e di giorno, e rappresentava, praticamente, l’unica concreta possibilità di assistenza.
Il fratello Pietro arriva a denunciare pubblicamente: «Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perché Salvatore ha bisogno di aiuto 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d’accordo».
Così Pietro annuncia «un viaggio della morte per suo fratello», in una clinica belga ove praticano l’eutanasia. La rabbia, umanamente comprensibile, si scaglia contro le istituzioni pubbliche, i politici, le autorità e persino la Chiesa, colpevoli di aver abbandonato Salvatore privandolo del necessario aiuto e della dovuta assistenza.
Ora, è difficile pontificare sulle disgrazie che hanno colpito la famiglia Crisafulli. Un senso di profondo rispetto fa sì che il giudizio si fermi di fronte alla soglia del mistero del dolore. Non so se davvero le istituzioni pubbliche abbiano abbandonato Salvatore Crisafulli al suo destino. Se così fosse, sarebbe incredibilmente triste. Sarebbe come se Eluana Englaro fosse morta inutilmente.
Uno degli effetti per cui pareva che la sua scomparsa non fosse stata vana, era il fatto di aver illuminato, con uno spietato raggio di luce, quel cono d’ombra in cui silenziosamente vivono la propria sofferenza migliaia di persone in stato vegetativo persistente insieme ai propri cari. Vanificare questo effetto significherebbe far morire Eluana una seconda volta.
Non so - ripeto - se le istituzioni pubbliche abbiano fallito nel loro compito, ma certo non si è fatta attendere la voce di chi non smette di credere in quella profonda solidarietà che nasce dalla concezione cristiana dell’amore. L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, infatti, ha subito dichiarato «la propria disponibilità ad accogliere in un clima di grande rispetto e di particolare solidarietà Salvatore Crisafulli».
Certo, però, che lo Stato e soprattutto le Regioni non devono essere da meno. Non sarebbe giusto costringere i cittadini a minacciare l’improbabile ricorso all’eutanasia per chiedere assistenza. Che la minaccia paventata dai familiari di Salvatore rappresenti, in realtà, più una disperata provocazione che una reale intenzione, lo dimostrano gli interventi di due insospettabili personalità. Una di queste è Silvio Viale, il medico radicale che da anni si batte per l’eutanasia, e l’altra è il senatore Ignazio Marino, noto per le sue posizioni in tema di testamento biologico.
Il primo, Silvio Viale, ha invocato la necessità di nominare un curatore per Salvatore Crisafulli, come fu per Eluana Englaro, e ha denunciato «le strumentalizzazioni del fratello e della famiglia di Salvatore Crisafulli» ritenendole «un’offesa per tutti coloro che si battono per il diritto all’autodeterminazione e per l'eutanasia, la quale, prima di tutto, è una libera manifestazione di volontà e non la morte imposta dai familiari».
«Nessun medico belga, olandese, lussemburghese o svizzero - ha precisato Viale - procederà mai all’eutanasia o all’accelerazione della morte senza almeno una, sebbene ricostruita, chiara e manifesta volontà della persona».
Il secondo intervento è quello di Ignazio Marino il quale, dopo aver precisato di essersi sempre batttuto «per la libertà di scelta rispetto alle terapie, sulla base dell’articolo 32 della Costituzione», ha riconosciuto che «l’annunciata intenzione dei familiari di Salvatore Crisafulli di portarlo in Belgio perché gli sia praticata l’eutanasia, sembra apparire più come «frutto della disperazione ed esasperazione della famiglia per l’assenza di assistenza che denunciano».
Marino ha precisato, sul caso Crisafulli, di nutrire dubbi sulla sua effettiva volontà di morire, facendo peraltro presente che «quando la morte è decisa da qualcun altro non si può parlare di eutanasia ma piuttosto di omicidio».
Anch’io non credo che Salvatore Crisafulli si sia arreso e che la disperazione abbia vinto sul suo ostinato desiderio di vivere. Certo è che la nostra coscienza resta turbata di fronte al dubbio che non sia stato fatto tutto il necessario per alleviare la sua sofferenza e per consentirgli la dovuta assistenza.
Salvatore è sempre quello che, rivolgendosi a Napolitano, ha dato a tutti noi una lezione con queste parole: «Credetemi, la vita è degna d’essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato. La vita è quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita di finta dolcezza. Signor Presidente della Repubblica, solo il suo intervento (ma con i fatti) potrà evitare ulteriori richieste di eutanasia, in alternativa ordini di chiudere tutti i reparti di rianimazione». No, davvero Salvatore non può essersi arreso.
Etichette:
Eutanasia
domenica 31 gennaio 2010
Tutta la premura di Lewis verso i suoi indifesi lettori
Da Tempi
Si parla di (anche) Chesterton, sempre più attuale...
Si parla di (anche) Chesterton, sempre più attuale...
Se volete essere convinti della bontà di leggere (e far leggere ai bambini)
di Annalena Valenti
Se volete essere convinti della bontà di leggere (e far leggere ai bambini) storie come Le cronache di Narnia, niente c’è di meglio che sentire le ragioni dell’autore stesso. Nel caso delle Cronache C. S. Lewis l’ha fatto rispondendo, negli anni Cinquanta, alle molte lettere di bambini inglesi e americani affascinati dai suoi sette libri di avventure fantastiche dei giovani Pevensie. Alcune di queste risposte sono state raccolte da Carlo Bajetta in C. S. Lewis, Lettere ai bambini, San Paolo. Quel che più colpisce di queste lettere, oltre all’innata simpatia e sintonia dello scrittore con ciò che i bambini desiderano, è che per Lewis se da una parte le parole scritte su Narnia servono a chiarire sempre di più il significato della vera e grande storia e quindi della stessa vita nostra, dall’altra quelle stesse parole non devono essere di scandalo né far del male ai bambini che le leggono. Questa preoccupazione, assente nella maggior parte degli scribacchini di tutti i tempi (compresi quelli odierni) ma condivisa da scrittori come Claudel e Chesterton, compare nelle righe rivolte al fratellino di un piccolo ammiratore, rimasto troppo impaurito dall’“Isola Oscura”. E si riscontra anche nei chiarimenti alla madre di un altro fan di Aslan, preoccupata per il troppo amore del figlio verso il leone (con lei peraltro Lewis manterrà nel tempo il rapporto epistolare). La bontà del significato è contenuta nelle parole stesse, e quando si chiarisce di più il mistero dell’esistenza, ciò è buono.
mammaoca.wordpress.com
di Annalena Valenti
Se volete essere convinti della bontà di leggere (e far leggere ai bambini) storie come Le cronache di Narnia, niente c’è di meglio che sentire le ragioni dell’autore stesso. Nel caso delle Cronache C. S. Lewis l’ha fatto rispondendo, negli anni Cinquanta, alle molte lettere di bambini inglesi e americani affascinati dai suoi sette libri di avventure fantastiche dei giovani Pevensie. Alcune di queste risposte sono state raccolte da Carlo Bajetta in C. S. Lewis, Lettere ai bambini, San Paolo. Quel che più colpisce di queste lettere, oltre all’innata simpatia e sintonia dello scrittore con ciò che i bambini desiderano, è che per Lewis se da una parte le parole scritte su Narnia servono a chiarire sempre di più il significato della vera e grande storia e quindi della stessa vita nostra, dall’altra quelle stesse parole non devono essere di scandalo né far del male ai bambini che le leggono. Questa preoccupazione, assente nella maggior parte degli scribacchini di tutti i tempi (compresi quelli odierni) ma condivisa da scrittori come Claudel e Chesterton, compare nelle righe rivolte al fratellino di un piccolo ammiratore, rimasto troppo impaurito dall’“Isola Oscura”. E si riscontra anche nei chiarimenti alla madre di un altro fan di Aslan, preoccupata per il troppo amore del figlio verso il leone (con lei peraltro Lewis manterrà nel tempo il rapporto epistolare). La bontà del significato è contenuta nelle parole stesse, e quando si chiarisce di più il mistero dell’esistenza, ciò è buono.
mammaoca.wordpress.com
Etichette:
C. S. Lewis
,
Chesterton è attuale
,
Tolkien
Non vendiamo software illegale, pasticche miracolose o altro (ma penso che l'avevate capito, no?)
Cari Amici,
Appena ce ne accorgiamo, ripuliamo il tutto e via.
Un saluto carissimo a tutti,
L'Uomo Vivo
ho appena tolto or ora il frutto di una sporca incursione di qualche fenomeno della natura che ha pensato di usare il nostro blog per pubblicizzare software craccato, pasticche miracolose (ci siamo capiti...) e altro...
Abbiate pazienza, non so come facciano, ma entrano ovunque.
Abbiate pazienza, non so come facciano, ma entrano ovunque.
Appena ce ne accorgiamo, ripuliamo il tutto e via.
Un saluto carissimo a tutti,
L'Uomo Vivo
Etichette:
Il nostro blog
venerdì 29 gennaio 2010
Rassegna stampa
04 Febbraio 2010 - Espresso
Fecondazione Artificiale
Libero embrione 265 KB
29 Gennaio 2010 - Repubblica
Adozione E Affido
Da genitori gay nessun disagio per i figli 69 KB
29 Gennaio 2010 - Avvenire
Adozione E Affido
No ad una coppia di lesbiche 76 KB
29 Gennaio 2010 - Avvenire
Omosessuali
Strasburgo. Ecco i giochi delle lobby gay 83 KB
The Guardian del 28 Gennaio 1910 cita Chesterton...

In questo collegamento trovate un articolo del The Guardian giusto giusto di cento anni fa, esattamente del 28 Gennaio 1910, che parla dello slittino a Buxton, una cittadina del Derbyshire, in Inghilterra. In quel periodo partì questa strana moda (peraltro Buxton non è una città di montagna...) e per quel che interessa noi l'articolo cita alla fine il nostro Gilbert, esattamente così:
"C'era una mano importante che mancava. Il signor G. K. Chesterton non c'era. Forse, però, slitta altrove. Forse scivola in un mondo sottosopra in cui tutte le persone slittano sulle loro teste, e solo lui scivola seduto, per fare un paradosso".
Il contesto dell'articolo (leggere per credere) non c'entra assolutamente nulla con Chesterton, ma alla fine il redattore lo deve citare: Gilbert era al massimo dell'esplosione della sua popolarità e sembrava giusto, all'epoca, citarlo anche abbastanza gratuitamente in un articolo che trattava di tutt'altro...
Ma ce lo vedete il nostro Gilbert sullo slittino...?
"C'era una mano importante che mancava. Il signor G. K. Chesterton non c'era. Forse, però, slitta altrove. Forse scivola in un mondo sottosopra in cui tutte le persone slittano sulle loro teste, e solo lui scivola seduto, per fare un paradosso".
Il contesto dell'articolo (leggere per credere) non c'entra assolutamente nulla con Chesterton, ma alla fine il redattore lo deve citare: Gilbert era al massimo dell'esplosione della sua popolarità e sembrava giusto, all'epoca, citarlo anche abbastanza gratuitamente in un articolo che trattava di tutt'altro...
Ma ce lo vedete il nostro Gilbert sullo slittino...?
Etichette:
Il nostro Gilbert
Iscriviti a:
Post (Atom)
