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lunedì 26 ottobre 2026

I Cavalli Bianchi, di Gilbert Keith Chesterton - Traduzione di Marco Sermarini ©.











Qui sopra: le immagini riguardano un breve viaggio
svolto dai collaboratori della Società Chestertoniana Italiana
per celebrare il ventennale del blog dell'Uomovivo
nei luoghi chestertoniani (e non solo -- nei prossimi giorni vedrete...).
La visita alla Collina del Cavallo Bianco è terminata
al White Horse Inn sotto la collina, con la lettura di versi,
parti della prefazione del poema e di un articolo 
di Annalisa Teggi sul tema



Oggi, non tutti lo sanno, per noi cattolici è la festa liturgica di Sant'Alfredo il Grande, cioè il Re Alfred de La Ballata del Cavallo Bianco.

Abbiamo allora pensato di pubblicare la traduzione di un articolo di Chesterton apparso nella raccolta Alarms and Discursions. Descrive la visita alla ricerca dei Cavalli Bianchi e la vista del Cavallo Bianco di Uffington. Fa parte dell'intenso lavorìo che lo portò alla creazione del suo maggior poema, che tanto lo coinvolse e tanto gli diede modo di riflettere. Fu per lui un grande dono, questa creazione, questa poiesis. L'altro punto fermo è costituito dall'articolo Ethandune, uscito sul Daily News il 27 agosto 1910, di cui già tempo fa vi offrimmo l'inedita traduzione in lingua italiana.

Tutto questo ha dato modo anche a noi appassionati di riflettere (e dopo aver riflettuto di costruire tanto): sulla speranza, sulla fede, sulla civiltà cristiana, sull'eroismo, sull'amicizia, sulla vita e sulla morte... 

Per alcuni che leggeranno questo articolo, le parole e i pensieri che ci ha donato Gilbert Keith Chesterton sono pegno di nuove amicizie, di lunghi viaggi addirittura fino in Africa, dove li ha portati uno strano ponte creato da uomini amici del Nostro Eroe ma soprattutto dalla Provvidenza. È una storia lunga da raccontare, le contingenze sono descritte in questo blog (basta inserire "John Kanu" o "Sierra Leone" nel motore di ricerca interno), sarebbe bello descrivere come le contingenze hanno trovato origine, e prima o poi lo faremo. Basterà pensare che uno che ha passato lunghe ore a spiegare questo poema sulle pendici di questa collina, il nostro amico Stratford Caldecott (1952 - 2014), ha dato il la alla grande amicizia tra i chestertoniani d'Italia e quelli della Sierra Leone, primo fra tutti John Kanu.

D'altronde non c'è da stupirsene, Chesterton lo aveva in qualche modo previsto quando disse:

Non so dove e quando la storia sia cominciata. È sufficiente che essa sia cominciata da qualche parte e sia arrivata fino a me; perché io intendo scrivere ciò che la tradizione orale a testa, come fecero gli antichi cantori.

Dunque oggi, festa liturgica di Sant'Alfredo il Grande, uno che di battaglie ne vinse poche ma fondamentali, uno che sapeva cos'era la sconfitta, cos'era il sacrificio, cos'era l'amicizia e quanto valesse battersi perché il cristianesimo rimanesse il collante dell'identità del suo popolo, vi facciamo questo piccolo dono, un dono molto significativo, perché parla di come questo poema sia giunto fino a noi, e quanto significhi pure per noi.

Lo corrediamo di qualche foto scattata venerdì 23 ottobre 2026 proprio sulla Collina del Cavallo Bianco di Uffington, proprio a quell'Ethandune che non sappiamo se stia lì ma che ci piace pensare ci fosse e che comunque è arrivata fino a noi. Chi c'era è coinvolto in ciò che state leggendo, ed è latore di questo dono tanto quanto Chesterton, perché giovi anche a voi.

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I Cavalli Bianchi


In base alla mia esperienza – che in materia è molto limitata e sporadica – non è affatto facile conversare in automobile. Questo è un caso fortunato: in primo luogo perché, nel complesso, mi dissuade dal viaggiare in auto; e in secondo luogo perché, in qualsiasi momento, mi dissuade dal parlare. La difficoltà non è interamente dovuta alle condizioni fisiche, sebbene queste siano decisamente poco propizie alla conversazione. L’Omar di FitzGerald, essendo un pessimista, era probabilmente ricco, e essendo un tipo pigro, era quasi certamente un automobilista. Se può esserci qualche dubbio al riguardo, basti dire che, parlando dei profitti sciocchi, Omar ha definito le difficoltà della conversazione in auto con una precisione che non può essere casuale. «Le loro parole al vento sono confuse; e le loro bocche sono fermate dalla polvere». Da ciò deriva (come direbbero molti filosofi convenzionali) non un silenzio selvaggio e un’ostilità reciproca, ma piuttosto uno di quei ricchi silenzi che costituiscono la sostanza e il fulcro di ogni amicizia; il silenzio di uomini che remano sulla stessa barca o combattono nella stessa linea di battaglia.


È successo che l’altro giorno ho noleggiato un’automobile, perché volevo visitare in rapida successione i luoghi delle battaglie e i nascondigli di Alfredo il Grande; e per un’impresa del genere l’auto è davvero il mezzo più adatto. Non è certo il modo migliore per ammirare la bellezza del paesaggio; si apprezza meglio camminando, e ancora meglio stando fermi. Tuttavia, è un buon metodo in qualsiasi impresa che implichi una parodia della natura militare o governativa — qualsiasi cosa che richieda di conoscere rapidamente l’intero profilo di una contea o la posizione approssimativa e relativa di persone e città. Durante un viaggio del genere, come un lampo frastagliato, rimasi seduto dalla mattina alla sera accanto all’autista; e non scambiammo quasi una parola per ore. Ma quando nei villaggi comparvero le stelle gialle e nel cielo quelle bianche, credo di aver compreso il suo carattere; e temo che lui abbia compreso il mio.


Era un uomo del Cheshire con un volto aspro, paziente e pieno di umore; era modesto, pur essendo un uomo del nord, e cordiale, pur essendo un esperto. Parlava (quando parlava) con un forte accento del nord; ed era evidentemente nuovo in quella bellissima regione del sud, come risultava chiaro sia dai suoi apprezzamenti che dalle sue lamentele. Ma sebbene provenisse dal nord, era di origini agricole e non commerciali; guardava alla terra piuttosto che alle città, anche se la osservava con un occhio in qualche modo più acuto e utilitaristico. Dopo alcune ore pronunciò la sua prima osservazione. Mentre attraversavamo le alture più ruvide e desolate della pianura di Salisbury, osservò che aveva sempre pensato che la pianura di Salisbury fosse una pianura. Questo da solo dimostrava che era nuovo della zona. Ma aggiunse anche, con un cipiglio critico: «Gran parte di questa terra dovrebbe essere terra abbastanza buona. Perché non la usano?». Rimase poi in silenzio per altre ore.


In corrispondenza di una brusca curva dei pendii che scendono da quella che viene chiamata (con non poco umorismo) la pianura di Salisbury, ho visto all’improvviso, quasi per caso, qualcosa che stavo cercando — cioè qualcosa che non mi aspettavo di vedere. Tutti noi si suppone che cerchiamo di entrare in paradiso; ma ne saremmo straordinariamente stupiti se ci trovassimo improvvisamente lì dentro. Mentre stavo lasciando la pianura di Salisbury (per dirla in parole povere), alzai lo sguardo e vidi il Cavallo Bianco della Gran Bretagna. Uno o due poeti davvero eccellenti di stampo conservatore e protestante, come Swinburne e il signor Rudyard Kipling, hanno celebrato l’Inghilterra attraverso l’immagine dei cavalli bianchi, intendendo con ciò le onde dalla criniera bianca della Manica. Ciò è abbastanza giusto e naturale. Il vero conservatore filosofico risale alle cose antiche perché pensa che siano cose anarchiche. Lo stupirebbe moltissimo se gli venisse detto che in Inghilterra esistono cavalli bianchi artificiali che potrebbero essere più antichi di quei cavalli bianchi selvaggi degli elementi. Eppure è proprio così. Nessuno sa quanti anni abbiano quegli strani geroglifici verdi e bianchi, quei quadrupedi serpeggianti di gesso, che spiccano sui versanti di tante delle Southern Downs. 


Potrebbero essere più antichi dei Sassoni e più antichi dell’epoca romana. Potrebbero benissimo essere più antichi dei Britanni, più antichi di qualsiasi epoca documentata. Potrebbero risalire, per quanto ne sappiamo, ai primi flebili germi di vita umana su questo pianeta. Gli uomini potrebbero aver fatto uscire un cavallo dall’erba molto prima di inciderne l’immagine su un vaso o una terracotta, o di mescolarne e modellarne uno con l’argilla. Questa potrebbe essere la più antica forma d’arte umana — precedente all’edilizia o all’incisione. E se così fosse, potrebbe aver avuto origine in un’altra era geologica, prima che il mare irrompesse dallo stretto di Dover. Il Cavallo Bianco potrebbe aver avuto origine nel Berkshire quando a Folkestone non c’erano cavalli bianchi, oppure potrebbe essere stato creato quando la Gran Bretagna non era ancora un’isola. Dimentichiamo che ci sono molti luoghi in cui l’arte è più antica della natura.


Abbiamo fatto una lunga deviazione attraverso strade un po’ più agevoli, finché non siamo giunti a una breccia o a una voragine nella valle, da cui abbiamo visto ancora una volta il nostro amico, il Cavallo Bianco. Almeno, pensavamo fosse il nostro amico, il Cavallo Bianco; ma dopo alcune domande abbiamo scoperto con nostro grande stupore che si trattava di un altro amico e di un altro cavallo. Lungo i fianchi inclinati della stessa bella valle c’era (così sembrava) un altro cavallo bianco; grezzo e pulito, antico e moderno, proprio come il primo. Questo, almeno, pensai, doveva essere l’originario Cavallo Bianco di Alfredo, che avevo sempre sentito associare al suo nome. Eppure, prima ancora di arrivare a Wantage e di vedere la pittoresca statua grigia di re Alfredo al sole, avevamo già visto un terzo cavallo bianco. 


E il terzo cavallo bianco era così irrimediabilmente diverso da un cavallo che eravamo certi che fosse autentico. L’ultimo e originale cavallo bianco, il cavallo bianco della Valle del Cavallo Bianco, ha quell’aspetto grande e infantile, quella qualità veramente preistorica e assurda tipica dei disegni degli Zulu o degli indigeni neozelandesi. Questo, almeno, era stato sicuramente realizzato dai nostri padri quando erano appena uomini; molto prima che diventassero uomini civilizzati.


Ma perché fu realizzato? Perché i barbari si presero tanta briga per creare un cavallo grande quasi quanto un piccolo villaggio; un cavallo che non poteva portare alcun cacciatore, che non poteva trainare alcun carico? Che cos’era questo titanico, inconscio istinto di rovinare un bellissimo pendio verde con un quadrupede bianco davvero orribile? Che cos’è (per quel che conta) tutta questa azzardata fantasia dell’umanità che domina la terra, che forse è iniziata con i cavalli bianchi e che non finirà affatto con le auto da venti cavalli vapore? Mentre mi allontanavo da quella campagna, stavo ancora considerando nebulosamente come mai degli uomini comuni fossero arrivati a voler creare quei bizzarri cavalli di gesso, quando il mio autista mi fece sobbalzare parlando per la prima volta dopo quasi due ore. All’improvviso lasciò andare una delle manopole e indicò una colossale massa verde e soffice che si ergeva sopra di noi. «Quello sarebbe un buon posto», disse. 


Naturalmente mi riferivo al suo ultimo discorso, tenuto poche ore prima; e pensai che intendesse dire che sarebbe stato promettente per l’agricoltura. In realtà, era tutt’altro che promettente; e questo mi fece capire all’improvviso il tranquillo ardore nei suoi occhi. D’un tratto capii cosa intendesse davvero. Intendeva davvero dire che quello sarebbe stato un posto splendido per tirare fuori un altro cavallo bianco. Non sapeva più di me perché fosse stato fatto; ma egli era immerso in una tradizione preistorica impensabile, semplicemente perché voleva farlo. Divenne così acuto nella sensibilità che non riusciva a sopportare di passare davanti a nessuna ampia collina erbosa e ventosa sulla quale non ci fosse un cavallo bianco. Riusciva a malapena a tenere le mani lontane dalle colline. Riusciva a malapena a lasciare in pace l’erba viva.


Allora smisi di chiedermi perché l’uomo primitivo avesse creato così tanti cavalli bianchi. Smisi di tormentarmi sul senso in cui l’eterno uomo ordinario avesse cercato di sfregiare o sfigurare le colline. Mi bastava sapere che lo voleva; perché l’avevo visto desiderarlo.


Gilbert Keith Chesterton, I Cavalli Bianchi, in Alarms and Discursions.


(traduzione di Marco Sermarini ©)



Stratford Caldecott ed alcuni studenti

sulla Collina del Cavallo Bianco


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